• 22/09/2018

Olja Savičević: “Non scrivo per vivere, vivo per scrivere”

Olja Savičević: “Non scrivo per vivere, vivo per scrivere”

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Quando scrive, Olja Savičević prende la storia e la fa esplodere. Perché è convinta che un narrare troppo lineare, normale, non porti a capire le emozioni dei personaggi, a scandagliare la loro identità, a mettere in discussione le loro parole, dopo averci creduto ciecamente. Così, ogni suo romanzo diventa un’avventura, la ricerca inarrestabile di uno stile, l’inseguimento instancabile di una forma.

Scoperta dai lettori italiani più attenti nel 2010, grazie alla bella traduzione che Elisa Copetti ha fatto di “Addio, cowboy” per la casa editrice L’Asino d’oro, adesso la scrittrice di Spalato ha portato a Pordenonelegge il suo romanzo “Il cantante della notte (L’Asino d’oro, pagg, 191, euro 16), curato sempre con grande passione e professionalità dalla stessa traduttrice. In cui racconta la disperata ricerca della memoria perduta, in seguito a un incidente automobilistico, di Naranča Peović, una sceneggiatrice di soap opera di successo. Una donna che si descrive così: “Io sono un’arancia gialla, da fuori. Ho le labbra di silicone, ho una pettinatura brasiliana, guido una Mazda MX-5 cabrio per due persone, dorata, ma sono un’arancia nera, di dentro. Piena di succo nero”.

Incapace di trovare la propria identità, Naranča deciderà di affidare a un registratore i brandelli di ricordo che riaffiorano da una nebbia informe.E d quel flusso dio coscienza inarrestabile, piano piano, emergeranno i dettagli di una storia d’amore importante e impossibile che l’ha legata a Slavuj Mitrović. Un eccentrico artista che riaffiorerà nelle parole, nelle schegge di memoria inframezzate a brani delle sue lettere, a riferimenti agli scrittori amati. Il tutto immerso in un impasto narrativo del tutto originale e coinvolgente.

“Il tema dell’identità ha un posto importante nella mia scrittura, e non solo – spiega Olja Savičević – Con la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, ho vissuto non solo la fine di un mondo, di una comunità che aveva imparato a convivere, ma alla crisi della mia stessa identità. Dal momento che la mia famiglia stessa è un esempio di intrecci multietnici. Tra i miei nonni e le mie nonne, infatti, ci sono serbi, croati, bosniaci e montenegrini”.

Una ricchezza umana che è stata distrutta?

“Quand’ero giovanissima ho sofferto molto per la dissoluzione di questo mondo. Nel momento in cui ho cominciato a scrivere, poi, ho scoperto che questa moltitudine di derivazioni della mia famiglia era una ricchezza linguistica, culturale. E che grazie allo sguardo meticcio sulla realtà che ho potuto avere fin da bambina sono riuscita a ragionare su quanto accaduto nell’ex Jugoslavia con grande obiettività”.

Però nel “Cantante della notte”, il concetto di identità non assume particolari connotati nazionali…

“No, infatti, ho voluto allargare molto di più il mio orizzonte. Trattare il tema dell’identità in modo più universale. Volevo interrogarmi su chi siamo, su che cosa è davvero importante per noi in questo tempo postmoderno, fatto di turbo folk e di soap opera”.

Il turbo folk riporta alla memoria la cantante Ceca, che aveva sposato un personaggio inquietante come il comandante Arkan?

“L’aspetto interessante è che la maggior parte dei nazionalisti, siano di origine serba o croata, ascoltano molto turbo folk. E, naturalmente, la più amata è propria Ceca, l’ex lady Arkan, il comandante delle Tigri serbe ucciso nella hall di un hotel di Belgrado il 15 gennaio del 2000. Quindi, grazie alla musica ritornano a essere, in qualche modo, un unico popolo”.

Come se ci fosse ancora la Jugoslavia?

“Ma questo sentirsi un unico popolo avviene anche tra chi si oppone al nazionalismo. Tra gli antifascisti. Perché a unirli è la lingua, la possibilità di condividere letteratura, arte, musica, valicando qualsiasi tipo di confine, Reale o mentale. La mia generazione è cresciuta ascoltando i cantautori, gli scrittori dell’ex Jugoslavia. Per i ragazzi d’oggi è uguale: non esistono barriera che possano fermare un buon libro, un disco che ti fa cantare e ballare”.

Come si fa a fermare internet, Youtube?

“Adesso gli scambi avvengono soprattutto condividendo contenuti in rete. Visto che i media nazionali non danno grande spazio alle espressioni artistiche degli altri Paesi dell’ex Jugoslavia. Questo porta, sempre più spesso, a chiederci se sentiamo più vicino, più simile a noi un nostro connazionale, oppure una persona lontana con cui condividiamo delle passioni o degli interessi”.

La sua Naranča Peović parla come se seguisse un lunghissimo flusso di coscienza?

“Ho scelto questo stile narrativo perché non trovo stimolante una scrittura lineare. Sono convinta, infatti, che non si adatti bene alla nostra percezione del reale. Quando scrivo, mi interessa affrontare soprattutto il tema: come ricordiamo quello che viviamo. Naranča perde la memoria, in seguito a un incidente in macchina, e decide di salvare quello che per lei è stato più importante, ovvero la storia d’amore con Slavuj Mitrović. Lo fa dettato a un registratore i ricordi più importanti, citando le lettere che lui le scriveva”.

Quando è andata alla ricerca del suo stile narrativo?

“Ho cominciato a scrivere molto presto. La mia prima raccolta di poesie è uscita quando avevo 14 anni. Se esiste un’identità forte dentro di noi, credo che la mia sia legata alla scrittura. Non è solo un mestiere, ma il mio stesso essere. Non so se è un bene o un male, lo accetto per come viene. Certo è che alla fine dei vent’anni ho deciso che creare storie era l’unica cosa che volevo fare davvero. Primo ero un’insegnante e in Croazia pensare di lasciare il proprio lavoro per vivere di letteratura è abbastanza inusuale”.

È stata dura?

“Sapevo che sarebbe stato difficile vivere solo scrivendo, ma non impossibile. Ho iniziato con i giornali, senza trascurare i siti internet. Negli ultimi anni, invece, mi dedico soltanto alla scrittura artistica. In questo mi aiutano molto le traduzioni dei miei libri in altri Paesi, oppure le borse di studio, i tanti testi che produco per il teatro. Anche quello dedicato ai ragazzi, che amo molto. E che ritengo importante non solo perché permette di avviare sempre nuove persone ad apprezzare la letteratura e l’arte, ma anche perché da lì arriveranno i futuri talenti”.

Lei stessa ama molto leggere?

“Sono stata prima una grande lettrice, poi una scrittrice. All’inizio mi dicevo che non avrei mai scritto in prosa per paura di non riuscire a stare all’altezza dei miei modelli. L’amore per la letteratura, comunque, non ha mai rappresentato un limite. Adesso, poi, nei festival, posso condividere la passione per i romanzi con altre persone”.

Per fortuna i festival richiamano davvero tanta gente…

“Oggi più che mai è importante notare, e sottolineare, che tantissime persone sono ancora innamorate della letteratura, della musica, dell’arte. Senza tutto questo andremmo incontro alla catastrofe”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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