• 14/07/2020

Sandro Frizziero: “Quando scrivo non regalo illusioni”

Sandro Frizziero: “Quando scrivo non regalo illusioni”

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Piantare gli occhi in faccia alla realtà, senza mai abbassarli. Provare a raccontare il mondo di chi vive con rabbia, con dolore, lasciando libero sfogo ai propri malumori, ai pensieri bui. A quelle piccole eresie che si infrangono contro un muro di silenzio. E che poi esplodono, in tutta la loro frustrata violenza, nelle chiacchiere da bar, nelle chat di discussione dei social network. In ogni pagina elettronica che abiliti i commenti alle notizie pubblicate. È lì, nei territori lontanissimi dal politically correct, che si muove uno scrittore come Sandro Frizziero.

E finora, il suo percorso di scrittore ha creato attorno a questo giovane insegnante di Lettere negli istituti superiori, che vive a Chioggia ed è nato nel 1987, un giusto consenso da parte dei critici e dei lettori. Non a caso il suo romanzo di debutto, “Confessioni di un NEET”, è stato selezionato tra i finalisti del Premio John Fante nel 2019. E il 5 settembre, Sandro Frizziero si giocherà la vittoria al Premio Campiello, in piazza San Marco a Venezia, con la sua opera seconda: “Sommersione” (pagg. 189, euro 16). Pubblicata, come la prima, da Fazi Editore.

C’è un’Isola sperduta nella laguna in fondo all’Adriatico, messa lì a galleggiare nella provincia profonda, a fare da fondale di “Sommersione”. Un luogo dove coltivare i sogni e le illusioni è davvero difficile. Visto che ogni giorno la marea si alza oltre misura, travolge tutto quello che le capita a tiro, strisciando fin dentro le case. Per poi lasciare, dietro di sé, una poltiglia schifosa di alghe marce, pesci morti, molluschi e una gran quantità di rifiuti.

A trascinare le sue giornate di vecchio, in questo piccolo mondo periferico, così lontano dai riti della Terraferma, è un pescatore che ha sempre affrontato la vita con raggelante lucidità e cattiveria. Apprezzato dalle donne, quand’era giovane, ha visto trascorrere il suo tempo in un susseguirsi di avvenimenti ora banali, ora tragici. Si è sposato, ha avuto una figlia che non lo ama e si è guardata bene dal mettere un bel po’ di chilometri di distanza tra sé e il padre. Non si è mai pentito di avere fatto della moglie Cinzia la sua vittima prediletta, costringendola a subire botte e soprusi.

Adesso che la Morte lo segue come un’ombra, il pescatore non può fare a meno di dare voce a tutto il proprio livore nei confronti del mondo, dei politici corrotti e incompetenti, della religione e dei preti che regala alle persone inutili illusioni e falsità. Attorno a lui, gli fanno eco maldicenze, bugie, meschinità, stupide malvagità escogitate per difendere il proprio meschino tornaconto.

E nella sua totale assenza di empatia verso gli altri, nel deserto di rapporti umani, nella raggelante assenza di interessi per riempire il tempo di giornate che sembrano non voler finire mai, il pescatore finisce per evocare le ombre inquiete di una vita che ha seminato per strada segreti imbarazzanti. E che lui non può fare a meno di ricordare. Non per rifugiarsi nel pentimento, non per cercare qualche forma di redenzione. Ma per affondare insieme alle proprie colpe, come i vecchi uomini di mare che restavano a bordo della barca fino a quando il mare si richiudeva sopra di loro.

Come già in “Confessioni di un NEET”, Sandro Frizziero scolpisce il ritratto del suo pescatore con parole secche, ruvide, taglienti e precise.  Come fossero martellate pestate sul marmo per strappargli i contorni della figura intrappolata lì dentro. Lo scrittore di Chioggia fa del protagonista di “Sommersione” il portavoce di quel mondo che ai sogni risponde con gli schiaffoni ricevuti dalla vita, alle illusioni con le bestemmie di chi non ha mai ricevuto favori da nessuno. Il livore, la malvagità, il caparbio rifiuto a lasciarsi cullare dalle illusioni, fanno del pescatore dell’Isola un piccolo simbolo del caos, del disordine che governa la realtà. E che troppo spesso preferiamo far finta di non vedere chiudendo gli occhi.

“Sono partito dai temi, non dal personaggio – spiega Sandro Frizziero, analizzando il suo romanzo “Sommersione” -. Mi interessava riflettere su argomenti come il dolore, la sofferenza, la vecchiaia, la solitudine, il Male nelle sue varie forme. Soltanto in un secondo momento, questo insieme di idee ha trovato forma nel vecchio pescatore. Si è incarnato in lui al termine di un percorso di immaginazione, di approfondimento”.

Non voleva dare voce al classico pescatore un po’ romantico?

“No, perché io abito a Chioggia, un porto peschereccio. Ogni giorno, quando esco di casa, li incontro i pescatori, li vedo. So che il loro mestiere è piuttosto duro, non proprio romantico. Per questo ho scelto di raccontare un vecchio che ha trascorso gran parte della sua esistenza sul mare senza lasciarsi cullare dalle illusioni”.

Un vecchio incattivito con il mondo…

“Ecco, un altro punto fondamentale del mio modo di concepire una storia è che io voglio sempre rovesciare gli stereotipi. Il mio pescatore non vede nel mare qualcosa di mitico, di epico, ma lo considera il suo luogo di lavoro. Non c’è alcuna trascendenza nel suo guardare la natura, nel raccontare la pesca, che spesso gli ha dato solo amare esperienze. Per questo dice e pensa quello che gli salta in mente, anche se può risultare sgradevole”.

L’Isola stessa dove vive è un luogo che mette a dura prova?

“Volevo che l’Isola fosse una sorta di metafora della condizione umana. Sottoposta alle bizze della marea, che ogni giorno sale e travolge tutto. E che porta fin dentro le case cumuli di alghe marce, pesci morti, immondizie. Diventa, insomma, l’immagine della fragilità, della precarietà della vita, che molto spesso è appesa a un filo destinato a spezzarsi. E il pescatore diventa una sorta di specchio che riflette in sé l’ambiente difficile e bizzoso dei suoi giorni”.

Con i primi due romanzi ha fatto un percorso di racconto della realtà del tutto privo di illusioni?

“Sì, è vero. Molti romanzi che troviamo in libreria affrontano tematiche dolorose. Parlano della sofferenza, del lato oscuro della vita. Ma, alla fine, lasciano sempre spazio a una sorta di riscatto, di redenzione. Come se dovessero proporre un’immagine della realtà edulcorata, rassicurante. Io, quando scrivo, cerco di rompere questo schema. Perché lo trovo costruito, falso. Sono convinto che, nella vita, se le cose cominciano ad andare male, poi non si raddrizzeranno per un intervento miracoloso. Così, nel mio orizzonte di scrittore non devo per forza inserire la speranza”.

Al ragazzo di “Confessioni di un NEET” e al pescatore non interessa farsi amare per forza?

“No, sono due figure con cui non si riesce a solidarizzare. Non si prova per loro empatia. Eppure, dentro i discorsi che fanno ci sono elementi di rottura. E anche verità profonde. Io vorrei che le loro storie, le parole che dicono, provocassero nel lettore una sorta di cortocircuito. Per portarlo a guardare al di là del la troppo diffusa abitudine al politicamente corretto. Perché, altrimenti, si finisce per inibirsi ragionamenti più approfonditi. E, se vogliamo, anche scomodi, eretici, sulla realtà”.

Guardare negli occhi la realtà fa paura?

“Gli americani la chiamano illusione di sopravvivenza. Quando alludono a storie che devono avere per forza un lieto fine, anche se poco probabile. Ma la realtà è molto più complessa, magmatica, sporca. Basta dare un’occhiata ai commenti feroci, violenti che troviamo nei social. network Al linguaggio usato dal popolo della rete. Quello è il vero sfogatoio di chi riversa lì tutto il proprio odio per quegli aspetti della vita taciuti, censurati, non raccontati. Il mio pescatore può sembrare grottesco, eccessivo. Ma è soltanto il prototipo narrativo di un tipo umano che abita la nostra realtà. Anche se noi facciamo finta di non vederlo”.

L’Isola è il simbolo della provincia più emarginata?

“La mia Isola, la Taverna dove si trovano i vecchi, è senza dubbio una metafora della provincia profonda. Io, però, non volevo avanzare una critica verso questo mondo. Mi interessava, invece, mostrare come i meccanismi di discriminazione, emarginazione, odio, si riproducano nella periferia come nelle grandi città. Magari mutando forma, ma restando uguali nella sostanza”.

Com’è vivere a Chioggia?

“Credo che vivere nella provincia, oggi, sia un privilegio. Perché mi sembra che le suggestioni più forti, nella letteratura, nel cinema, arrivino dalla periferia, non dai grandi centri. La città, che andava forte dagli anni ’70 fino alla fine del secondo millennio, ha ormai esaurito la sua carica narrativa. Invece, è lì dove convivono il vecchio e il nuovo, forme arcaiche di cultura e improvvise accelerazioni verso il futuro, che si trovano gli stimoli più interessanti”.

Altri libri scritti in Veneto hanno costretto i lettori ad aprire gli occhi. Ricorda “Cartongesso” di Francesco Maino?

“L’ho letto e amato molto. È un libro che ha saputo raccontare il Nordest in maniera molto diversa da quella legata a troppi stereotipi. Credo che quella critica feroce della realtà mi abbia aiutato a capire che si possono scrivere romanzi belli, eppure diversi dalla gran parte di quelli che vengono pubblicati. Perché Maino non ammiccava al lettore e non gli regalava illusioni di redenzione”.

Quando ha iniziato a sognare di fare lo scrittore?

“Se mi chiedono che cosa faccio, non rispondo mai: lo scrittore. Anche perché, come insegnante di Lettere negli istituti superiori, ho in testa modelli molto alti. E non mi sento degno di loro. Però ho iniziato a scrivere già da ragazzo. Rovistando tra vecchie carte e quaderni trovo mei racconti di quando ero alla medie. Negli ultimi quattro anni, la mia è diventata un’attività più consapevole, strutturata”.

Le lettura è stata importante in questo percorso?

“A parte rari casi, credo che ci si avvicini alla scrittura dopo avere letto tanto. Scegliendo libri importanti e dedicando loro un’attenzione profonda. Come diceva Cesare De Michelis sono favorevole al pregiudizio. Se un libro non mi ispira lo lascio perdere. Visto che la vita è breve è c’è davvero tantissimo da leggere. Sono molto selettivo nelle mie scelte”.

Tutti parlano male dei giovani d’oggi. E lei?

“lo diceva già Cicerone che i giovani sono terribili, non rispettano gli anziani, i genitori, non si danno da fare, sono attratti dai divertimenti. La tendenza a scaricare sui ragazzi le colpe di altri si ripropone in continuazione. Perché non parliamo mai delle responsabilità degli adulti? Sembra che tutte le colpe ricadano sulla scuola. Ma la società tutta ha le sue colpe. Penso solo alle aziende, al mondo del lavoro, che sono incapaci di alimentare i sogni dei giovani perché negano loro la speranza di conquistarsi un lavoro. Di costruire il proprio futuro”.

Difficile pubblicare il primo libro?

“Non ho aspettato anni, come tanti scrittori. Però non ci sono arrivato immediatamente. Ho fatto leggere il mio primo romanzo a molti e, per fortuna, è finito nelle mani giuste. Perché l’ha affrontato con passione e competenza. E poi, mi ha aiutato il fatto che ‘Confessioni di un NEET’ strizzava l’occhio alla realtà. Anche se non era mia intenzione farne un trattato sociologico”.

Qual è la sua grande passione, al di là dei libri?

“Fino a qualche tempo fa avrei detto: andare in barca, navigare e pescare. Adesso ho una figlia piccolina. E dedico il mio tempo libero a lei, con grande gioia”.

<Alessandro Mezzena Lona

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