• 10/05/2019

Guadalupe Nettel, il fascino luminoso del lato oscuro

Guadalupe Nettel, il fascino luminoso del lato oscuro

Guadalupe Nettel, il fascino luminoso del lato oscuro 1024 678 alemezlo
Nessuno vive il suo lato oscuro alla luce del giorno. Perché finirebbe per apparire come un mostro. Scaverebbe tra sé e la società dei “normali” un fosso incolmabile. Un abisso di diffidenza e orrore. Ma se trovassimo il coraggio di spostare gli occhi dalla quotidiana finzione, che cosa scopriremmo? Mostri? Oppure persone del tutto uguali a noi che gestiscono la loro alterità nella paura di confessarla, di esternarla, di ammetterla veramente?

Proprio qui sta il punto. Lo scrittore messicano, di origine italiana, Mario Bellatin ha scritto che la “bellezza del mostro sta nel suo non rendersene conto”. Nel fatto, cioè, di abitare la penombra senza sottrarsi ai riti della vita quotidiana. Come i personaggi di un’altra grande, perturbante, affascinantissima narratrice messicana: Guadalupe Nettel. Già conosciuta dai lettori italiani per due libri pubblicati da Einaudi, “Il corpo in cui sono nata” e “Quando finisce l’inverno”, vincitore del prestigioso Premio Herralde, e per i racconti del “Bestiario sentimentale”, editi dalla Nuova Frontiera.

Adesso, sempre La Nuova Frontiera propone “Petali e altri racconti scomodi” (pagg. 115, euro 15) nella splendida traduzione di Federica Niola. Sei passi nel delirio dell’immaginazione a briglia sciolta. Sei cazzotti nello stomaco di chi considera la letteratura un asettico rituale da salotto borghese. Sei sguardi nella penombra dell’essere, dove si muovono, amano e soffrono, sognano e fantasticano, persone del tutto uguali a noi. Ma che, se li guardi da vicino, ti regalano “la sensazione che dà scoprire i lati oscuri di un conoscente senza il suo permesso”, come dice Guadalupe Nettel da Città del Messico, che vive e lavora come traduttrice e insegnante a Barcellona. E nel 2008 ha dedicato un bellissimo saggio a uno dei suoi maestri ideali: Julio Cortázar.

Infatti, quando si parla di Guadalupe Nettel, molti critici finiscono per fare riferimento proprio a lui. Allo scrittore di “Razyuela. Il gioco del mondo”, “Storie di cronopios e di famas”, “Il giro del giorno in ottanta mondi”. Di quel racconto inquietante e bellissimo che si intitola “Casa tomada-Casa abitata”, una metafora della violenza del Potere mascherata da narrazione fantastica. Oppure si rifanno a un altro grande maestro del racconto perturbante: Edgar Allan Poe. E non pensano mai, ad esempio, a un maestro italiano della letteratura fuori rotta: Tommaso Landolfi. Che in racconti come “Maria Giuseppa”, “Un petto di donna”, “La moglie di Gogol”, “Il babbo dio Kafka”, esplora la zona grigia che sta al confine tra la realtà e l’immaginazione. In equilibrio tra quelle che Italo Calvino definiva “l’esattezza e il caso”. Dove nella prima parola si rispecchiava tutta l’illusoria perfezione che governa il mondo, mentre nella seconda risuonava l’ingovernabile precarietà dell’esistenza stessa.

Sei passi nel delirio, si diceva, questi “Petali” che Guadalupe Nettel sfoglia con ammirevole precisione e inquieta maestria davanti agli occhi del lettore. In ordine di apparizione, la scrittrice messicana immagina la vita di un fotografo di Parigi che, nel racconto “Ptosi”, confessa di essere ossessionato dalle palpebre difettose. Membrane che scendono, pezzetti di carne che si allungano a coprire gli occhi in maniera nomala, e che lui inquadra sia prima che dopo gli interventi di chirurgia estetica effettuati dal dottor Ruellan. Anche se, non c’è dubbio, preferisce le donne come sono prima che il bisturi le riporti alla normalità. “Traspersiana”, invece, è una sorta di omaggio indiretto alla “Finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock, nata dalla fantasia del grande scrittore americano Cornell Woolrich, dove però il gioco di seduzione si rovescia. Ed è una donna a illudersi di guidare l’eccitazione di un uomo standosene al riparo dei vetri di casa. In “Bonsai”, un giovane impiegato giapponese scopre le sue evidenti affinità con i cactus, mentre riconosce nell’amata moglie la soffocante vitalità delle piante rampicanti. Tanto da mettere in dubbio la sopravvivenza del loro rapporto d’amore.

“Oltre il molo” è uno splendido, lussureggiante racconto di formazione, in cui un’adolescente insegue in un’isola tropicale la fantastica utopia della Vera Solitudine. Fino a quando la vita le presente il conto. In “Petali” un collezionista di odori cerca la sua margherita non in qualche raffinata serra, o nei migliori salotti della buona società, ma andando a fiutare gli ambienti meno poetici e più prosaici: i bagni per signore. Ultimo arriva “Bezoar”, che tra tutti è forse il racconto più oscuro e sconcertante. Dove una modella ripercorre la sua ossessione per i capelli, e i peli in generale, che la portano a strapparli, a sconciare soprattutto la testa. Lasciando ampie chiazze di calvizie. Ma regalandole un godimento indicibile. assai superiore a quello che possono procurare gli alcolici o le droghe. Il suo precario equilibrio verrà scompaginato dall’incontro con Victor, giovane uomo assai affascinante, che la ossessiona, però, con il suo insopportabile tic: farsi scrocchiare le dita in continuazione.

Raccontando esseri imperfetti, guardando la vita dalla parte di chi non sarà mai un buon esempio, un modello di virtù, Guadalupe Nettel costruisce una galleria di ritratti umani, dolorosi, impossibili da dimenticare. Tanto che, alla fine del libro, sembrano assai più “scomodi” i racconti che ci bombardano ogni giorno dalle pagine dei giornali, dagli schermi della tv e dei computer. Storie di persone “normali” che si ostinano a nascondere il loro lato oscuro. E che non saprebbero mai riconoscere l’anomalo fascino di questi deformi, bellissimi “Petali” di tenebra.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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