• 10/04/2018

Wind River, il Male abita nelle riserva indiana

Wind River, il Male abita nelle riserva indiana

Wind River, il Male abita nelle riserva indiana 1024 576 alemezlo
I suoi conti deve averli fatti bene. Perché Taylor Sheridan s’è messo in testa di debuttare alla regia dopo il successo ottenuto come sceneggiatore di “Sicario”, che nel 2015 portava la firma di Denis “Blade Runner 2049” Villeneuve, e di “Hell or high water”. diretto l’anno dopo dal David Mackenzie de “Il ribelle – Starred up”. Ma ha corso un grande rischio. Anche perché si trattava di portare a termine la trilogia sulla nuova frontiera americana. Andando a puntare gli occhi, dopo il confine del Messico e la Comancheria del Texas, su uno dei grandi tabù del mondo a stelle e strisce. Ovvero, le riserve indiane. Anzi, peggio, quella zona del Wyoming a ridosso delle montagne dove i sopravvissuti dei nativi americani devono coabitare anche d’estate con violente tempeste di neve e temperature da restarci assiderati. Senza contare la droga, l’alcol, la perdita di un’identità e di un progetto per il futuro.

Ebbene, Taylor Sheridan è stato capace di alzare ancor di più la posta della sua scommessa. Perché è andato a schierare “I segreti di Wind River” al Festival di Cannes del 2017, portando a casa la vittoria per la miglior regia nella sezione Un certain regard. Ma non basta: ha scelto di costruire il suo film tra paesaggi impervi, ostili, splendidi da guardare da lontano, ma desolati e desolanti se ti avvicini un po’ di più. Non nella Oslo sotto una bella nevicata de “L’uomo di neve” di Jo Nesbø, tanto per intenderci. Ma in un vero inferno bianco, dove la vita delle persone conta meno di quella degli animali selvatici, che riescono a sopravvivere solo facendo razzia di pecore e di altri bestie d’allevamento.

Un mondo dove Cory Lambert (il bravissimo Jeremy Renner che passa con grande disinvoltura dal set degli “Avengers” a quello di “Arrival”, altro splendido lavoro di Villeneuve) si guadagna da vivere facendo il cacciatore di professione. In pratica, viene chiamato a muoversi con grande circospezione tra boschi e dirupi ogni volta che un predatore si avvicina troppo alle zone abitate in cerca di cibo. E proprio mentre va alla ricerca di uno di quegli ammazzapecore, trova semisepolto nella neve il cadavere di Natalie Hanson (interpretata da Kelsey Asbille), una bellissima ragazza diciottenne che è figlia del suo miglior amico. Vittima di quello che appare subito come un brutale omicidio, deve aver corso per parecchie miglia a piedi nudi nella neve, fino a farsi scoppiare i polmoni a causa delle temperature bassissime.

Segnalata la posizione al responsabile della sicurezza tribale nella riversa, Corey potrebbe tornare al suo lavoro. Se non fosse che, dal passato, riemerge con la forza di un uragano un ricordo che il cacciatore ha cercato sempre di tenere a bada. Quello della misteriosa morte di sua figlia, che aveva la stessa età di Natalie, tragedia che ha spezzato per sempre anche il suo matrimonio con Wanda (Julia Jones). E poi, l’Fbi spedisce in mezzo alle montagne del Wyoming l’inesperto agente Jane Banner (che ha il volto della terza delle sorelle Olsen, Elizabeth, già vista al fianco di Renner proprio negli “Avengers”). Una biondina tutta grinta, ma del tutto impreparata a muoversi in un mondo dominato da un ruvido protocollo maschilista. E, se non bastasse, nemmeno fornita di un vestiario e un equipaggiamento che le consenta di sopravvivere alle frequenti tempeste di neve.

Sono gli animali selvatici i più temuti, nel Wyoming. E anche i figli dei nativi americani, irrimediabilmente consegnati tra le braccia dello spaccio e dell’uso forsennato della droga e dell’impossibilità di procurarsi un lavoro. Visto che anche gli agenti della sicurezza al vicino impianto petrolifero sono di pelle bianca. e stanno lassù ben chiusi dentro le loro case viaggianti arredate con i migliori comfort. Proprio Matt, uno di loro, viene trovato cadavere a poca distanza dal corpo di Natalie, straziato dopo la morte dai morsi di qualche bestia. Da lì, da quell’indizio che apparentemente è in grado di rendere la storia ancora più oscura e indecifrabile, prende forma la pista per arrivare alla soluzione del segreto di Wind River. Perché Taylor Sheridan decide di racchiudere l’intero racconto di una notte di terrore e sangue in un inaspettato, tagliente, narrativamente perfetto flashback. Scoprendo che il Male è venuto ad abitare nella riserva indiana.

“Questo è un film che mi portava davanti a un bivio: da una parte c’era il successo, dall’altra la catastrofe”, ha detto Sheridan. Sapendo bene che lui, sceneggiatore di mestiere, aveva in mano un asso pesantissimo: doveva, infatti, cadenzare la sua regia sul ritmo della storia scritta da lui stesso. Ascoltare, insomma, il tic tac perfetto del metronomo narrativo senza sbrodolare nemmeno un’inquadratura, senza attardarsi nel riprendere dettagli insignificanti. La sua sfida l’ha vinta proprio lì. Quando ha saputo dare alla storia un andamento lento, ma inesorabile. Quando ha sentito battere la cadenza di un film che avanza implacabile, claustrofobico, angoscioso, eppure bellissimo. Perché sa usare paesaggi mozzafiato senza compiacersi della loro bellezza. Perché riesce a far recitare gli attori come se passassero di là per caso, e si sentissero davvero coinvolti nella tragedia che insanguina la misera comunità di Wind River.

Ma ancor dio più, il film di Taylor Sheridan ha saputo puntare il dito in maniera implacabile contro un’America che ha prima sconfitto e umiliato, e poi spersonalizzato gli eredi delle grandi tribù dei pellerossa. Straziante fino a suggerire un sorriso amaro la scena in cui Martin Hanson (Gil Birmingham), il padre di Natalie, si dipinge il volto in maniera bizzarra per mostrare a tutti il suo dolore. Ma quella maschera che ostenta il lutto non ha nessun contatto reale con le tradizioni del suo popolo. Se l’è inventata lui, così, per ricordarsi che nelle sue vene non scorre il sangue dei visi pallidi. Che lui, tra loro, è “d’un altra specie” come avrebbe detto il poeta.

Distillata dalle emozioni e dal dolore è, poi, la colonna sonora “Wind River”. E non sembri strano che a scriverla, insieme a Warren Ellis, che ha suonato con Dirty Three, Bad Seeds e Grindman, sia stato l’immenso poeta-musicista Nick Cave. Legato agli anni del punk con i Birthday Party, ma anche a un caleidoscopio di sonorità oscure indischi indimenticabili da “From her to eternity” fino a “Skeleton tree” Perché dentro brani intensi come “First journey, “Never gonna be the same”, “Second body” e nelle finali “Survive or surrender” e “Wind River”, c’è tutto lo strazio di un uomo e di un artista, come il compositore australiano, che ha provato in prima persona il dolore cieco della perdita di un figlio adolescente. Abisso di solitudine, sensi di colpa e tormento che ha dato forma anche al suo album più recente, “Skeleton tree”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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