• 06/04/2019

Daniel Pennac, nelle stranezze di Bartleby ho ritrovato mio fratello

Daniel Pennac, nelle stranezze di Bartleby ho ritrovato mio fratello

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Era solo un biscotto. Uno di quei blocchetti di pasta cosparsi di mandorle. Ma quel giorno, Bernard ci aveva aggiunto dello zenzero. E nell’offrirlo a Daniel aveva pronunciato una frase misteriosa: “Gradisci un Bartleby?”. Soltanto molti anni dopo, quel ragazzino a cui era stato offerto il dolcetto avrebbe scoperto l’origine del suo nome misterioso. Rimandava a uno dei gioielli narrativi di Herman Melville. Si chiamava così, insomma, perché i biscotti allo zenzero erano uno dei pochi alimenti di cui si cibava Bartleby lo scrivano, protagonista dell’omonimo racconto pubblicato dallo scrittore americano nel 1853, prima in forma anonima, poi a nome suo.

Quel biscotto, molti anni dopo, è riuscito a provocare una sorta di cortocircuito nella mente di Daniel Pennac. Sì, perché era lui il bambino al quale il fratello maggiore aveva offerto un Bartleby. Solo che Bernard, adesso, non c’era più. Portato via da un’operazione alla prostata riuscita male in una clinica privata: “Praticano una resezione della prostata, perforano accidentalmente l’intestino, infezione diffusa, e tuo fratello muore di setticemia”. E lo scrittore, giorno dopo giorno, si rendeva conto di non sapere più niente del fratello morto, “se non che gli ho voluto bene”.

E allora? Difficile chiamare per nome un dolore che ti piomba addosso così, da un momento all’altro. Senza metterti sull’attenti. Senza avvisarti che non vedrai mai più Bernard. Che ti resterà il desiderio impossibile di parlare ancora con lui. Ascoltare i suoi silenzi, accomodarsi nella sua saggia arrendevolezza. Così, mentre i mesi passavano senza che il tormento dell’assenza si affievolisse almeno un po’, a Daniel Pennac erano tornati in mente i biscotti. E con loro, il personaggio da cui prendevano il nome: Bartleby. Un curiosa associazione, visto che lo scrittore francese di romanzi amatissimi come “Il paradiso degli orchi”, “La fata carabina”, “Signor Malaussène”, si era reso conto che lo scrivano e Bernard erano simili per il fatto che entrambi non erano disposti ad aggravare l’entropia. Vivevano, cioè, i propri giorni senza dovere per forza accaparrarsi un posto in prima fila nei rituali della società. Senza aggiungere altra confusione al disordine del vivere, già così evidente.

Ha preso forma, seguendo queste traiettorie, il desiderio di portare Bartleby in scena. Per ripercorrere i passi perduti di quel personaggio venuto dall’altrove. E per ritrovare la sintonia leggera con il fratello Bernard, spezzata dal dolore. Trasformata in un grumo di lacrime difficile da inghiottire. In una nostalgia sconfinata della sua voce. Quel progetto, poi realizzato a teatro in un centinaio di repliche della lettura scenica con lo scrittore stesso per protagonista, ha suggerito a Daniel Pennac uno dei suoi libri più belli. Si intitola “Mio fratello”, lo ha tradotto Yasmina Melaouah per Feltrinelli (pagg. 121, euro 14), ed è stato l centro di uno degli appuntamenti più affollati a Venezia di Incroci di Civiltà, il Festival della letteratura organizzato dall’Università Ca’ Foscari.

Pennac, che nel 2007 ha ricevuto in Francia il Prix Renaudot per “Diario di scuola”, per scrivere “Mio fratello” ha abbandonato la forma tradizionale del romanzo, del racconto. E si è avventurato su un terreno narrativo ibrido. Insidioso e affascinante. Facendo convivere, in una sorta di cambiamento rapidissimo di inquadratura, in un alternarsi frenetico di scenari, in un cambio continuo del fuoco del racconto, due mondi apparentemente lontanissimi. Uno, quello di un enigmatico scrivano, di un silenzioso e imbarazzato collaboratore di un notaio, che Melville trasforma in poche pagine in un segno di contraddizione. Nel simbolo del rifiuto totale di ogni commercio carnale con la vita (“I would prefer not to”, preferirei di no, ripete in continuazione il personaggio), di ogni seppur microscopico compromesso. L’altro, quello di Bernard, il figlio prediletto dalla madre tra i tre fratelli Pennac. Un uomo rispettato e stimato nel suo lavoro, ma completamente incapace di farsi amare dalla moglie e di godere una vita privata governata dalle regole valide per gli altri.

Raccontando il divenire sempre più folle del destino del taciturno scrivano, riscrivendo le pagine ammirate e chiosate da fior di lettori di Herman Melville, Daniel Pennac ritrova la sintonia perduta con il fratello morto. Riscopre in lui, nel suo essere discreto fino a sparire dalla scena della vita, nel maldestro tentativo di suicidio, nell’esilio volontario all’interno della sua stessa famiglia, il senso profondo dell’essere stati fratelli. Di essere vissuto, lui che era il più piccolo, nell’ombra quieta e protettiva di chi aveva dovuto sostenere con coraggio e fatica il ruolo del preferito di casa. Di colui che, sempre e comunque, era costretto a sentirsi all’altezza del compito che gli era stato assegnato. Senza chiedergli se fosse d’accordo. E se si sentisse in grado di reggerne il peso.

Emblematici, nella sovrapposizione inesorabile e progressiva delle ombre di Bartleby e di Bernard, risultano un paio di episodi. Quello del fratello che non si scompone quando una mosca gli si posa sul naso. E visto che nessuno accenna al fatto che lui non la scaccia, esclama imperturbabile: “Poveretta, mi scambia già per il mio cadavere”. Scatenando l’ira della moglie. La stessa donna che, quando Daniel Pennac le chiederà di ricordare qualcosa di gentile a proposito di Bernard, lei con la fronte aggrottata, le sopracciglia corrugate, la bocca contratta, finirà per dire: “Non l’ho mai tradito”. Come se al centro del mondo, lui non ci potesse essere proprio. Né da vivo né da morto.

Non è facile raccontare il dolore senza precipitare nella retorica. E ancor più difficile è riportare in vita con le parole un fratello che ti manca come l’aria che respiri. Una di quelle figure che ti hanno insegnato quanto la vita possa essere gentile, dolce, accettabile, se la guardi da un’altra prospettiva. Daniel Pennac, da grande scrittore, è riuscito a evitare le trappole della nostalgia, del sentimentalismo. Lasciando che fosse l’emozione a prendere il comando della sua creatività. Suggerendo ai geometrici pensieri, che finiscono per costruire storie sempre troppo perfette, di farsi dirottare verso territori inesplorati. Proprio lì dove “Un fratello” è diventato un piccolo capolavoro di umanissima letterarietà.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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