• 20/07/2020

Sara Fruner, l’istante largo per scoprire se stessi

Sara Fruner, l’istante largo per scoprire se stessi

Sara Fruner, l’istante largo per scoprire se stessi 627 836 alemezlo
La letteratura semina emozioni. Sparge nel nostro immaginario storie e personaggi, scenari e sogni, luoghi inventati e paesaggi reali. Fa crescere nella nostra fantasia suggestioni che, a loro volta, daranno vita ad altre visioni, ad altre creazioni. Come in un campo coltivato, dove una minuscola piantina può generare, nel tempo, una quantità enorme di altre vite vegetali. Così è successo a Sara Fruner, un’autrice  di origine trentina che vive a New York e scrive versi in due lingue: italiano e inglese. Quando ha iniziato a pensare al suo primo romanzo, mentre cercava il nome del protagonista, le è ritornato in mente un libro straordinario: “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez.

E allora è da lì, da quelle pagine straordinarie del Premio Nobel per la letteratura, dal nome della città immaginaria di Macondo, che ha preso il nome il protagonista de “L’istante largo”. Il romanzo di debutto della scrittrice trentina Sara Fruner pubblicato da Bollati Boringhieri (pagg. 286, euro 15). Un ragazzino, il Macondo di questa storia, che si trova a dover dipanare un bel mistero: “Ho avuto tre madri e non ne ricordo nemmeno una”.

Quello di Sara Fruner non è un romanzo tra tanti. Non è il solito debutto narrativo carino, ma deboluccio. Se ci fosse bisogno, a testimoniarlo vengono in soccorso le parole di uno degli autori contemporanei più amati:  lo scrittore egiziano-americano André Aciman, quello di “Chiamami col tuo nome” e “Cercami”, che parlando della scrittrice italiana, con casa e lavoro in America, ha detto: “Sara Fruner è una maga delle parole”.

Complimento che, si badi bene, per una volta mette a fuoco con lucidità e sincerità la cura per le parole, l’amore per una scrittura limpida e piena di inventiva, pulita eppure mai banale, che Sara Fruner ha saputo creare per l’impasto narrativo de “L’istante largo”. Di certo, in questo percorso di avvicinamento alla forma romanzo, alla scrittrice di Riva del Garda dev’essere servita l’esperienza fatta nell’ambito della poesia, che l’ha portata a pubblicare prima la raccolta in inglese “Bitter bites from Sugar Hills”, e poi quella in italiano “Lucciole in palmo alla notte”. Ma anche, il suo essersi occupata di traduzione di autori postcoloniali come Dionne Brand, Monique Truong, Sello Duiker, Don McCay. Lavoro editoriale fatto dopo la laurea all’Università Ca’ Foscari e la specializzazione a Milano e a Venezia.

Macondo è un ragazzino che non sa nulla del proprio passato. Vive con l’amatissima nonna Rocio Sánchez, affermata pittrice, comunica con lei soltanto per mezzo di foglietti scritti, che lui chiama scontrini, da quando la donna ha perso la voce a causa di un carcinoma all’orofaringe. E dovrebbe aspettare i suoi diciotto anni per accedere a una scatola segretissima, che sta nell’ultimo scaffale della biblioteca nello studio di casa, per capirci qualcosa della sua vita. Per sapere, finalmente, di chi è figlio. E se sua madre è ancora viva.

Ma un ragazzo che ama il re degli investigatori, Sherlock Holmes, e si entusiasma per le avventure a fumetti di Martion Mystère, il personaggio inventato da Alfredo Castelli e ribattezzato l’Indagatore dell’incubo, non può di certo attendere quei tre anni come se fosse normale vivere la propria adolescenza ponendosi di continuo domande fondamentali che non avranno risposta. Così Macondo, approfittando delle assenze della nonna, impegnata ad allestire un’importante mostra personale dei suoi quadri, comincia un’ansiosa indagine casalinga per scovare il maggior numero di indizi possibili. Fino a quando mette le mani su un quaderno, e poi su altre carte rimaste segrete, che lo accompagneranno nel percorso di ricostruzione della storia della sua strana famiglia.

In questo minuetto di sorrisi e segreti taciuti, di silenzi riempiti solo dalle parole scritte sugli scontrini, di grande affinità e amore con nonna Rocio, ma anche di una necessaria ricerca di verità e chiarezza, Macondo è circondato da una galleria di personaggi indimenticabili. Dalla Bea, l’amica più cara che ha conquistato il suo cuore, anche se lui non riesce mai a dirle quanto la ami, alla corte dei miracoli degli amici della nonna, fino a Berlino, il trombettista dei Noise, che ha scelto quel nome d’arte così teutonico per non dimenticare mai la sua tata Lotte. La donna che per quindici anni ha svolto per lui il ruolo di mamma. Perché l’avvocato Tiziana Sarpi, la sua vera madre, non poteva pensare di rinunciare alla carriera. E chiudersi in casa tra pannolini da cambiare e mele da grattugiare per merenda.

Attorno al “ciquito” di nonna Rocio, Macondo, ruota un mondo di artisti e cantati lirici, scrittori e creativi. Dove si intrecciano ricordi di famiglia sospesi in un’atmosfera da realismo magico, tragiche illusioni ideologiche e travolgenti, dolorosissime esperienze amorose. E Sara Fruner sa dare voce a questo pirotecnico intrecciarsi di storie, a questo magmatico impasto narrativo, senza mai farsi sfuggire di mano i fili. Conducendo il suo giovane protagonista fino a specchiarsi nel tanto cercato, e temuto, “Istante largo” della sua vita. Che non è solo il titolo di un quadro simbolico dipinto dalla vecchia Sanchez. Ma anche il prendere consapevolezza che, attorno a lui, il concetto di famiglia, di sintonia, di empatia, non ha mai avuto bisogno di chiudersi dentro orizzonti stretti. Perché amare significa essere se stessi fino in fondo. Fare della propria vita un piccolo, originalissimo capolavoro. Andando incontro agli altri a braccia aperte. Senza mai lasciarsi imbrigliare e condizionare dai pregiudizi.

<Alessandro Mezzena Lona

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