• 22/03/2019

Marina Mander, quanto fragile è l’odiare l’altro

Marina Mander, quanto fragile è l’odiare l’altro

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Nessuno ha mai ascoltato la voce di Caino. Perché, nel racconto del reprobo, avrebbe trovato parole che fanno paura. Ragionamenti e frasi che viaggiano liberi dentro di noi, ci costringono a guardare il nostro lato oscuro. Fanno tremare le fragili certezze delle brave persone, dei buoni padri di famiglia, delle madri animate dall’altruismo, dei fratelli che sanno fare spazio all’altro nel proprio mondo. Così, a forza di silenziare i tenebrosi ragionamenti di chi elabora pensieri scomodi, abbiamo perso di vista la realtà. Ci siamo illusi di vivere in un mondo fatto da persone buone, altruiste, caritatevoli.

Ma se, per una volta, lasciassimo parlare Caino? Se provassimo solo a sintonizzarci con la sua voce sguaiata, con quei ragionamenti che ci fanno accapponare la pelle? Probabilmente otterremo qualcosa di simile al nuovo romanzo di Marina Mander. “L’età straniera”, pubblicato da Marsilio nella collana Romanzi e racconti (pagg. 206, euro 16), candidato al Premio Strega 2019 e già inserito nella lista delle 12 opere di narrativa da cui verrà selezionata la cinquina dei finalisti, arriva nelle librerie otto anni dopo “La prima vera bugia”, che la critica e i lettori hanno acclamato come il lavoro letterario più maturo e riuscito della scrittrice triestina che vive da molti anni a Milano. E che si è fatta apprezzare anche per “Ipocondria fantastica”, “Il catalogo degli addii”, “Nessundorma” e “Il potere del miao. I gatti che mi hanno cambiato la vita”.

La voce dissonante de “L’età straniera” è quella di un adolescente. Un ragazzo di 17 anni che non ama la scuola, anche se poi riesce a portare a casa voti discreti, non fuma sigarette ma qualche canna sì, ha una mamma che lui stesso ha incoronato Premio Nobel per le tette, un amore viscerale per Kurt Cobain dei Nirvana che, in qualche modo, compensa la sua difficoltà a trovare la chiave d’accesso al misterioso mondo delle ragazze, per capirci qualcosa in più.

Non c’è un padre, in questa storia, perché quello di Leo, il professore di Matematica, che lui ricorda soprattutto nelle estati al mare, un giorno si è immerso tra le onde con l’accappatoio e le ciabatte e non è più tornato. Di quella figura evanescente rimangono poche immagini in casa. Anzi, soltanto una, che il ragazzo finirà per distruggere e eliminare nel gorgo dello sciacquone con disperazione iconoclasta.

E, certo, non si può definire padre il nuovo compagno della madre. Un taxista che sembra arrivato in casa come se la sua presenza fosse scandita, misurata, pesata sempre dalla macchinetta che calcola quanto gli devono i suoi clienti alla fine del corto viaggio per le strade di Milano. Tanto che Leo non riesce mai a chiamarlo con il suo vero nome. Preferisce usare la sigla che lo contraddistingue nel mondo delle macchine a noleggio: Tango-12-in-2-minuti.

Margherita, la madre de “L’età straniera”, lavora come assistente sociale. È un’ottimista del nulla, come dice Leo, una che la fa un po’ troppo facile. Anche quando decide di salvare un ragazzino rumeno che passa le sue notti tra la strada e i locali malfamati. Uno scricciolo scappato dalla Romania, capace di dire a malapena quattro parole in italiano, che non studia, non lavora, e si guadagna da vivere assecondando le voglie sessuali di uomini che magari, pochi istanti prima, hanno addormentato la propria bambina raccontando la favola della buonanotte, dove un lupo cattivo si mangia i cuccioli di qualche madre inerme.

Così, Florin piomba in casa di Leo senza che nessuno abbia chiesto al ragazzo se è disposto a condividere la propria stanza, il tempo familiare della cena, gli sguardi d’intesa con la madre, i silenzi e i momenti di malinconia, i ricordi sfumati del padre che non c’è più, i sogni di baciare, toccare una ragazza, che finora non si sono mai realizzati. Quell’intruso rumeno porta con sé i misteri di un mondo dove si può usare il proprio corpo per ottenere in cambio del denaro. Trascina nella nuova, traballante famiglia il fascino ambiguo del mondo notturno, dei rapporti omosessuali di cui nessuno parla mai, anche se poi scopri che sono tantissimi gli uomini che ogni notte vanno a cercare affannosamente gli adolescenti portati sulla strada dalla miseria e della solitudine. Rappresenta il trionfo della carnalità sfacciata, volgare, dolorosa, la realtà spietata del “prendi e dai”, accanto all’adolescenza inesplosa, scontrosa, con il corpo disconnesso dal pensiero di Leo.

Costretto ad accettare la vicinanza di un altrove che non conosce, che lo turba e lo incuriosisce al tempo stesso, Leo finisce per alzare un muro. Si rifiuta di chiamare Florin con il proprio nome. Lo ribattezza Iwazaru, pensando a quella delle tre scimmiette che non parla mai. Mal sopporta i salamelecchi, le gentilezze, le attenzioni che la madre riserva all’ospite strappato da un destino terribile. Si trincera dietro il suo vivere uno dei momento di transito più complessi nella vita di un essere umano, l’età straniera: “Sono un adolescente difficile. Gli adolescenti sono difficili, non ti ricordi? Non te ne hanno parlato ai corsi di formazione?”. E non basta che la madre, per consolarlo, lo abbracci subito. Gli sussurri con tutta la dolcezza che può: “Ti voglio bene, ti voglio bene tantissimo, tu non hai concorrenti”.

La diffidenza, il terrore di perdere le certezze del proprio fragile mondo, e al tempo stesso la curiosità per un coetaneo che sembra portare impresse su di sé le stigmate più dolorose e imbarazzanti che la vita ti può affibbiare, spingono Leo a immaginare un finale tragico al suo rapporto con Florin. Lo portano a elaborare una strenua autodifesa davanti a un immaginario tribunale, pronto a giudicarlo per tutti i “reati” compiuti nei confronti dell’ospite rumeno, e anche del padre morto suicida. Uno che, secondo la madre, avrebbe portato all’interno della casa una ventata positiva di novità, convinta che “forse potete farvi bene l’un l’altro”.

Ma le ferite dell’adolescenza, quel senso di inadeguatezza e spaesamento di fronte a un mondo che non ti lascia vivere gli anni bellissimi e terribili dentro una bolla di incoscienza e spensieratezza, spingono Leo a demonizzare Florin. A trasformarlo nell’origine di tutti i suoi disagi. E, al tempo stesso, a spiarlo in ogni gesto che fa. Per provare a capire come si può crescere, navigare nelle acque torbide della realtà, quando nessuno ti regala mai un sorriso disinteressato. Quando non puoi mai sperare che una carezza non sia seguita da qualcosa di sgradevole.

Così, solo lasciando fluire dentro sé la voce acida dell’odio, solo architettando tutti i dispetti immaginabili, sentendosi un po’ Caino nei pensieri prodotti da quel magma oscuro che ribolle tra il cervello e il cuore, i due ragazzi troveranno un modo per riavvicinarsi, conoscersi, capirsi. E magari per abbassare le armi, per trasmutare l’estraneità in appartenenza.

Scritto senza svicolare davanti alla voglia di illuminare a giorno le paure irrazionali che ci portano a demonizzare l’altro, sostenuto da una voce narrante forte, a tratti irritante e perfino sgradevole, eppure piena di un dolore nascosto che è difficile trasformare in parole, di un’umanissima sincerità nell’affrontare le proprie idiosincrasie in un mondo governato dalla violenza,  “L’età straniera” ritrova la stessa perturbante e limpida fascinazione narrativa de “La prima vera bugia”. Perché Marina Mander racconta il tempo instabile dell’adolescenza. Guarda da quell’osservatorio appartato il mondo complicato degli adulti. Costruisce un romanzo che parla al presente con disarmante, limpida, sincera empatia. E sa strappare al nostro tempo le maschere indossate per il timore di capire ciò che veramente siamo. Ciò che vogliamo.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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