• 21/11/2017

Antonio Moresco: “Quant’è libero il mondo delle fiabe”

Antonio Moresco: “Quant’è libero il mondo delle fiabe”

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Le fiabe non hanno paura della fantasia. Non si negano il piacere di inventare una zucca che diventa carrozza, una donna incantevole che regredisce a ripugnante megera per uccidere chi rivaleggia con lei in beltà, uno scalcinato pifferaio che libera il mondo dai flagello dei topi. Perché, nei racconti dove regna sovrano lo strano, il soprannaturale, il magico, c’è tutto il tempo di ragionare sulla Vita e sulla Morte. Di guardare senza paura dentro la penombra dell’esistere. Di tremare, sorridendo e ridendo, davanti ai terrori e ai sogni che da sempre seguono l’uomo come ombre dai contorni inquieti.

E adesso non stupisce che uno scrittore come Antonio Moresco,  capace di firmare libri importanti come “Gli esordi”, “Canti del caos”, “Gli increati”, abbia deciso di scandagliare a modo suo quel territorio sconfinato e sempre pieno di sorprese che è il mondo della fiaba. Mettendo assieme il volume “Fiabe da Antonio Moresco”, pubblicato dalla casa editrice Sem, presentato in anteprima a Milano nell’ambito di Bookcity, che uscirà nelle librerie a dicembre. In cui si possono trovare le storie classiche accanto ad autentiche sorprese. Come una poesia del “maledetto” Arthur Rimbaud, un autentico gioiellino di Dino Campana, una folgorante “Favoletta” di Franz Kafka. Accanto a spezzoni della Bibbia, profetici racconti di Moresco passati un po’ inosservati, fantastiche visioni di Pu Songling. Il tutto scritto e riscritto, inventato e modificato, attualizzato e liberato dalla costrizione della ripetitività.

Ad accompagnare i testi sono i disegni di Nicola Samorì, l’artista nato a Forlì e acclamato a livello internazionale come uno dei migliori pittori della sua generazione, che ha saputo creare delle tavole dove i personaggi, i temi delle storie galleggiano in un’atmosfera dove il sacro e il profano, il vero e l’immaginario, convivono in una serie di tavole tenebrose e sognanti. Sempre pronte a trascinare chi guarda verso i territori del perturbante.

Nascono, così, dalla penna di Antonio Moresco una serie di fiabe che non hanno paura di volare liberissime. Una raccolta di racconti anarchici ed estremi capaci di parlare al lettore del nostro tempo con la voce di chi, in un passato lontano o più recente, si divertiva ad affidare alla fantasia i suoi sguardi più inquieti, profetici, estremi, sul mondo. Inventando personaggi che, al pari degli eroi della letteratura “alta”, non conoscono l’assillo dell’invecchiare.

“Questo libro è nato quasi per caso – spiega Antonio Moresco -, da una sollecitazione esterna. Quando c’è stato il convegno che la Sorbona ha dedicato al mio lavoro di scrittore, mi hanno chiesto di prendere la parola al termine della discussione. Devo dire che mi imbarazzava non poco assistere a un incontro di studiosi così importante, proprio per il fatto che non sono ancora morto. Come dire che la “salma” era lì presente, ascoltava tutto e doveva pure dire qualcosa. Così, invece di sproloquiare, ho pensato di rifugiarmi nelle suggestioni di una fiaba. Quella della bambina dei fiammiferi”.

Perché proprio una fiaba?

“Perché rappresenta in maniera perfetta la visionarietà di chi deve raccontare una storia. Io la considero un po’ la santa patrona degli scrittori”.

Da lì è partito il progetto?

“Grazie all’intuito rapace di Antonio Riccardi. È stato lui, mio editor quand’era alla Mondadori che da gennaio è direttore  editoriale della casa editrice Sem, a uscire dal convegno della Sorbona con questa idea in testa: pubblicare un libro di fiabe classiche, ma anche non così note, riscritte a modo mio. Ci ho pensato su per qualche mese, poi l’idea ha cominciato a lavorare dentro di me. Fino a quando mi sono messo a scrivere. Con una libertà assoluta”.

Obbedendo soltanto alla sua personale visione della fiaba?

“Sì, perché ho sempre pensato che la fiaba sia stata, e sia ancora, un genere molto fertile. Anarchico, profetico, elementare, violento, sapienziale. Non a caso, nel ‘900, ha attirato l’attenzione di uno scrittore come Italo Calvino, al quale dobbiamo la bellissima raccolta delle “Fiabe italiane”. Io mi sono sentito libero di riscrivere anche storie famose, di aggiungere un nuovo finale, di cambiare”.

Ha cambiato, per esempio, la chiusura de “I vestiti nuovi dell’imperatore”…

“Mi interessava capire che cosa succede al bambino, dopo aver proclamato davanti a una platea di adulti incapaci di dire la verità: ‘L’imperatore è nudo’. Ho cercato anche di immaginare che cosa potrebbe accadere se ci trovassimo oggi a vivere una storia del genere. Il contro-finale che ho aggiunto, ovviamente, non è così ottimistico come quello originale”.

“L’altra favoletta” di Dino Campana sembra scritta oggi.

“Il poeta dei ‘Canti orfici’ ha scritto questa fiaba brevissima, folgorante.  Terribile. In cui un uomo molto solo corre fuori casa, in una notte di dicembre, per andare in soccorso di chi immagina stia morendo di freddo. Al mattino, quando ritorna, trova davanti alla sua porta una donna ormai assiderata. Irrigidita nell’atto di bussare. E finisce per uccidersi in preda al dolore. Come dire che anche chi si sente disposto a fare il bene, spesso finisce per combinare soltanto guai”.

Nel libro ci sono anche due racconti che aveva pubblicato anni fa?

“Sono ‘Le cavallette’ e ‘Gli stormi’. Non fanno parte delle fiabe che avevo scritto per mia figlia, ma piuttosto invitano a ragionare su come l’uomo sia riuscito a trasformare il mondo in cui vive in un incubo”.

Poeti come Arthur Rimbaud, la Bibbia, perfino Franz Kafka: come ha scelto i testi?

“Come dico nell’introduzione, molti dei capolavori della letteratura non vengono mai associati alla fiaba. Eppure, a ben guardare, sono delle straordinarie, emblematiche fiabe scritte senza pensare ovviamente a un pubblico di lettori bambini. Per esempio Arthur Rimbaud, con la sua ‘Illuminazione’, costruisce un percorso narrativo perfettamente magico che, alla fine trova il coraggio di guardare negli occhi la realtà quando dice: c’è infine, quando si ha fame e sete, qualcuno che vi scaccia. Esempio perfetto di come nella fiaba il percorso di conoscenza non è mai predefinito. Può accadere di tutto”.

Come nel “Pifferaio Magico”, dove la piccola città della fiaba adesso si chiama Europa?

“Nella mia versione i topi sono una palese allusione alla massa di migranti che si sta riversando nel Vecchio Continente. E l’Europa che fa? Dopo le camere a gas vissute con indifferenza, dopo i genocidi, dopo tutto l’orrore che abbiamo attraversato, ecco che diventano loro i colpevoli di ogni cosa. I topi-migranti, il comodo bersaglio della società. E il pifferaio libera sì la cittadina da quella piaga, ma si porta via i bambini. Un’intera generazione morta annegata nel fiume. Com’è accaduto nelle due guerre mondiali, che hanno mandato al massacro i giovani azzerando una parte della società. Quanti terribili, letali pifferai magici ha ospitato il ‘900”.

Questo libro l’ha portata a conoscere un grande artista: Nicola Samorì.

“Un incontro molto bello. Non solo perché Nicola Samorì è considerato uno dei grandi pittori italiani, fa mostre dappertutto, è conosciuto all’estero. Ma perché abbiamo lavorato davvero in grande sintonia. Abbiamo trascorso l’estate insieme, a scambiarci idee. A discutere su questo progetto, che ha preso forma dalla passione e l’entusiasmo che abbiamo condiviso”.

Potremmo dire che la fiaba è un racconto onesto?

“La fiaba non è truccata, non ha infingimenti. Cappuccetto Rosso sa che là fuori c’è il Male, ma che poi può arrivare un cacciatore che taglia la pancia al lupo e riporta tutto sotto controllo. Il problema è che, oggi, si vorrebbe edulcorare queste potenti metafore della vita. Cambiano i finali perché non è politicamente corretto. Allora sparisce il lupo, sparisce la strega cattiva e le storie non hanno più quel senso forte di descrizione del mondo.  Ma le fiabe non possono e non devono obbedire alla logica di chi vuole tenere tutto sotto controllo. Sono estremiste, inguaribilmente libere”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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