• 02/12/2017

Silvia Ronchey: il mondo globalizzato? È di Dioniso e Mithra

Silvia Ronchey: il mondo globalizzato? È di Dioniso e Mithra

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Ernest Renan non aveva dubbi: “Se il cristianesimo fosse stato fermato nel suo sviluppo da qualche malattia mortale, il mondo sarebbe diventato mitraico”. E forse il filosofo e storico delle religioni francese, autore di una famosissima quanto controversa “Vita di Gesù”, aveva ragione. Se pensiamo che il dio sconosciuto, Àgnostos theòs come lo chiamavano i greci, agli occhi di noi abitanti del terzo millennio appare chiaramente come l’anticipatore perfetto, il modello già lì bello pronto da copiare, l’antenato mai riconosciuto del Messia dei cristiani. Di quel Gesù Cristo che ha rivoluzionato non soltanto la Roma imperiale e tutto il mondo che le ruotava attorno. Ma che continua ad affascinare milioni di persone, nella reiterata lettura dei momenti salienti della sua vita custoditi nel racconto dei quattro Vangeli accettati. E degli altri, dei cosiddetti Vangeli gnostici, non riconosciuti dall’avallo ufficiale delle chiese.

Ma che cosa rimane oggi del dio Mithra? Solo un cumulo di macerie, di rovine dei templi sotterranei dove si rendeva onore allo sconosciuto personaggio dal volto in ombra? Sembra impossibile, in tempi di new age e di sincretismo trionfanti, che nessuno vada a rispolverare il culto del dio ignoto. Visto che la teologia della salvezza, nel mitraismo, è legata a una sapienza zodiacale e a una dottrina dell’ascesa dell’anima attraverso le sfere astrali che, ricorda Silvia Ronchey “nel suo nuovo, bellissimo libro “La cattedrale sommersa” (Rizzoli, pagg. 254, euro 19), “si fonde con quella del neoplatonismo, in particolare nella sua versione romana, attraverso cui i misteri mitraici entrano nel bagaglio esoterico delle accademie platoniche e di qui si trasmettono, via Bisanzio, ai segreti del Rinascimento”.

La questione è complessa e affascinante. Perché se è vero che Mithra è sparito ormai dal pantheon delle divinità adorate dal mondo globalizzato, è altrettanto vero che Carl Gustav Jung, e memore del suo insegnamento poi James Hillman, ponevano l’attenzione sul fatto che gli dèi, oltre che archetipi, sono sintomi. E che il dio sconosciuto, a ben guardare, non è mai sparito dal nostro immaginario collettivo. Al punto che possiamo ritrovarlo in tanti supereroi del mondo dei fumetti e del cinema. Personaggi dal doppio volto (uno conosciuto, l’altro oscuro) capaci di lottare contro le forze di un male sempre più astratto e demoniaco: si pensi a Devil, l’avvocato cieco del mondo Marvel, che non si rassegna mai al proprio handicap spinto dalla missione di pulire il mondo da criminali assai più dotati fisicamente di lui.

Ma anche, perché no, in tanti cultori della Religione della Militanza, che non si stancano di esibire le proprie armi, spesso non solo metaforiche, per riaffermare il Verbo in cui credono. Proprio lì, al centro dell’appiccicosa melassa cultural-mistica di una società globalizzata che ormai sa trasformare tutto in fenomeni pop usa-e-getta.

Ma, a ben guardare, il Mithra dal volto oscuro (riconosciuto dallo stesso san Paolo, che ad Atene andava a dire “quello che adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio”) non è l’unica divinità rimossa dai cieli dell’antichità che è riuscita a prendersi la rivincita in questo tempo. Basterebbe pensare a Dioniso, il dio dell’ebbrezza, il produttore di tutte le pluralità, il fautore del confondersi dell’anima, colui che può essere al tempo stesso uomo e donna. Il mescolatore di popoli, il liberatore di oppressi, chi ha saputo sottrarre le donne dalla segregazione domestica elevandole a guida del tiaso. A perno dei riti orgiastici. Dov’è finito il dio che si faceva tralcio di vite, grappolo d’uva pronto a lasciarsi smembrare e mangiare come i chicchi del grappolo dalle menadi, dalle baccanti? Non è morto certo nella caccia alle streghe dell’Inquisizione. Non si è fatto certo intimorire dai reiterati soprassalti di moralismo che hanno attraversato, nel corso del tempo, tutte le religioni monoteiste. E non solo loro. Silvia Ronchey ci avverte che lo possiamo ritrovare, vivo e vegeto, tra i ragazzi che escono all’alba delle discoteche storditi dalle droghe e dall’alcol. Ma anche nei raduni rave che ripropongono il brivido dei consessi orgiastici. Oppure nei riti di una sessualità vissuta al centro di una vita sempre più frenetica. Perdendo, forse, il suo fascino esoterico, ma rinascendo al centro di un reticolo di dettami molto più prosaici, espliciti. Di massa, come ogni cosa sdoganata dalla società dei consumi.

Pensare di liberarsi del sacro, recidere il cordone ombelicale che ci lega a un passato di conoscenze mistiche, è stata soltanto un’arrogante illusione. Perché oggi, per capire quello che sta accadendo nel nostro stanco Occidente, dobbiamo andare alla ricerca di quel tanto Oriente che ha contaminato, influenzato la nostra cultura. Com’è possibile, ad esempio, ignorare che il Cristo morto in croce e venerato ancora oggi come il Salvatore, ha conosciuto un destino diverso in altre culture? Finendo per invecchiare, invece di spirare sul Calvario, o per diventare un grande illuminato da affiancare alla figura del Buddha. E chi, oggi, si scandalizza per la strage di simboli, di statue, che i fanatici militanti dell’Isis non si fanno scrupolo a portare a termine, dovrebbe rimettersi sulle tracce dei condottieri cattolici della Quarta Crociata. Che sono passati come martelli sui simboli di quelle che consideravano credenze eretiche.

Nato sulla scia di una lunga serie di articoli che Silvia Ronchey, docente di Civiltà Bizantina all’Università di RomaTre, ha scritto in una prima versione per il quotidiano “la Repubblica”, “La cattedrale sommersa” fa riemergere dalla nebbia del passato nomi, storie, suggestioni, credenze, misteri, che fanno parte del nostro dna spirituale e culturale. E che la cultura imperante del consumo veloce ha finito per trasformare in inutile zavorra passatista. Impedendoci, così, di capire quanto di meraviglioso e tragico sta avvenendo sotto i nostri occhi. Perché i vecchi dei, tirati a forza giù dagli altissimi cieli, hanno finito per trasformarsi in sintomi di disagio, di malattia, di depressione e di cieco furore. Nella difficoltà, sempre più evidente, di trovare le motivazioni per proseguire insieme il tempo che ci viene concesso di vivere.  In una società dagli orizzonti condivisi.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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