• 20/11/2018

Rachel Cusk: la vita, (contro) istruzioni per l’uso

Rachel Cusk: la vita, (contro) istruzioni per l’uso

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Fare della vita un romanzo può essere molto rischioso. Perché regalare ai fatti di ogni giorno un’aura mitica, una prospettiva che ha qualcosa di magico, un’attenzione e un’importanza esagerate, induce a pensare che “nella vita umana ci sia un qualche di segno e che siamo più importanti di quanto siamo in realtà”. Di ciò è convinto uno dei personaggi di Rachel Cusk. Un ragazzo che si chiama Georgeou, porta i capelli lunghi e considera “pericolosa la tendenza a romanzare le nostre esperienze”. Attreggiamento curioso, visto che lui è uno degli allievi di un’autrice inglese approdata ad Atene per tenere un seminario dedicato proprio alla scrittura.

Eppure, nell’atteggiamento di Georgeou, uno dei moltissimi personaggi che brulicano nel termitaio di figure raccontate da Rachel Cusk nel suo romanzo “Resoconto”, tradotto splendidamente da Anna Nadotti per Einaudi Stile Libero (pagg. 185, euro 17), si riflettono molti dei pensieri attorno allo scrivere, alla letteratura, che stanno alla base del lavoro dell’autrice di origine canadese. Nata a Saskatoon, cresciuta a Los Angeles prima di trasferitasi in Inghilterra quando aveva sette anni, in Italia è conosciuta per due splendidi romanzi: “Arlington Park” e “Le variazioni Bradshaw”, entrambi pubblicati da Mondadori.

“Resoconto” è il primo volume di un trittico che comprende anche “Transit” e “Kudos”, di prossima pubblicazione da Einaudi. Libro accolto in Inghilterra, in America, da grandi consensi e altrettante critiche. Perché alcuni recensori hanno accusato Rachel Cusk di aver ucciso il romanzo, adottando una forma narrativa del tutto inusuale. Molto più vicina a un modello spinto di autofiction, seppure elaborato con grande visionarietà, che alla struttura classica del racconto lungo.

Ma tante polemiche sono nate anche dal fatto che Rachel Cusk non ha mai esitato nell’inseguire una sua personale via alla letteraratura.  Liberissima dagli schemi e obbligata a rispettare soltanto le regole del suo divenire. Basterebbe pensare ai due saggi, in forma molto destrutturata e colloquiale, “Puoi dire addio al sonno: cosa significa diventare madre” e “Aftermath: on marriage and separation”, in cui la scrittrice non si faceva troppi problemi a raccontare la maternità, la nascita di un figlio, e poi la crisi di coppia, la separazione del proprio compagno, con estrema disinvoltura. E un approccio del tutto controcorrente.

In realtà, “Resoconto” si rivela straordinario fin dalla scelta del titolo originale: “Outline”. Che in italiano può suonare come schema, o anche come il resoconto scelto per la versione Einaudi. Ed è proprio questo che Rachel Cusk propone ai suoi lettori. Uno sguardo lucido e, solo in apparenza, imparziale sulla vita. Un punto d’osservazione che non si concede, e non concede, illusioni. Apparentemente freddo e non emozionale, ma in realtà capace di nascondere dietro lo stile di scrittura preciso e misurato, che si avvale di una lingua letteraria scarna eppure mai sciatta o fuori fuoco, la voce allegra della commedia e il tenebroso rantolo della tragedia, l’amore e l’indifferenza, la passione e il tradimento.

In un’estate molto calda, una letterata inglese arriva ad Atene per tenere un seminario dedicato alla scrittura. Non vuole dire molto di sé, preferisce diventare uno specchio capace di riflettere le storie degli altri. Anche se, in realtà, raccontando fin dei dettagli i destini del ricco imprenditore conosciuto in aereo che si lascia alle spalle le macerie di parecchi matrimoni falliti, ma alla fine vorrebbe fare un tentativo con lei di rimettersi in pace con sé e con gli altri, dell’amico che ha scoperto a proprie spese come spesso sia meglio non realizzare i sogni a lungo inseguiti, della donna che vive la propria bellezza come un ostacolo, finisce per aprire spiragli da cui filtrano frammenti significativi del suo stesso modo di stare al mondo.

Le storie che Rachel Cusk intreccia nel suo “Resoconto” non sono mai punti d’arrivo. Funzionano perfettamente come detonatori nascosti per far deflagrare altre storie, per portare a galla realtà interlocutorie, che poche pagine più in là potrebbero rivelarsi del tutto inaffidabili. Così, avanzando senza un progetto che, solo in apparenza, sembra non essere strutturato, la scrittrice traccia un affollato ritratto dell’essere uomini. Del giocarsi il proprio ruolo nella vita avanzando per tentativi. Che, presto o tardi, mostreranno il loro essere imperfetti.

Non stupisce che Rachel Cusk, nelle interviste, confessi di amare molto il cinema di Michelangelo Antonioni. Perché i suoi libri, come i film del grande regista de “La notte”, “Blow-up”, “Deserto rosso”, sfuggono all’obbligo di fornire un punto di vista per interpretare le immagini che l’occhio vede, le parole che legge. Perché, come dicela scrittrice in un passaggio di “Resoconto”, “qualunque sistema di rappresentazione poteva essere distrutto semplicemente limitandosi a violarne le regole”. Ed è proprio quello che fa Rachel Cusk: quando si diverte a scardinare il sistema di rappresentazione tradizionale che è il romanzo. Senza distruggerlo completamente. Anzi, facendo in modo che muti in continuazione, che rimescoli le carte sotto gli occhi del lettore. Per fornirgli il punto d’osservazione più interessante sulla vita. Quello che non concede mai di mettersi il cuore in pace sussurrando: “Adesso ho capito”. Perché sfalsa in continuazione la prospettiva.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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