• 16/07/2020

Ade Zeno: “Il mio Pesce Luna tra la realtà e l’altrove”

Ade Zeno: “Il mio Pesce Luna tra la realtà e l’altrove”

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Ade Zeno non ama apparire. Anche se il suo romanzo nuovo, “L’incanto del Pesce Luna”, lo dedica a due divi dello spettacolo: Gene Kelly, l’attore e ballerino, la star di Hollywood reso immortale da “Un americano a Parigi e “Singin’ in the rain”; Klaus Nomi, il cantante tedesco che amava travestirsi e intonare i suoi brani con voce da contraltista, morto a 39 anni per Aids.

Eppure, che lo scrittore non ami apparire lo dimostra il fatto che pubblica sotto pseudonimo: Ade Zeno, appunto. Che preferisce tenere riservata la sua vera identità. E non rivela molto nemmeno sul perché ha scelto quel nome e quel cognome per inventarsi un nom de plume. Del resto, chi ha assistito alla cerimonia di proclamazione dei cinque finalisti al Premio Campiello 2020, che si è tenuta a inizio luglio a Venezia, sa quanto l’autore di “Argomenti per l’inferno”, con cui ha debuttato nel 2009 entrando in finale al Premio Tondelli, e “L’angelo esposto” non fosse felicissimo di doversi esporre allo stuolo di fotografi che lo circondavano.

Considerato tra i migliori scrittori italiani della generazione dei quarantenni, Ade Zeno ha conquistato un posto nella cinquina di finalisti al Premio Campiello, che proclamerà il vincitore sabato 5 settembre in piazza San Marco a Venezia, con un romanzo urticante, originale e bello. Sospeso tra la realtà e un altrove che sembra squadernare davanti agli occhi del lettore le zone d’ombra, i segreti più difficile da confessare, che ogni persona si porta appresso. “L’incanto del Pesce Luna”, pubblicato da Bollati Boringhieri (pagg. 185, euro 16,50), non ha niente da spartire con il genere horror, come sostiene qualche critico un po’ troppo frettoloso. E non è nemmeno un libro che sconfini più di tanto nei territori del fantastico. Ma, piuttosto, consente l’irrompere di un altrove, di qualcosa che esula dalla normale quotidianità, all’interno del contesto realistico della storia.

Al centro de “L’incanto del Pesce Luna” c’è il cerimoniere della Società per la Cremazione di una grande città. Un uomo che, come fa per lavoro Ade Zeno a Torino (e lo racconta nella nota finale del romanzo) allestisce con impeccabile professionalità la cerimonia dell’addio alle persone scomparse. La vita di Gonzalo, questo il nome del protagonista, finisce in frantumi quando Inés, la sua adorata figlia, quella a cui ha dedicato gran parte del suo tempo libero, della sua fantasia, delle passioni per i vecchi film, la musica, gli esorcismi narrativi inventati per mettere in fuga gli incubi, viene lentamente e inesorabilmente aggredita da una malattia per cui sembra non esserci cura.

È a quel punto che Gonzalo accetta un nuovo lavoro, che gli farà guadagnare molti soldi in più. Permettendogli di pagare il ricovero di Inés in una prestigiosa clinica privata. Una strana Famiglia, infatti, gli propone di prendersi cura della vecchissima Signorina Marisol. L’antica bellezza, ormai sfiorata, vive in un’immensa villa in collina per dare soddisfazione alla propria inestinguibile fame. Ma quel desiderio smodato di cibo non richiede i soliti manicaretti cucinati da cuochi esperti. No, alla gran dama bisogna procurare altre leccornie: persone vive da sbranare. Carne umana di cui cibarsi, per poi cadere in un sonno letargico.

Tra il dolore che lo accompagna ogni volta che entra nella stanza di Inés, la dolcezza che riserva al suo Pesciolino moribondo, che sembra non. reagire a nessuna cura, e il cinismo che lo accompagna nel reclutare le sempre nuove vittime, travestite con maschere di animali per celare la loro identità, Gonzalo vede andare in frantumi il suo matrimonio con Gloria. Fino a quando compare un ambiguo e famoso giornalista, odiatissimo dal protagonista, che sembra in grado di spalancare un. pertugio ad altre, perturbanti verità.

“L’incanto del Pesce Luna” ha il fascino di un romanzo capace di esplorare i lati oscuri della realtà. Ma anche di sorprendere il lettore con mirate incursioni in un altrove tutto da mettere a fuoco. E Ade Zeno sa destreggiarsi, con grande abilità, tra vari registri di racconto. Al tono favolistico si alternano passaggi di gelido cinismo. Al crudo confrontarsi con il destino di una donna che, dominata da una fame malsana, non esita a fare a pezzi una serie di prescelti, inermi suoi simili, si contrappone il dolcissimo tentativo di lenire il dolore di un padre con il riemergere dei ricordi degli istanti belli trascorsi insieme alla sua bambina. Con lo sconfinare in un mondo fatto di favole e incubi, di filastrocche e illusioni. Mentre, al di là dell’orizzonte di una stanza d’ospedale, il mondo sembra non riuscire a liberarsi dall’eterna sfida tra la luce e le tenebre.

“Sono convinto che uno scrittore, per non fare la figura del cialtrone, deve raccontare i mondi che conosce – spiega Ade Zeno -. Io conosco bene il Tempio Crematorio di Torino perché ci lavoro. Poi, mi sono concesso la libertà di cambiare la realtà, di trasfigurarla. Quindi ho preso in prestito dalla realtà una situazione a me ben nota per dare una casa letteraria al mio protagonista, Gonzalo. Nelle nota finale al libro ho voluto chiarire che non intendevo parlare di funerali e cremazioni, e tantomeno raccontare il mio lavoro con piglio cinico e spietato, ma ambientare lì una storia del tutto immaginaria e personale”.

Una storia che affronta il tabù più grande: la morte?

“La morte è il grande tema rimosso. Un argomento di cui non riusciamo mai a parlare in maniera distaccata e razionale. Perché ci spaventa, ci provoca autentici terrori. Soprattutto il ‘900 ha allontanato l’idea della morte dalle nostre giornate. Prima, ad esempio, le persone vivevano le loro ultime ore a casa. Soprattutto nelle realtà più rurali. Poi, quasi tutti hanno preferito allontanare i moribondi dal contesto familiare. Trasferirli negli ospedali. Abbiamo, insomma, smesso di accettare la dimensione assolutamente naturale della morte. Invece, dovremmo rifuggire da ben altro”.

Da che cosa?

“Dovremmo temere la morte della mente. L’arrendersi, il trascinare la propria vita come se il tempo che abbiamo a disposizione non valesse più nulla. Quella mi fa molta paura. Ed è un atteggiamento che ci è molto familiare e pericoloso, anche se spesso non ce ne accorgiamo”.

Horror e letteratura del terrore non hanno niente da spartire con il suo “Pesce Luna”?

“Assolutamente no. Anzi, sto cercando di combattere contro chi definisce così il mio romanzo, magari perché ha letto soltanto il riassunto in quarta di copertina. Le scene crude, che sono davvero poche, mi servivano a restituire un certo tipo di tensione narrativa. Poi, io sono una persona molto impressionabile. Se vedo un film di paura, la notte dormo ancora meno del solito. sSe proprio vogliamo usare un etichetta, userei piuttosto il termine fantastico”.

Perché?

“Contiene in sé il concetto di trasferimento della storia su un’altro piano della realtà. Io, di solito, parto da un assunto realisticheggiante. Da un contesto riconoscibile, contemporaneo, pur senza mai dare punti di riferimento troppo precisi. Per esempio, invento i nomi dei luoghi dove si svolge la storia e anche i nomi dei personaggi. Come Gonzalo”.

Pensava al protagonista della “Cognizione del dolore”di Carlo Emilio Gadda, quando lo ha inventato?

“Non sono un grande lettore di Gadda. Non lo inserirei tra i miei padri putativi in letteratura. Mi piaceva il nome Gonzalo perché è spigoloso, cupo, evoca anche mistero. Almeno, nel mio modo di vedere. E poi, a essere sinceri, la lingua ricchissima e piena di invenzioni della ‘Cognizione del dolore’ è molto diversa dalla mia”.

Forse tra i padri putativi ci sono autori più vicini nel tempo, come Michele Mari?

“Lo amo moltissimo. Ho avuto il privilegio di conoscerlo. Forse abbiamo in comune non tanto la ricerca linguistica, ma la tendenza ad andare con le storie verso un altrove. Ci piace spostare il piano della realtà, per fuggire dalla contemporaneità”.

Quando ha inventato Inés, la figlia in coma, si è ricordato di casi clamorosi della cronaca come quello di Eluana Englaro?

“Non direttamente. Ho seguito il caso, e anche tutto il dibattito sul fine vita. Ma non amo prendere spunto dalla cronaca. Inés è nata da altri pensieri. Quando ho iniziato a scrivere il romanzo, la mia bimba più grande aveva più o meno l’età del personaggio. I giochi che Gonzalo fa con lei, le favole che le racconta, li ho rubacchiati dalla nostra vita insieme. Semplicemente ho provato a immaginare la cosa più terribile che può toccare a un padre: vedere ammalarsi la sua bambina. E assistere al dilagare della malattia senza poter fare niente per guarirla”.

A un tono fortemente cinico, nel romanzo, si accompagna un’altro più favolistico, malinconico…

“La favola è la dimensione narrativa che si adatta meglio alla necessità di spostare il racconto altrove, Nel mio libro tutto è possibile, tutto è sospeso. Con una storiella si possono allontanare i fantasmi. E questo mi serviva a creare quel rapporto forte, speciale, tra Gonzalo e sua figlia Inés. E poi, fa parte del mio modo di raccontare quel desiderio di spostarmi in continuazione da un registro narrativo all’altro. Proprio per rimarcare il dialogo che c’è tra la realtà e un’altra dimensione, che ci permette, attraverso una sorta di lente deformante, di scoprire aspetti sconosciuti della realtà stessa. Io credo che immaginando altre possibilità ci sia consentito comprendere meglio il nostro vivere”.

Ha esordito nel 2009 entrando subito in finale al Premio Tondelli. Adesso il Campiello…

“Non ho pubblicato moltissimo. Tre romanzi, alcuni testi teatrali. Io non sono un grafomane, Scrivo molto, ma penso che prima di pubblicare un testo sia necessario meditarlo, farlo maturare. E poi ci sono i tempi editoriali. La lettura, l’accettazione, la correzione delle bozze. Per esempio, ‘L’incanto del Pesce Luna‘ mi sembra ormai lontanissimo, visto che l’ho scritto quasi tre anni fa”.

Perché pubblica con uno pseudonimo? Lo Zeno del suo cognome rende omaggio al personaggio sveviano Zeno Cosini?

“Sono una persona che non ama apparire. Quando sono andato a Venezia per le foto di rito della cinquina del Campiello c’era uno stuolo di fotografi, e io ho vissuto una sensazione di imbarazzo e paralisi totale. Quindi la scelta dello pseudonimo rivela un mio desiderio di nascondermi, di non apparire, fino a quando è possibile. E poi, lo pseudonimo mi serve per sentirmi più in confidenza con i miei mondi immaginari. In fondo, Ade Zeno è un personaggio a sua volta. Entra in quel piano di dialogo con l’altrove. La mia vita anagrafica si svolge in un altro mondo. Quando entro nel contesto letterario, è come se mi sdoppiassi. Come se entrasse in campo un altro io. Zeno Cosini non c’entra, anche se amo Italo Svevo. Ma le ragioni per cui ho scelto questo pseudonimo sono segrete”.

Dedica il suo romanzo a Gene Kelly e Klaus Nomi. Perché?

“Mi hanno accompagnato durante la scrittura del libro. Gene Kelly lo cito abbondantemente nella storia. Doveva finire sulla copertina del ‘Pesce Luna‘, poi non è stato possibile. È un mio grandissimo amore, perché incarna la leggerezza che io né fisicamente né mentalmente riuscirò mai a raggiungere. Mi mette allegria rivedere in continuazione le scene in cui danza. Lui, come Klaus Nomi, sono due mostri. Strani, insoliti. Uno, atletico, forzuto, che non porta in sé le stigmate della leggerezza, ma quando danza stupisce e regala gioia. L’altro, con la voce da contraltista, faceva cose originali. Si travestiva, è morto molto presto vittima dell’Aids. Sono debitore a loro di tante emozioni”.

A proposito di mostri: nel “Pesce Luna” hanno la faccia di persone normali?

“I miei mostri arrivano dritti dalla parte oscura di ognuno di noi. Gonzalo è un personaggio conflittuale, che finisce per sguazzare e adattarsi all’inferno che gli sta attorno. Lui, così premuroso, per cercare di salvare sua figlia accetta di diventare strumento di una situazione mostruosa”.

Nei suoi romanzi gli animali non mancano mai…

“Gli animali fanno parte di un’altra dimensione, che conosciamo davvero poco. Anche se ci illudiamo di poterla dominare grazie al fatto che gatti,  cani abitano nelle nostre case. In realtà, conservano un alone di mistero. Ci sforziamo di comprendere il loro linguaggio, eppure ci sfugge. Come dimostra Peter Godfrey Smith nel suo bellissimo saggio ‘Altre menti’, pubblicato da Adelphi. Simbolicamente ci restituiscono l’idea dell’innocenza. Non a caso, da sempre, gli animali per l’uomo sono vittime sacrificali”.

Quando ha provato la voglia di scrivere?

“Negli ultimi anni di liceo. Quando ho incontrato la grande letteratura e mi sono confrontato con le prime letture importanti. Ecco, in quegli anni ho provato il desiderio di trovare un mio canale espressivo. E ho iniziato a scrivere. Anche se, per molti anni, ho studiato musica: prima chitarra classica e poi la tromba jazz. Quello del suono è stato un altro splendido compagno di viaggio”.

Ricorda ancora i primi esperimenti letterari?

“Sì, sono partito dal racconto breve, poi ho incontrato la poesia. Con un gruppo di ragazzi, all’università, abbiamo fatto tante cose insieme, fondando anche delle piccole riviste di letteratura. Tra i venti e i trent’anni ci siamo impegnati e divertiti a provare varie forme di scrittura. Poi è arrivata la passione per il teatro. La scrittura può proporre diverse derive, io ho cercato di seguirne parecchie”.

Le resta del tempo libero?

“Poco, tra il lavoro, la famiglia e i bambini. Se ho voglia, scrivo di notte. Quando posso guardo serie tv sul computer. E, poi, adoro il teatro. Proprio in questi giorni trascorro un po’ di tempo in un piccolo teatro a Torino dove stanno provando un mio testo”.

<Alessandro Mezzena Lona

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