• 18/03/2018

Eli Gottlieb: “Il mio Ragazzo d’oro non è Rain man”

Eli Gottlieb: “Il mio Ragazzo d’oro non è Rain man”

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Doveva trovare una voce, per raccontare il mistero dell’autismo. Non qualcosa di falso, preso a prestito dalla fantasia. No, Eli Gottlieb  voleva sentire dentro di sé il suono delle parole di suo fratello. Quell’implacabile, asciutto, realissimo modo di rapportarsi con la vita di ogni giorno che caratterizza le persone segnate dal disturbo del neurosviluppo. Così lo scrittore americano ha deciso di raccontare la storia dio Todd Aaron, protagonista del suo romanzo “Un ragazzo d’oro”, usando la prima persona. Guardando il mondo, insomma, con i suoi occhi. Descrivendolo con le sue espressioni.

Seguendo quella strada impervia e affascinante, ha preso forma un romanzo ruvido e bellissimo, capace di non lasciarsi travolgere dalle emozioni eppure pieno di una sensibilità, di un umanità straordinarie. E la grande forza di Eli Gottlieb è stata quella di non lasciarsi mai tentare a trasformare “Un ragazzo d’oro”, tradotto da Assunta Martinese per minimum fax (pagg. 275, euro 17,50) in una sorta di fumettone buonista. In una rilettura, magari un po’ più approfondita di opere sbagliate e facilone dedicate al problema dell’autismo come “Rain man”, il film diretto nel 1988 da Barry Levinson con Tom Cruise e Dustin Hoffman.

Il romanzo si svolge quasi per intero all’interno del Payton Living Center, una comunità che segue i ragazzi autistici. Lì, Todd Aaron è arrivato in un giorno di pioggia, accompagnato da sua madre, quando aveva 11 anni. E ci vive ancora, anche se è ormai un cinquantenne considerato una sorta di punto di riferimento, affidabile e responsabile, per tutta la comunità. Tanto che, spesso, gli vengono affidati dei lavoretti di fiducia, oppure il compito di fare da cicerone ai nuovi arrivati in giro per la struttura.

Ma il suo fragile equilibrio viene sconvolto dall’arrivo di due persone: il nuovo operatore Mike Hinton, ribattezzato Mike Grembiule, che Todd comincia subito a guardare con sospetto e timore perché gli ricorda quell’uomo violento che era suo padre; ma anche Martine, una bellissima ragazza “ad alto funzionamento”, che arriva da una famiglia ricca, non vuole piegarsi alle regole di nessuna comunità d’accoglienza, e per di più gli insegnerà a non prendere alcune pillole-bomba. Quelle che provocano una stanchezza mortale. Una rassegnazione assai comoda per chi deve tenere sotto controllo la complessa struttura di Payton.

Nasce da lì il desiderio di rivedere la sua vecchia casa. Il progetto di abbandonare la comunità e affrontare il mondo reale. E quando Todd acquista delle mappe dell’America, sui cui segna a matita il percorso verso la libertà, la storia del “Ragazzo d’oro” prende una direzione inaspettata.

“Sono cresciuto con un fratello autistico – racconta Eli Gottlieb, che parla un ottimo italiano. Lo scrittore di Manhattan è stato invitato a Roma nell’ambito del Festival Libri Come, che è approdato alla nona edizione all’Auditorium Parco della Musica con la cura di Marino Sinibaldi, Michele De Mieri e Rosa Polacco – . Per tutta l’infanzia, e anche dopo, mi sono portato dentro la sua voce. Questo modo di parlare, di esprimere i propri pensieri molto particolare. Che taglia corto sulle proprietà linguistiche e tira dritto verso il proprio desiderio. Per questo ho deciso di scrivere il mio romanzo usando la prima persona. Per far capire al lettore che Todd è incapace di ingannare, perché per lui dare voce alle emozioni, alla paura, ai sentimenti, dev’essere un atto diretto. Comunicato in maniera forse grezza, ma assolutamente lineare”.

Una gran bella sfida. È stato difficile trovare la voce giusta?

“Molto difficile. Ho dovuto fare quasi una danza tra due estremi, per trovare l’equilibrio. Infatti, la prima versione del ‘Ragazzo d’oro’ era scritta in seconda persona, ma non mi convinceva. Perdeva di immediatezza. Così ho riscritto tutto con la voce diretta di Todd”.

Il rischio era di trasformare Todd in un personaggio poco realistico, troppo fantastico?

“Mentre scrivevo, dovevo ascoltare due voci diverse. Quella di mio fratello, che mi parlava dai ricordi dell’infanzia, e quella dello scrittore, che non deve mai perdere di vista le esigenze letterarie di un romanzo. Così, ho dovuto modificare il mio stile. Togliere quasi tutte le virgole, accorciare le frasi, ridurre drasticamente il vocabolario. Se prima scrivevo una prosa lussureggiante, adesso dovevo puntare all’essenziale. Perché volevo che al lettore fosse possibile entrare direttamente nella mente di un ragazzo, e poi di un uomo, autistico”.

Voleva evitare l’effetto “Rain man”?

“Infatti, mi sentivo molto lontano dal film di Barry Levinson. Perché, dal momento che è una produzione hollywoodiana, deve avere per forza un finale ottimista. Il passato puritano dell’America esige che ogni storia possa avere una redenzione finale. Infatti, nella pellicola il fratello autistico migliora in maniera quasi miracolosa. Nella realtà, purtroppo, non va così. Per questo ho preferito immaginare che, alla fine del mio libro, Todd in qualche modo sia in pace con il suo destino. Più di così sarebbe stata pura fiction”.

Quasi nessuno ricorda, infatti, che i soggetti autistici spesso vengono imbottiti di pillole pesanti…

“Posso dire che mio fratello, a causa di queste pillole, ha subito una specie di lobotomia chimica. Perfino il suo volto, che da ragazzo era molto bello, adesso è sfigurato da queste droghe potenti. Del resto, credo che non ci sia alternativa. Le pillole sono un compromesso per tenere a bada la malattia”.

Da dove arriva la passione per la scrittura?

“Mia madre era insegnante di pianoforte per bambini di 4-5 anni. Quando si è accorta che mi piaceva leggere, che divoravo letteralmente i libri, mi ha incoraggiato. A 9 anni ero già iscritto a dei workshop di poesia, grazie a lei. Ero negato come atleta, lo sport non faceva per me, ma avevo il dono della scrittura. E apprezzavo certe opere letterarie che, di solito, si leggono solo da grandi. Insomma, ero un ragazzo insopportabile”.

E che cosa raccontava nei suoi primi tentativi letterari?

“Per esempio, avevo capito che la mia famiglia era troppo bizzarra per non essere rappresentata con la scrittura. Mi sentivo una specie di testimone oculare di quello che avveniva in casa. Davo forma a dei racconti satirici sulla mia vita. A dieci anni ho fatto anche delle fotografie, che adesso mi inteneriscono. Perché mi rendo conto che non riuscivo ad accettare la malattia di mio fratello e tutto il resto come fosse normale. Dovevo filtrarla attraverso l’ironia”.

E poi, a un certo punto, ha lasciato New York per l’Italia?

“Ho conosciuto una ragazza italiana su un autobus a New York negli anni ’80. Poi, abbiamo cominciato a scambiarci lettere. Lei, come tanti italiani, scriveva in un inglese molto espressivo, colorito. Seducente, per me che all’epoca ero un aspirante scrittore. Per farla breve, mi ha conquistato con quelle lettere”.

Così si è trasferito a Milano?

“Sono andato a vivere con lei. Ma, come ogni rapporto che si basa sulle lettere, non poteva funzionare. È andato in tilt subito. Però, devo ammettere che è stata gentile: mi ha trovato una casa a Padova, perché lei era originaria di Montagnana. Poi, sono diventato lettore di Letteratura americana proprio all’Università di Padova”.

E che idea si è fatto del nostro Paese?

“Nonostante tutti i problemi che ha, l’Italia è il Paese dei miracoli. Dove l’amicizia è considerata qualcosa di pregiato. E questo, insieme a tante altre cose, lo trovo fantastico”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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