• 29/10/2017

Ma quella “Donna fantastica” è una chimera

Ma quella “Donna fantastica” è una chimera

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Un sogno sfuggente, un’utopia spaventa molto più della banale realtà. E allora, davanti a una creatura che si sente stretta dentro il ruolo che le hanno assegnato, che non si riconosce nel sesso che le è toccato in sorte, la volgarità non è più sufficiente a mettere in fuga la paura. Non basta coprire di orridi insulti chi prima era uomo, ma in realtà si è sempre sentita donna, anche se la sua carta d’identità non aiuta a fare chiarezza. No, bisogna inchiodarla alle parole del mito. Definendola chimera, ipotesi irreale in carne e ossa, come capita alla protagonista di “Una donna fantastica”,  quinto film del regista cileno, di Mendoza, Sebastián Lelio. Prodotto da Pablo Larrain, altro grande nome della cinematografia latino-americana.

Marina, che ha il volto e il corpo della ventottenne, bravissima attrice transgender di Santiago del Cile Daniela Vega, è una cantante da localini che sogna un futuro nella lirica. E non smette di studiare, di andare a lezione per migliorare la voce. Giovanissima, si innamora di un imprenditore tessile, Ottavio, che potrebbe essere suo padre. Ma per lui, e per lei, la differenza d’età non conta, anche perché l’uomo si è lasciato alle spalle le macerie di una famiglia piena di problemi.

Una notte, Orlando si sente male e dev’essere portato d’urgenza all’ospedale. Ma prima di arrivare in corsia, dove i medici potranno soltanto constatare la sua morte provocata da un’aneurisma, scivola sulle scale. E cadendo, si procura un bel po’ di ematomi e una ferita alla testa.

Quei segni sul corpo dell’uomo, e l’incerta identità di Marina, mettono in agitazione prima il personale medico, poi anche i poliziotti chiamati d’urgenza dall’ospedale.

Se non bastasse, a complicare la vita della ragazza subentrano l’ex moglie dell’imprenditore, il figlio che non vuole rassegnarsi all’idea di suo padre innamorato di una trans, il fratello troppo pavido per schierarsi in maniera esplicita dalla parte della giovane amante. E poi c’è la questione dell’eredità, la macchina da restituire, l’appartamento da restituire. Soprattutto, la questione del funerale: come si fa ad accettare che Marina partecipi alla funzione, visto che sarà presente la figlia più piccola, gli amici e i parenti? Scoppierebbe uno scandalo. Sarebbe come ammettere in pubblico che lo stimato imprenditore se la faceva con un “frocio”. Anzi, peggio: “Come dovrei definirti”, chiede la moglie Sonia (interpretata da una livida, efficacissima Aline Küppenheim) a Marina. E dopo un attimo di silenzio arriva la sentenza inappellabile: “Sì, tu sei una chimera”. Un mostro, insomma. Un ibrido informe. Qualcosa che non dovrebbe esistere, in un mondo che quasi mai è disposto a lasciare che la felicità prevalga sul perbenismo.

Per fortuna Marina è una donna che non si rassegna alla violenza, all’emarginazione. E nonostante le minacce, anche fisiche, che la famiglia di Orlando non le risparmia, lei tira dritta per la sua strada. Affrontando la vita a muso duro. A costo di dover camminare controvento, anche se la brezza volge presto in bufera nella bellissima, simbolica scena che contiene in sé tutta la rabbia e la voglia di lottare della giovane cantante. Che non potrà più festeggiare con l’uomo amato il compleanno alle magnifiche cascate di Iguazu, ma lo porterà sempre con sé. Nei ricordi, nei momenti di solitudine.

Raccontato con chirurgica precisione visiva, scarnificato al massimo nei dialoghi, arricchito da un’ironia che riesce a smorzare anche i passaggi più drammatici della storia, ferocissimo nella sua tranquilla denuncia delle macroscopiche ipocrisie che governano la società, “Una donna fantastica” conferma il talento di Sebastián Lelio. Un regista di indiscussa bravura, che dopo aver portato Paulina Garcia a conquistare l’Orso d’argento per la miglior interpretazione femminile al Festival di Berlino con “Gloria”, si è confermato vincente conquistando l’Orso d’argento per la sceneggiatura alla Berlinale di quest’anno. E nel 2018 potrebbe entrare nella cinquina degli Oscar per il miglior film straniero in rappresentanza del Cile. Lo meriterebbe, senza alcun dubbio.

<Alessandro Mezzena Lona

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