• 18/03/2019

Claudia Durastanti: “La libertà è sfidare il silenzio”

Claudia Durastanti: “La libertà è sfidare il silenzio”

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Raccontare una vita è come orientarsi in un territorio che si crede di conoscere. Ma che non sarebbe possibile esplorare se, prima, non si riesce a riconoscere la traiettoria giusta, i bivi da non sbagliare, le salite da affrontare di slancio e le discese da misurare con grande prudenza. Se poi, quella vita da trasformare in racconto parla di tua madre, tuo padre, di te stesso, allora il viaggio si fa ancor più complesso. Accidentato. Perché è indispensabile trovare la strada maestra. Quella che passa per i territori del ricordo, ma anche dal loro mutare nel tempo in una sorta di mitologia familiare

Claudia Durastanti ha fatto un lungo viaggio prima di completare “La straniera”, il suo quarto libro pubblicato da La nave di Teseo (pagg. 285, euro 18). Romanzo, peraltro, accolto con grande apprezzamento e interesse da parte dei critici e dei lettori, tanto da permettergli di entrare tra i dodici candidati scelti per, poi, formare a giugno nella cinquina di finalisti del Premio Strega 2019. E lei stessa ammette che, forse, la storia di questo suo personalissimo viaggio, sospeso tra autobiografia e invenzione narrativa, se lo portava dentro già quando ha cominciato ad affacciarsi sulla scena editoriale con “Un giorno verrai a lanciare sassi alla mia finestra”, “A Chloe, per le ragioni sbagliate” e “Cleopatra va in prigione”.

Tanto riflettere, tanto arrovellarsi attorno alla “Straniera” nasceva da un’esigenza precisa. Quella di trovare una voce credibile, uno stile letterario eppure non artefatto, un linguaggio immediato ma, al tempo stesso, filtrato, frutto di un profondo lavorio interiore, che permettesse al romanzo di farsi portavoce di una storia davvero straordinaria. Quella di una coppia di ragazzi sordi che si incontrano, in maniera del tutto imprevedibile, rifiutano insieme la disabilità che gli costringerebbe a essere diversi agli occhi del mondo, formano per un po’ una strampalata famiglia. E poi si separano pur senza mai perdersi né rinnegarsi.

Da questo frammento di mitologia famigliare, Claudia Durastanti, nata a New York e cresciuta in un paesino della Basilicata, prima di trovare il suo centro di gravità a Londra, distilla un romanzo su cui giganteggia la figura della madre. Una donna capace di essere straniera in ogni luogo in cui abita, dalla Brooklyn degli italiani che non perdono mai il legame con la terra d’origine alla Lucania che non è più quella di “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, ma che continua a vivere in un tempo sospeso nel tempo.

E quell’essere straniera della madre “Straniera” deriva dal suo non arrendersi mai al destino di essere nata sorda. Tanto da rifiutarsi di usare il linguaggio dei segni in famiglia. Tanto da appassionarsi in maniera maniacale alla musica, girando armata di un walkman che le regala il padre. Tanto da crescere i figli spalancando davanti a loro un orizzonte di libertà che sembra non conoscere confini. Perché la volontà può aiutare a valicare qualsiasi ostacolo, se sei determinato a farlo.

Scritto con uno stile lineare e limpido, ma anche tormentato e stratificato, che mescola i generi con grande abilità, riuscendo a far convivere i toni del memoir con la finzione narrativa pura, gli intermezzi saggistici che Claudia Durastanti dedica alla sua grande passione per la letteratura, la musica e il cinema, “La straniera” si rivela scoperta di un lessico familiare che crea margini larghissimi alla ricerca della libertà personale. È un’educazione alla vita che passa veloce di madre in figlia, transitando per le tappe obbligate del rifiuto transitorio e necessario del canone genitoriale per trovare una propria via all’esistere. È un rinvenire da molto lontano, da altre emigrazioni, da sempre nuovi spaesamenti, quanto rimanga delle voci, dei ricordi, dei rapporti quotidiani così apparentemente scontati, eppure fondanti, di quella famiglia così originale e strana da sembrare oggetto di invenzione artistica.

“Audre Lorde, una poetessa americana ‘queer’ che amo molto, usava un termine che mi sembra perfetto per definire il mio romanzo – spiega Claudia Durastanti, che è stata tra gli ospiti di Book Pride 2019 alla Fiera del Vapore di Milano -. Ed è: bio-mitografie. Perché metteva sulla pagina una storia del sé intrecciata a una narrazione che potremmo definire mitologica. Racconti, insomma, che si riflettevano nelle vicende della gente, della Storia. Ecco, trovo che questo punto di vista socio-politico sul racconto della mia famiglia mi abbia aiutato tantissimo a non tenere il fuoco del romanzo ristretto soltanto sull’esperienza dei miei genitori. Anche perché si tratta di una vicenda molti particolare, che rischia di affascinare subito il lettore, ma al tempo stesso di farlo sentire rapidamente estraneo”.

Perché racconto l’isolamento della sordità?

“Sì, un isolamento fisico, biologico, che si unisce poi a particolari inclinazioni caratteriali. Quindi, la mia preoccupazione era come trasformare questa storia personalissima in un romanzo capace di creare connessioni. Ecco perché sono partita dal racconto quasi mitologico del primo incontro tra mia madre e mio padre: sono cresciuta nel racconto ripetuto, in questa mitologia minima dall’eterno ritorno, e l’ho preso come punto d’avvio per scrivere una storia in cui chiunque si possa identificare. Perché credo che ognuno di noi, scavando nella storia della propria famiglia, sia in grado di riportare a galla degli episodi diventati mito”.

L’incomunicabilità, data dalla sordità dei suoi genitori, diventa un personalissimo lessico familiare?

“Il concetto di lessico familiare mi è molto caro, anche perché mi riporta al romanzo di Natalia Ginzburg che amo tanto. Nel mio libro uso usa frase della scrittrice americana Lorrie Moore che dice: ‘La mutilazione è un linguaggio’. Infatti, mi sono resa conto che mia madre, rifiutando di comunicare con noi figli attraverso i segni, a modo suo ha inventato una lingua. Se vogliamo, automutilandosi. Affrontando un’esperienza brutale, forzata, che ha creato però tra noi una forma di comunicazione specialissima e tutta nostra”.

“La straniera” è anche una riflessione sul linguaggio come atto creativo?

“Certo, anche perché spesso certe modi di comunicare vengono liquidati come prodotto di ignoranza. Come una sgrammaticatura. Quando, invece, ogni lingua esprime un suo mondo. E porta con sé, ad esempio quando s’incontra con l’italiano, un contributo interessante. Che può arrivare da donne con problemi di disabilità, ma anche da migranti che devono imparare in fretta una lingua a loro aliena”.

Il mondo dei sordi viene raccontato come un oceano di silenzio…

“Quello che ho voluto raccontare io, al contrario, è un mondo pieno di voci. Mettendomi in ascolto di questo silenzio riempito da volumi acustici altissimi. A volte, quando sono all’estero, gesticolo molto. Pensano che lo faccia perché sono italiana. In realtà mi porto dietro quel linguaggio che accompagna sempre il dialogo con mia madre, anche se forse per gli altri non ha alcun significato”.

Quanto difficile è stato abbandonare la finzione narrativa dei tre primi romanzi?

“Il percorso di avvicinamento a questo libro è stato lungo e complicato. Ho lavorato molto sull’idea della ‘Straniera’, anche quando non ero affatto convinta di scriverla. Perché non volevo rivelare troppo sulla storia della mia famiglia. Forse mi ero illusa che fosse facile scrivere un libro così. Ma penso di avere trovato il tono e la forma giusta anche grazie al lavoro di giornalista culturale che faccio da tempo. All’indomani delle elezioni di Donald Trump, pur vivendo un momento di stordimento, invece di calarmi nei panni della saggista che conosce la politica americana, e che in qualche modi si aspettava quel risultato, non ho scritto un articolo adottando la classica forma impersonale. No, ho voluto raccontare in prima persona la storia dei fratelli di mia madre che avevano votato The Donald. Proprio perché scegliendo questo punto di vista minimo, rispetto alla complessità di una nazione come gli Stati Uniti, mi sembrava di avere trovato una chiave di lettura tutta mia”.

Doveva trovare la voce dell’io. Il tono giusto per guardare la propria vita da scrittrice?

“Non mi interessava fare un memoir di mia madre. Ma raccontare questa sua grande sfida di libertà rispetto ai ruoli che vengono assegnati a ognuno di noi. Uno dei ricordi più belli è legato a quando la scambiavano per una straniera, per il suo modo di parlare strano, e lei diceva con aria trionfante: hai visto, non hanno capito che sono sorda. Questo avere un approccio creativo rispetto alla propria vita, spacciarsi per qualcosa che non si è, credo sia la condizione non solo di tanti disabili, ma anche di chi si trova a vivere lontano dalla propria terra”.

Lezione che è servita anche a lei?

“Purtroppo no. Quando mi sono trovata nella condizione di straniera, forse per un eccesso di libertà, non ho avuto quella spensieratezza e quella capacità di rivendicare il ruolo. In me si è trasformata in malinconia, quasi in malattia”.

Forse perché la sua “normalità” ha imparato a considerarla oppressiva, in qualche modo?

“Credo sia così. Un figlio deve sempre rompere gli schemi imposti dai proprio genitori per trovare se stesso. Anche se sono stili di comportamento imperniati su una grande libertà. Credo sia questo il messaggio più forte che mi ha trasmesso mia madre”.

Sembra paradossale dirlo, ma il suo grande amore per la musica è un altro dono della madre?
“Nel romanzo racconto questo rito ossessivo del Festival di Sanremo, che mia madre seguiva sempre. Cogliendo, ovviamente, più il valore dei testi, l’aspetto cantautoriale, che quello musicale. Lei ha sempre avuto un’attenzione ossessiva per i testi, per i movimenti delle labbra, adorando personaggi come Patti Smith. Ecco, adesso posso dire che i miei genitori mi hanno spalancato le porte della musica pur non sentendola. Proprio per questo, le polemiche sul Nobel a Bob Dylan, mi sono sembrate del tutto incomprensibili”.

Ce lo spiega?

“Per me la sua musica è sempre stata testo prima che voce. Parola, poesia, racconto, oltre che suono. Se penso a mio nonno che comperava il walkman per mamma non lo considero assolutamente il comportamento di una persona disorganizzata, ignorante e incapace di capire la realtà, ma un gesto di grande visionarietà e libertà”.

Famosi musicisti hanno reso omaggio al silenzio in musica…

“Cito nel romanzo un disco: ‘Sounds of silence. The most intriguing silences in recording history’ che dimostra come grandi compositori, da John Cage agli Orbital, da John Lennon a Afrika Bambaataa, abbiano considerato il silenzio come parte integrante della musica”.

Il titolo del romanzo è anche un omaggio ad Albert Camus?

“Senza dubbio. Ma mi permette pure di raccontare nel mio libro una curiosità. Il romanzo di Camus, in Inghilterra, è stato tradotto come ‘The outsider’ e non ‘The stranger’. Per non confonderlo con ‘La straniera’ della scrittrice polacca Maria Kuncewiczova. Storia di una donna che si sente esule dovunque vada”.

Giornalista, traduttrice: quando l’hanno aiutata queste scritture altre a diventare una narratrice?

“Tanto. Perché mi hanno aiutata ad allargare il mio orizzonte, che era un po’ limitato alla lettura dei grandi romanzi, soprattutto americani. Infatti nella ‘Straniera’ ho riutilizzato dei pezzi di non-fiction che arrivano proprio dal mio lavoro di giornalista,. Ovviamente, nel romanzo, assumono anche significati difformi. Credo che diversificare il proprio lavoro di scrittura sia molto importante, pur rifuggendo dalla tentazione di improvvisarsi tuttologi”.

I libri, la lettura, oltre alla musica, l’hanno aiutata a trovare un centro di gravità?

“Io sono della generazione pre-internet. Quando, a sei anni, sono ritornata da Brooklyn a vivere in un paesino della Basilicata, trovare certi libri, certi dischi, era una vera conquista. Bisognava ordinarli, attendere l’arrivo del pacco. Un’ingenuità romantica, se vogliamo, che ho perso quando sono andata a vivere ain una metropoli come Londra. Ma allora, sì, l’attesa, la scoperta di cose sempre nuove, aveva un significato importantissimo. Nella ‘Straniera’ racconto anche questo: come nei libri, nei dischi, si possa trovare la propria salvezza”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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