• 18/11/2019

Mirt Komel: “Il mio pianista così moderno. E decadente”

Mirt Komel: “Il mio pianista così moderno. E decadente”

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Lui insegna Filosofia e Letteratura all’Università di Lubiana. Ha pubblicato saggi di teoria politica, antropologia sociale e psicoanalisi teoretica. E se non bastasse Mirt Komel è anche co-fondatore della Hegelian Association Aufhebung, specialista di studi filosofici sul tatto e la sensualità umana. E se venissero a dirvi che ha scritto anche un romanzo, anzi due? Seguendo i pregiudizi dovreste rispondere esattamente come lo scrivano Bartleby: avrei preferenza di no. Puntando la vostra attenzione sulla lettura di ben più quotati e lodati narratori.

Sarebbe un errore clamoroso. Perché se è vero che il campo di studi e di specializzazione di Mirt Komel è, senza dubbio, quello della filosofia, è altrettanto evidente che l’autore sloveno di Nova Gorica quando scrive un romanzo sa creare molto bene la propria traiettoria letteraria. Per capirlo, basta leggere il suo libro di debutto “Il tocco del pianista”, tradotto in italiano da Patrizia Raveggi, che non poteva non conquistare un editore coraggioso come Carbonio (pagg. 171, euro 15.50). Quello che ha fatto conoscere in Italia, tra l’altro, della scrittrice e blogger americana Caitlin Doughty e il suo “Fumo negli occhi e altre avventure del crematiorio”.

“Il tocco del pianista” è un romanzo dall’indubbia modernità, che ricorda, al tempo stesso, i grandi capolavori del decadentismo. “À rebours” di Joris Karl Huysmans  sopra tutti. Solo che il protagonista non è un giovane aristocratico, che decide di troncare ogni contatto con la società, come Des Esseintes, ma un ragazzo geniale ed eccentrico. Pianista fuori dai canoni, come Glenn Gould, Gabriel Goldman è tormentato dal desiderio e dall’impossibilità di toccare. Tanto da finire in ospedale a causa della sua fobia per il senso del tatto, che lo abbandona soltanto nel suo rapporto carnale e travolgente per i tasti del pianoforte. Per trovare la propria strada dovrà scendere agli inferi e risalire aggrappandosi alla musica. Perché anche l’amore sarà un’intensissima, perturbante e transitoria esperienza.

Ospite a BookCity Milano 2019, Mirt Komel ha voluto rendere omaggio, con questo intenso romanzo, al suo amato Hegel. Perché la storia del “Tocco del pianista” ha come centro di gravità la ricerca della piena identità tra forma e contenuto. Senza trascurare l’importanza della rappresentazione, infatti, lo scrittore di Nova Gorica non rinuncia mai a far ruotare la sua storia attorno alle forme del pensiero.

“All’inizio volevo fare un classico Bildungsroman, un romanzo di formazione – dice Mirt Komel -. Poi, mentre scrivevo, ho continuato a leggere tanti libri degli altri. Soprattutto quelli di Vladimir Nabokov. Così, la situazione si è un po’ rovesciata. Perché è vero che racconto il divenire del piccolo Gabriel Goldman che scopre la musica, inizia a suonare il pianoforte, fino ad arrivare a ideare lui stesso la prima, vera composizione. Ma è anche vero che, poi, ci sono tutti i flashback del personaggio che scopre il desiderio, l’incapacità di toccare,. Tanto da finire in coma”.

Pensava a Joris Karl Huysmans, agli scrittori decadenti mentre scriveva?

“Se consideriamo il suo decadere dal contatto con il mondo, allora posso rispondere di sì. Credo che, a ben guardare, questo sia il senso vero dell’arte: creare qualcosa che ti permetta di stare nel mondo, anche se ti senti estraneo”.

Un artista controcorrente, rispetto al mondo d’oggi?

“Viviamo in un sistema capitalistico. Dove anche l’artista è costretto a piegarsi a certi comportamenti, alle richieste del mercato, se vuole sopravvivere. Intendo proprio mangiare, avere una casa. Gabriel, invece, non si lascia contaminare dalla realtà. Lui tira dritto per la propria strada”.

Quando è nata la sua passione per la musica?

“Esattamente quando ho iniziato a immaginare il mio romanzo. Non ho avuto una formazione musicale. Per questo mi serviva avere delle basi solide. Così, sono andato a scuola da un maestro di musica. Ho iniziato a suonare il pianoforte dieci anni fa. E non ero più un ragazzo, perché avevo già trent’anni. Non potevo accontentarmi della mia conoscenza filosofica ricavata dai saggi di Theodor Adorno, o dallo studio dell’importanza dei sensi umani come il tatto. Per questo mi sono impegnato a studiare, a ripetere certi brani tante volte. E mi è servito, pur restando un dilettante”.

Ma l’amore per il pianoforte è sopravvissuto alla fine della scrittura del romanzo?

“Assolutamente sì. Tanto che ho acquistato, proprio come fa Gabriel, un piano Thcaika prodotto in Russia nel 1916. L’ho pagato 500 euro. E ha rivoluzionato la mia casa, perché è diventato un pezzo d’arredamento importante della stanza dedicata ai libri. Mia moglie e il gatto hanno dovuto adeguarsi alla mia nuova passione. All’inizio, quando suonavo, il micio si comportava come un demone. Non capiva da dove arrivasse il suono, saltava dappertutto”.

Da dove arriva il suo interesse per il gesto del toccare, per la sensorialità?

“Tutto parte da un saggio del filosofo francese Jean Luc Nancy. Si intitola ‘Noli me tangere. Saggio sul levarsi del corpo’. Scritto da un pensatore che, all’inizio, si era fatto apprezzare per i suoi scritti fenomenologici e linguistici. E che solo in un secondo momento, dopo l’incontro con Jacques Derrida, che gli ha dedicato il libro ‘Le toucher, Jean Luc Nancy’, si è rivisto come filosofo del tatto. Dedicandosi a quelli che chiamano Haptic studies. Cioè lo studio del riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto, che combina antropologia, filosofia, sociologia”.

Il nostro presente ha cambiato di molto l’approccio con il tatto?

“Assolutamente sì. Negli anni ’80, quando sono nato, non c’erano ancora tutti gli apparecchi digitali che abbiamo oggi. E l’uomo non si spostava, non viaggiava con tanta facilità. Oggi, abbiamo eliminato la distanza. È facile raggiungere chiunque viva dall’altra parte del mondo. Però, non riusciamo più a toccare le persone. Si sono ampliate le distanze tra i corpi. Ognuno di noi è profondamente connesso, ma tremendamente isolato”.

Gabriel e il “Tocco del pianista” sono una riaffermazione della nostra umanità?

“Una riaffermazione della capacità di creare e della nostra umanità. Gabriel resta sconvolto quando scopre le macchine che agiscono sui martelletti dei pianoforti per renderli più morbidi. Più pronti al suono. In quel momento, ha la visione orrenda di un aggeggio meccanico che rende il pianista superfluo. Che suona completamente da solo. E, allora, vengono in mente i rischi legati all’intelligenza artificiale. Quando ci saranno automi capaci di aggiornarsi da soli, renderanno obsoleto e inutile anche l’uomo?”.

Lo ha raccontato il cinema…

“Molti film, da ‘Blade runner’ in là, passando per gli anime giapponesi e tante serie tivù, ci dicono che più andiamo incontro alla deumanizzazione di noi stessi, più rischiamo che, un domani, l’intelligenza artificiale miri a sviluppare un’autocoscienza.. Che la renderà più umana degli umani”.

Difficile pubblicare il suo romanzo in Slovenia?

“No, la mia casa editrice, la Žalobža Goga, è una delle migliori in Slovenia. Ha apprezzato subito nel mio romanzo perché crede nella letteratura. Ed era sicura anche che sarei stato selezionato per il Premio Kresnik. Del resto, il mio lavoro di scrittura è durato cinque anni. Rispetto all’originale, abbiamo tolto, migliorato e tolto, fino a raggiungere il risultato desiderato”.

Nel frattempo ha scritto un altro romanzo: “Medsočje”…

“È un’interpretazione del genere poliziesco. Sono un grande fan di ‘Twin Peaks e di David Lynch, così ho pensato di scrivere una storia che si ispiri a quel geniale serial. Ambientandola in Slovenia nella Soča Dolina, la Valle dell’Isonzo, e facendola racontare dal protagonista: un giornalista che verrà, poi, coinvolto nell’indagine di un’omicidio da un’investigatrice”.

È sofisticato come “Il tocco del pianista”?

“No, questa volta mi sono regalato un tono più pop, perfino a tratti surreale. Se il ‘Pianista’ aveva come punti di riferimento Vladimir Nabokov e James Joyce, per la mia detective novel ho pensato più a Samuel Beckett, David Lynch, Agatha Christie, Arthur Conan Doyle. Ma anche Tana French, la scrittrice americana di origine irlandese che ha scritto libri splendidi come ‘Nel bosco’, ‘La somiglianza’, ‘I luoghi infedeli’. La amo molto, insieme alla grandissima Donna Tartt. Al tempo stesso, ho guardato con piacere anche la serie tv italiana ‘La ragazza del lago’. Invece ‘Il silenzio dell’acqua’ di Jean Ludwigg e Leonardo Valenti, con Ambra Angolini, è uscito quando il mio romanzo era già pronto. Peccato, mi avrebbe fornito ottime suggestioni per la mia storia”.

<Alessandro Mezzena Lona<

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