• 21/09/2018

Abir Mukherjee: “La Storia è un thriller multietnico”

Abir Mukherjee: “La Storia è un thriller multietnico”

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Se si guarda allo specchio, Abir Mukherjee vede il volto di un giovane uomo che potrebbe essere indiano. Visto che i suoi genitori provengono da lì. Ma lui è nato in Scozia, dovrebbe sentirsi inglese. Lavora, scrive, ha ottenuto un grande successo con i suoi romanzi. Si sente perfettamente integrato. Eppure, non può fare a meno di specchiarsi, spesso, in questo suo essere multietnico. In questo stare in equilibrio tra mondi diversi, culture lontanissime, tradizioni spesso in conflitto. Proprio mentre la Gran Bretagna, l’Europa intera, sembrano sempre più insofferenti nei confronti dell’altro. Senza rendersi conto, come ai tempi in cui si vagheggiava la “pura razza ariana”, che nessuno di noi può non dirsi meticcio.

E allora? Semplice: Abir Mukherjee ha deciso di farsi un bel viaggio nel passato. Usando tutta la sua fantasia s’è inventato un ciclo di romanzi, che in Inghilterra hanno già riscontrato un grande successo. ambientati in India subito dopo la Grande guerra. Il primo, “L’uomo di Calcutta”, tradotto da Alfredo Colitto per la casa editrice Sem (pagg. 348, euro 17) è stato presentato a Pordenonelegge.

Al centro della storia c’è un giovane veterano della Grande guerra. Il capitano Sam Wyndham, che ha alle spalle ricordi assai dolorosi e una storia d’amore spazzata via dalla Morte, Arriva a Calcutta per entrare nel corpo di polizia e iniziare una nuova vita. Ma ad attenderlo c’è subito un delitto assai difficile da inquadrare. Perché il cadavere trovato in un vicolo cieco, contorto in modo innaturale e affondato in una fogna a cielo aperto, è quello di un alto funzionario britannico. Potrebbe trattarsi di un omicidio politico, anche perché le truppe di Sua Maestà non lesinano atrocità alla popolazione indiana: il massacro di Amritsar, infatti, provoca disordini e porta sempre nuovi adepti al movimento che si batte per l’indipendenza dell’India.

Raccontato in soggettiva da Sam Wyndham, “L’uomo di Calcutta” è un affascinante romanzo storico, un thriller pieno di sorprese, una riflessione profonda sui danni pazzeschi lasciati in eredità al nostro tempo dal colonialismo. E una via intelligente e creativa per riflettere sulle difficoltà dell’integrazione, sulla paura dell’altro, che ha ripreso all’improvviso tanta forza nel nostro mondo ricchissimo, eppure minacciato di continuo dal terrore della miseria.

“Sam Wyndham non l’ho dovuto inventare – spiega Abir Mukherjee -. Mi è arrivato così, già assemblato dentro la mia testa. Poi ha preso forma nella scrittura. Volevo che ci fossero due punti di vista forti nel mio romanzo, uno inglese e l’altro indiano. Io sono nato in Inghilterra, anzi in Scozia, ma le mio origini sono in India. Volevo, insomma, che i miei personaggi risultassero autentici sulla scorta di questa identità divisa in due. Che fossero testimoni obiettivi dei fatti”.

Ma chi è veramente Sam Wyndham?

“È la figura rappresentativa dell’uomo moderno di prima generazione. Ha combattuto nella Prima guerra mondiale, ha sofferto, è riuscito ad aprire gli occhi sul mondo. Facendosi un’immagine della realtà che è molto diversa da quella tradizionale. C’è un detto, in Inghilterra, che racconta la situazione durante la Grande guerra: dice che gli inglesi sono stati dei leoni comandati da asini. Gente, insomma, sempre pronta a inchinarsi agli ordini. Da questa massa emerge un uomo come Sam, l’unico ad avere gli occhi aperti e che non è disposto a eseguire ciecamente tutto quello che gli viene detto”.

Le assomiglia?

“Sam non è solo un personaggio. È quello che fa arrivare al lettore i miei pensieri. È dotato del senso del ridicolo, sa prendersi in giro e scherza anche su ciò che gli accade attorno. Io mi considero più scozzese che inglese, perché sono nato lì e credo di aver ereditato quel senso dello humour nero tipico della gente della Scozia”.

C’è stato qualche scrittore scozzese che l’ha influenzata?

“Sicuramente ho amato molto i libri di Philip Kerr. Soprattutto la serie di Bernhard Gunther, il detective che si muove al tempo dei nazisti e vive una lunga serie di avventure. Ecco, lo scrivere in prima persona, una naturalezza nel raccontare, sicuramente mi avvicina alo stile dell’autore di Edimburgo, Però, al tempo stesso, è un modo di costruire le storie molto complesso. Perché quando Sam dice ‘io’ è logico che deve essere presente ai fatti sempre e comunque. È la sua voce che dà testimonianza di quello che sta accadendo”.

Difficile entrare nella testa di un uomo che vive un secolo prima del nostro?

“Per trovare dei punti di contatto tra chi scrive, negli anni Duemila, e il protagonista del romanzo, che vive all’inizio del ‘900, è necessario trovare un compromesso. Per esempio, Sam è sicuramente meno omofobo di quanto lo fossero gli uomini del suo tempo. È anche molto meno razzista, anche se la maggior prete delle persone in quel periodo lo erano. Quindi ho dovuto trovare un punto di equilibrio tra l’appartenenza di Sam al suo secolo e la necessità di farlo amare dai lettori. Certo, non ho potuto evitare di sottolineare, senza calcare troppo la mano, il suo sciovinismo, il maschilismo e la misoginia tipica degli uomini di allora. Però resta pur sempre un gentiluomo che ha aperto gli occhi, mantenendo ancora parecchi pregiudizi sulla società”.

Quando si rivela un po’ di più figlio del suo tempo?

“Lo si vedrà meglio nel secondo romanzo della serie. Dove Wyndham farà una fatica enorme ad accettare che una donna bianca si possa innamorare di un uomo di origine indiana. Ecco, qui non ho potuto mascherare troppo quel sentimento di razzismo che era tipico di allora, pur cercando di non amplificarlo, di non renderlo respingente. Altrimenti avrebbe fatto svanire tutta la simpatia che i lettori, spero, proveranno per il mio detective”.

Abir Mukherjee: chi vede quando si guarda allo specchio?

“Mi definisco uno schizofrenico culturale. Sono un perfetto inglese, infatti, sottoposto a tutte le influenze che vengono dall’India attraverso i miei genitori. Non sono capace di sentirmi mai, al cento per cento, né da una parte né dall’altra. Ogni volta che ho provato a dire in pubblico ‘io appartengo a questo Paese, o all’altro’ si è alzato qualcuno a smentirmi. Non so se sono scozzese, inglese o indiano. Però sono sicuro che la vita mi abbia dato una misura prospettica sulle cose molto ampia. E una capacità di giudizio libero. Ho imparato, ad esempio, che la ragione non sta mai tutta da una parte. Questo certo grado di cinismo mi ha aiutato a non dare tutto per scontato”.

L’essere inglese, scozzese, indiano, l’ha aiutata anche nella scrivere i suoi libri?

“Certo, perché credo di guardare le storie da una prospettiva diversa. Uno scrittore inglese, ad esempio, descriverebbe i tempi del colonialismo senza risparmiare il classico tè sull’erba con il vice re. Mentre quelli come me, che hanno anche sangue indiano, forse riescono a descrivere il lato bello e il lato oscuro di quel tempo, di quei luoghi. E anche gli enormi problemi di una società multietnica. Dove, in ogni caso, c’è sempre stata integrazione”.

La Gran Bretagna, l’Europa, sembra stiano esaurendo la disponibilità all’accoglienza, all’integrazione?

“In Gran Bretagna vivono, tanto per dire, un milione e centomila persone che hanno origine indu e sikh, un milione e quattrocento mila che vengono dal mondo musulmano. C’è sempre stata immigrazione e, al tempo stesso, integrazione. Queste persone sono state unite dal concetto dell’inglesità, dell’appartenenza. Si chiedeva loro di imparare la lingua, di non rinunciare alle proprie origini ma di sentirsi parte della nuova comunità. Adesso, invece, sembra prevalere la paura dell’altro. Il populismo, in Inghilterra, in America e anche in tanti altri Paesi d’Europa, è dettato dalla paura, dall’incertezza economica, dal fatto che quando inizia l’austerità prende forma anche la guerra tra poveri. L’indebolimento della classe media ha innescato una situazione di conflittualità sociale. Sfociata, poi, alla Brexit”.

Com’è nato il suo progetto narrativo?

“Scrivere mi è sempre piaciuto, però mi mancava la fiducia in me stesso. Poi a 39 anni ho cominciato a guardarmi in giro e ho pensato che dovevo sbrigarmi, prima di diventare un quarantenne capace solo di portare avanti sogni che non sarebbe mai riuscito a realizzare. Però l’esempio di Lee Child mi diceva che non era poi così tardi. Nel 2013, un giorno mi trovavo in palestra. No, non stavo sudando come chi si allena seriamente. Mi rilassavo in una vasca per l’idromassaggio, quando mi è venuta l’idea per una storia. Le prime diecimila parole della mia carriera di narratore”.

Com’erano quelle diecimila parole?

“Ho fatto l’errore di rileggerle. Facevano schifo, sono finite in fondo a un cassetto. Però poi, due settimane più tardi, ho scoperto che c’era un concorso per giallisti esordienti. Chiedevano un racconto di cinquemila parole. Io, da bravo pigro, ho tirato fuori il mio primo tentativo di scrittura, l’ho ripulito e accorciato, mi sono affidato alla buona sorte e l’ho spedito. Tre mesi dopo è arrivato l’annuncio della mia vittoria. E siccome mi proponevano di pubblicare subito un libro, mi sono messo a lavorare seriamente. Perché un romanzo fatto e finito ancora non esisteva”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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