• 02/12/2017

Julia Holter, la musica è una stanza che non ha più pareti

Julia Holter, la musica è una stanza che non ha più pareti

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Non serve evocare il fantasma di John Cage. Anche se Julia Holter ha scoperto nel compositore americano la concreta possibilità di fare della musica un orizzonte libero. E non basta nemmeno aggrapparsi ai riferimenti letterari che la musicista di Los Angeles non manca mai di inserire nei brani che scrive, nei dischi che incide. Perché anche se lei è partita dalla tragedia greca, dall’Ippolito di Euripide, a cui ha dedicato gli otto pezzi stranianti e onirici che compongono il suo primo album “Tragedy”, tutto ciò non aiuterà a mettere a fuoco il suo personalissimo modo di muoversi sul pentagramma. Sempre in equilibrio tra una sperimentazione per nulla cerebrale, ma nutrita dai tormenti che provocano le emozioni più forti, e il richiamo del pop, della canzone d’autore.

Quella abitata da Julia Holter e una stanza grande piena di suoni e voci. Un piccolo mondo chiuso in sé, isolato soltanto in apparenza. Dal momento che, ad ascoltarla attentamente, a lasciarsi trasportare da quei fraseggi arditi di pianoforte martellati fino a farsi male, a seguire le sue evanescenti concessioni all’elettronica, ci si accorge che il suo immaginario musicale è, in realtà, sospeso su un abisso di seduzioni ipnotiche, di sogni appena bisbigliati, di cantilene che hanno il ritmo del battito del cuore.

Considerata, a soli 33 anni, una delle musiciste che potrà lasciare segni importanti sulla produzione discografica di questi anni, Julia Holter per la prima volta è uscita dalla sua stanza senza pareti ed è atterrata in Italia. Per far ascoltare in concerto, al Visionario di Udine, gli undici brani del suo quinto album. Quel “In the same room”, inciso dal vivo per Domino Recording, in cui ha scarnificato ancor di più i suoni, accontentandosi della forza della propria voce, della presenza mai banale del pianoforte, e di qualche vaghissimo richiamo a quell’elettronica amata fin da quand’era bambina.

Anche se, a dire il vero, nelle poche interviste rilasciate finora, Julia Holter, che a otto anni studiava già pianoforte e cominciava a imparare le tecniche e le strutture della musica classica, ha sempre confessato di essersi lasciata rapire da voci come quelle di Bob Dylan e Billie Holiday, dalle strutture sonore di Steely Dan e Travelling Wilburys. Ma, soprattutto, dall’irresistibile seduzione trasformata nella forma canzone da quel dongiovanni delle sette note che è Bryan Ferry.

Per tentare di capire la musica di Julia Holter, insomma, non serve nemmeno rivelare il fatto che, tutto sommato, s’è trovata a masticare pane e melodie fin da piccolissima. Visto che suo padre aveva suonato al fianco di Pete Seeger e che lei stessa, le sue prime registrazioni le ha potute far ascoltare agli insegnanti del Californian Institute of Arts, finanziato dalla Walt Disney. Una sorta di incubatrice creata per scoprire e avviare alla carriera professionale giovani talenti. Anzi, è proprio lì, in quel troppo scontato inquadramento ricevuto da chi vedeva in lei una futura macchina da geniali composizioni, che è nato il desiderio di rompere gli schemi. Di ribellarsi a una musica perfetta, levigata, pensata, studiata, e poi ancora rivista, corretta. Fino a ottenere uno di quei gioielli da esposizione, tecnicamente sublimi, eppure privi della originaria luce grezza, dirompente. Uccisi dalla loro stessa algida bellezza.

Innamorarsi di Julia Holter significa assecondare la sua apparente timidezza. Lasciarsi sedurre da quella voce da angelo caduto, che può sussurrare il mantra giusto per spalancare la via che porta all’estasi. E subito dopo dare fuoco all’urgenza di versare tra le note la pena dell’esistere. Ruggendo le parole, lasciando che la rabbia e l’estasi convivano negli stessi accordi. Perché i suoi brani, da “Horns surrounding me” all’ipnotica “Silhoutte”, da “So lillies” all’estatica “Betsy on the roof”, sono una continua ricerca della giusta
sintonia sonora con i pensieri che galleggiano tra il cervello e il cuore. Trovata nel preciso momento in cui le parole raccontano i suoni, e i suoni trovano la forza di costruire storie.

Chi si è perso il concerto di Udine, non sa quanta emozione Julia Holter riesce a comunicare ai suoi ascoltatori. Quando, in apparenza dolce e fragile, vestita tutta di nero e impegnata a lottare con i capelli mentre sfiorava, accarezzava, corteggiava e poi martellava i tasti del pianoforte, riusciva a trovare la forza di scarnificare la sua musica. Di liberarla dall’orpello della batteria, degli strumenti ad arco, per regalarle un’energia esoterica in cui era rinchiusa tutta la voglia di sperimentare che ha sempre caratterizzato la ricerca sonora della musicista di Los Angeles. E che, al tempo stesso, non rinnega quanto di buono si può trovare nel pop, nella canzone d’autore.

Ascoltare il suo imbarazzato, delicato, bellissimo omaggio al Paolo Conte di “Chiamami adesso” è uno dei piccoli grandi brividi del concerto di Udine, organizzato da Sexto ‘nplugged con il Visionario. Che hanno dato a questa prima, breve apparizione italiana di Julia Holter (ripetuta sabato 2 a Bologna e domenica 3 a Roma) il sapore di un iniziatico evento. Dove, alle spalle della musicista, scorrevano dimenticati esperimenti visivi che lei stessa è andata a ritrovare negli archivi del National Film Board of Canada. Misteriche sequenze di pura libertà immaginativa.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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