• 06/04/2019

Paulina Flores: “Le mie vite di un Cile che ha paura del passato”

Paulina Flores: “Le mie vite di un Cile che ha paura del passato”

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C’è un solo modo per capire la vita. Bisogna guardarla. Osservarla da vicino. E poi raccontarla senza emettere giudizi. Senza chiudere gli occhi davanti alle cose sgradevoli. Senza nascondere la certezza che in fondo al buio c’è la luce. Ma prima bisogna attraversarla, quell’oscurità. Come ha saputo fare Paulina Flores, la scrittrice cilena che, con il libro di debutto, è riuscita a conquistare subito un premio prestigioso. Quello intitolato allo grandissimo scrittore, morto a Barcellona nel 2003, Roberto Bolaño.

E un altro premio l’ha ricevuto in Italia, a Venezia, un Paese che sente molto vicino per tutti i libri che ha letto. Per tutti gli scrittori che l’hanno accompagnata, idealmente, nel suo avvicinamento alla letteratura. Nell’ambito di Incroci di Civiltà 2019, il Festival della letteratura organizzato dall’Università Ca’ Foscari, Paulina Flores è stata insignita, infatti, del Bauer Giovani. Una vera e propria consacrazione internazionale per le migliori voci emergenti nella narrativa.

Ma non basta. Il libro che ha fatto conoscere Paulina Flores, “Che vergogna”, tradotto da Giulia Zavagna per Marsilio (pagg. 235, euro 16), è stato inserito da “El Pais” nella lista dei migliori dieci libri in lingua spagnola pubblicati nel 2016. Tanto da conquistare un lettore esigente, fortunato autore di bestseller lui stesso, come Luis Sepúlveda che l’ha definita una “scrittrice coraggiosa che sa cosa significa raccontare”. Mentre i nove racconti che compongono la raccolta hanno richiamato alla memoria lo stile e la maestria delle più grandi virtuose delle storie brevi, da Flannery O’Connor al Premio Nobel Alice Munro.

Sono adolescenti, i protagonisti di “Che vergogna”. Figlie innamorate del padre sfortunato al punto da mettersi a cercare un lavoro, una soddisfazione per lui, finendo per combinare solo guai. Ragazzine che si innamorano di chi, in realtà, vuole approfittare di loro. Giovani vite che ricordano il momento in cui hanno attraversato il confine tra l’età dell’innocenza, dove tutto sembra possibile, e quello della maturità, dove spesso i sogni si sgonfiano come palloncini ormai consumati.

E in questo coro di voci, la vita si riflette in tutta la sua bellezza, ma anche in tutta la sua crudele imprevedibilità. Senza che mai Paulina Flores si lasci trasportare dalla tentazione di modificare il percorso della storia, per ottenere un finale magari più confortante. Più consolatorio. Ma che finirebbe per suonare falso. Artefatto. Peccato mortale da rifuggire a tutti i costi per chi, come la trentunenne scrittrice cresciuta in un rione a nord di Santiago del Cile, crede davvero nella letteratura.

“Questo è il mio primo libro, sono convinta di essere cresciuta insieme a lui – spiega Paulina Flores -. Forse le storie sono arrivate così, un po’ dal mio inconscio, senza che io me ne rendessi veramente conto. Fare bene il lavoro di narratore significa prendere distanza da quello che si racconta, come diceva Walter Benjamin. Ma al tempo stesso, puntando gli occhi su quello che accade ad altre persone, o personaggi immaginari, si può intraprendere un confronto con le proprie esperienze vissute ogni giorno”.

Che cosa la incuriosisce, quando scrive?

“Mi incuriosisce moltissimo la vita degli altri. Forse perché ho letto tanti grandi romanzi americani, russi”.

Come nascono i suoi personaggi?

“I miei personaggi, ovviamente, sono allegorie. Eppure spero che raccontino in maniera precisa quello che è il Cile di oggi. Un Paese che ha un rapporto molto complicato con il passato. Ricordo che i crimini della dittatura di Augusto Pinochet non sono stati mai puniti. E anche che si distruggono bei palazzi vecchi per costruirne di nuovi magari bruttissimi. Per questo i miei personaggi raccontano la propria storia per trovare il senso della vita, per ricordare i momenti in cui sono stati liberi”.

Anche per i giovani è così difficile confrontarsi con il passato?

“Il problema è che il nostro Paese ha una Costituzione approvata dalla dittatura. In più, il neoliberalismo spinto domina l’economia in maniera aggressiva. Così, per i giovani non è facile ribellarsi, cercare di affrontare i fantasmi del passato per poi rimuoverli dall’orizzonte. Ci riteniamo più fortunati dei nostri genitori, che hanno vissuto sulla propria pelle il terrore dei tempi di Pinochet, però, al tempo stesso, ci rendiamo conto che il futuro è tutto da decidere. Da costruire”.

Perché ha scelto di debuttare con un libro di racconti?

“Ho iniziato a scrivere quando ancora studiavo Letteratura all’università. Lavoravo già per mantenermi, dal momento che ero andata a vivere da sola. Ecco, ho iniziato a scrivere racconti perché era una forma narrativa che potrei definire economica. Un romanzo, infatti, richiede tanto tempo, una grande concentrazione. E io, in quel momento, non me li potevo permettere. Per questo non mi era difficile iniziare un racconto, concluderlo appena riuscivo per poi passare a un altro”.

Però le piacerebbe sperimentare, confrontarsi con il romanzo?

“Sento di essere una scrittrice in costante evoluzione. Sto crescendo, non mi spaventa il fatto di sperimentare altri generi, altre forme, altri linguaggi. Forse un giorno, chissà, potrei confrontarmi addirittura con un romanzo fantascientifico, o una saga distopica”.

Dopo il Premio Bolaño, il Bauer Giovani a Venezia. Sente un legame con la letteratura italiana?

“Senza dubbio. Provo un grande amore per Natalia Ginzburg e anche per Pier Paolo Pasolini. Ma dovrei citarne molti altri, e forse è inutile fare un elenco lungo. Però, al tempo stesso, appartengo a a quella generazione che è cresciuta con internet, che sente di avere un’identità molto fluida. Una generazione che potrei definire globale, capace di identificarsi anche negli aspetti di certe culture che, apparentemente, dovrebbero essermi estranee”.

Per esempio?

“Mi piacciono moltissimo gli Anime, i cartoni animati giapponesi. Li ho guardati molto quand’ero ragazzina, mi sono serviti a capire che il nostro mondo non ha più barriere, se non quelle che sono dentro di noi”.

Sta già scrivendo un libro nuovo?

“Sì, appena rientro a Santiago mi concentrerò sul mio primo romanzo, che ho già iniziato a scrivere. Una sfida del tutto nuova. Difficile, impegnativa, però entusiasmante. Vorrei mettere al centro della storia il problema dell’emigrazione, oggi così drammatico”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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