• 23/09/2019

Tahar Ben Jelloun: “Ho scritto un giallo per divertirmi, pensando”

Tahar Ben Jelloun: “Ho scritto un giallo per divertirmi, pensando”

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Il Prix Goncourt l’ha vinto più di trent’anni fa. E nella lista dei favoriti al Nobel per la letteratura c’è da tanto tempo. E, allora, Tahar Ben Jelloun ha pensato che fosse arrivato il momento giusto per divertirsi un po’. Scrivendo un romanzo del tutto diverso da quelli pubblicati finora. Prendendo a prestito i toni, i temi, le atmosfere e i personaggi tipici del “polar”, del giallo. Per affrontare in maniera delicata, pure ironica, ma anche pensosa, uno dei tabù di sempre: la morte. Ovvero, il diritto a chiudere la partita con la vita quando il corpo, ormai, ha iniziato un percorso irreversibile di autodistruzione.

È nato così “Insonnia”. Un romanzo spiazzante, elettrico, originalissimo, pieno di ironia e, a volte, anche di humour nero. Un intreccio di storie che confermano il grandissimo talento di Tahar Ben Jelloun. E che hanno portato lo scrittore marocchino di Fès, sbarcato moltissimi anni fa a Parigi e considerato una delle grandi voci della letteratura francese contemporanea, a ritornare a Pordenonelegge. Dove ha parlato del suo nuovo libro, tradotto da Anna Maria Lorusso per La nave di Teseo (pagg. 255, euro 18), in occasione della ricchissima ventesima edizione del Festival.

L’insonnia è la sgradevole, imperversante compagna di viaggio delle notti di uno sceneggiatore che vive a Tangeri. Gli ipnotici e i calmanti non servono a procurargli un soddisfacente riposo, nessun medico è capace di trovare un rimedio che si rivela efficace per eliminare quelle interminabili ore trascorse a fissare il buio, aspettando che gli occhi si chiudano almeno per un po’. Così, si mette lui stesso a cercare un’antidoto alle sue notti bianche. E lo trova. Soltanto che, per guadagnare delle ore-bonus da trascorrere in perfetto relax, dovrà decidersi a diventare una sorta di angelo della Morte. Aiutando chi non riesce a morire a chiudere la propria partita con la vita.

La prima persona a passare nel regno dei morti, grazie all’aiuto dello sceneggiatore, sarà la sua vecchia madre. E, per un po’, le notti dell’insonne saranno un lungo viaggio tra i sogni. Ma quando comincerà a spargersi la voce che il prigioniero dell’insonnia aiuta la gente a morire, con grande discrezione qualcuno lo porterà sulla strada dell’eliminazione di personaggi imbarazzanti. E lui, dopo aver domato i propri dubbi e gli scrupoli morali, si presterà a eliminare un uomo che aveva torturato i prigionieri politici sotto il regno di Hassan II, un pedofilo, un uomo della mafia, un corrotto.

Tahar Ben Jelloun si diverte, in “Insonnia”, a regalare ai lettori un personaggio inquieto e originale, politicamente scorretto ma coinvolgente, che guarda la vita da un punto di vista totalmente personale. E allevia la propria sofferenza di insonne aiutando chi soffre, senza speranza di liberarsi presto da a quelle pene, ad abbreviare il calvario. Lo scrittore è bravissima a non scivolare mai nel moralismo, nella retorica, a non fare sermoni su un tema così delicato. Mantiene sempre un tono lieve. Ma non risparmia a se stesso, e a chi legge, domande che spesso si tende a sfuggire. Sul diritto a vivere e a morire.

“Ho sofferto d’insonnia io stesso, un po’ di tempo fa – spiega Tahar Ben Jelloun -. E da lì, dalla mia esperienza personale, è nata l’idea del romanzo. Però ho cercato di renderla anche un po’ leggera, a tratti quasi grottesca e comica. Proprio perché, dopo tanto tempo, volevo cambiare registro narrativo”.

Ma ha cambiato registro davvero?

“Io, di tanto in tanto, sento il desiderio di cambiare. Credo che questo sia un romanzo del tutto diverso dagli altri miei per stile, per come è costruita la storia. Ma penso sia normale per uno scrittore esplorare nuove direzioni. In Francia, questo libro è stato apprezzato come uno dei migliori ‘polar’, voi italiani dite gialli, uscito quest’anno. E spero di riuscire a scriverne altri di questo tipo”.

Il tema che tratta è serissimo: come accelerare la fine della vita. Però ha scelto un tono leggero…

“Mi sono divertito moltissimo a scrivere il libro. Alcuni amici mi hanno detto: è colpa tua se adesso ho l’insonnia. Perché non riesco a smettere di leggere il tuo romanzo; e così, passo la notte con te. Il problema è che ci sono già tante storie tristi in giro. La vita stessa,. troppo spesso, ci risulta pesante. E, allora, un po’ di leggerezza non guasta”.

Però, a un certo punto il suo sceneggiatore di Tangeri diventa un giustiziere?

“Sì, nella seconda parte del libro, il protagonista diventa una sorta di vendicatore. E se la legge sembra impotente, lui allora elimina un torturatore, un uomo della mafia, un corrotto, un pedofilo. Mette un po’ di ordine là dove regna l’ingiustizia”.

Le donne gli creano sempre problemi. Perché?

“Lui è uno scrittore, passa la sua vita a inventare storie. E scrivere sceneggiature per il cinema. Per forza, poi, si trova in difficoltà nel gestire la realtà. E le donne finiscono per rivoltarsi contro di lui. Lo scrittore, a ben guardare, è molto solo davanti al mondo”.

Ha vinto il Prix Goncourt nel 1987 con “Notte fatale”. Le raccomandazioni, la corruzione, sono arrivate anche lì?

“No, il Prix Goncourt è tra i più affidabili al mondo. Ci sono dieci giurati, tra cui anch’io, coordinati dal presidente dell’Académie, Bernard Pivot. I libri vengono letti seriamente, senza pregiudizi o favoritismi. Non ci sono intrecci mafiosi, lo si può vincere una volta sola nella vita. E posso dire che gli editori non si azzarderebbero mai a fare pressioni per favorire il proprio candidato”.

Com’è cambiata l’ospitalità francese, che ha raccontato in un suo libro?

“La situazione è peggiorata molto anche in Francia. Oggi, per chi arriva dal Marocco, come me, o dall’Africa, diventa difficilissimo entrare. E ancora più complicato è provare a inserirsi nella società. Purtroppo, Matteo Salvini è diventato popolare anche a Parigi e dintorni”.

<Alessandro Mezzena Lona<

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