• 09/05/2018

Katie Kitamura: l’amore è una recita che aiuta a vivere

Katie Kitamura: l’amore è una recita che aiuta a vivere

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Katie Kitamura ama guardare al di là delle apparenze. Oltre quell’aura di luce di cui si ammantano le persone quando stanno in mezzo agli altri. Quando si sforzano di mettere in mostra, di far conoscere la parte migliore di sé. Americana con radici in Giappone, per due volte in finale al New York Public Library’s Young Lions Fiction Award, con “Gone to the forest” e “Knock-out”, la scrittrice nata in California, che nella vita fa coppia con un altro autore di grande talento, Hari Kunzru, ha cominciato a cercare il lato nascosto delle cose fin da quando era bambina. Forse perché in famiglia si parlava giapponese, ma fuori dalla porta la aspettava la sua vita americana. Forse perché, grazie a quella doppia visione delle cose, ha iniziato a capire che dietro le parole, all’ombra di ciascun atteggiamento, c’è sempre un altro senso, qualcosa di non detto. La penombra che tutti dobbiamo attraversare.

E allora, non è strano che dopo i primi romanzi, ottime prove “di riscaldamento”, come si dice in gergo sportivo quando ci si prepara a una competizione importante, Katie Kitamura abbia deciso di raccontare il mistero più grande dell’esistere. Ovvero, la capacità di condividere tutto, in una relazione di coppia stabile e duratura, “fino a che morte non ci separi”, pur restando degli oggetti misteriosi l’uno per l’altra. Addentrandosi negli angoli bui che la scrittura è andata a illuminare con il suo perturbante, splendido romanzo “Una separazione”, tradotto da Costanza Prinetti per Bollati Boringhieri (pagg. 189, euro 16,50).

Un libro che colpisce duro fin dalle prime righe. Fin da quando la donna che racconta riceve una telefonata da Isabella, la mamma di suo marito. E scopre che lei non sa niente del fatto che ormai con Christopher sia tutto finito. Perché lui ha tirato dritto per la sua strada, e il matrimonio sta per concludersi con un’inevitabile separazione. Con un divorzio. Ma, soprattutto, viene a sapere, non senza un bel po’ di imbarazzo, che la suocera li crede pronti al viaggio verso la Grecia: “Ho parlato con Christopher tre settimane fa e mi ha detto che sareste andati in Grecia. Trovarlo mi è praticamente impossibile, e visto che tu sei senza dubbio in Inghilterra, posso solo presumere che sia andato in Grecia senza di te”.

La donna che racconta non fa mistero della sua debole sintonia con Isabella, la suocera, e con suo marito Mark. Mai è riuscito ad andare al di là di un’educata, distante sopportazione con i suoceri (“Sei straniera, sei sempre stata un po’ straniera, è molto carina ma diversa da noi, ci sembra di non conoscerti”). Ma ha promesso a Christopher di non rivelare a nessuno la loro decisione di separarsi. Almeno fino a quando ogni dettaglio del divorzio non sarà messo a punto. Così, decide di recitare. Si fa pagare il biglietto aereo per la Grecia, sbarca ad Atene, si fa accompagnare in macchina fino a Gerolimenas, un villaggio di pescatori immerso in un paesaggio da oltretomba, visto che una serie di incendi ha devastato la vegetazione tutto attorno. E lì, giocando alla moglie un po’ svagata, prova a mettersi sulle tracce di Christopher. raccontando a tutti che lui, reduce da un buon successo editoriale, è venuto fin lì per completare delle ricerche di tipo antropologico. Forse vuole raccontare il modo di elaborare il lutto in un mondo dove esistono ancora le prèfiche. Donne pagate per dare sfogo al dolore delle famiglie che hanno perso una persona cara. Per piangere con teatrale convinzione i morti degli altri.

Ma è chiaro fin dall’inizio che, lì in Grecia, Christopher si è andato a cacciare in qualche strana storia. Visto che nell’albergo di Gerolimenas, dove conservano i suoi bagagli, non sanno esattamente quando ritornerà. E poi Maria, la ragazza della reception, non sa nascondere il proprio fastidio per l’arrivo della moglie. Tanto da far sospettare, immaginare, ricostruire momento per momento in un’allucinato soprassalto di gelosia, alla donna che racconta, i tempi, le modalità, i gesti, le parole della seduzione.

Lentamente, Christopher scivola ai margini della vita di chi lo aspetta, lo cerca. Tanto da far ricordare alla moglie un romanzo breve di Honoré de Balzac, “Il colonnello Chabert”, in cui un marito dato per morto nelle guerre napoleoniche, un giorno ritorna a casa. Finendo per scompigliare la vita della moglie, che nel frattempo si è risposata. E che non può certo accettare di ricominciare tutto come prima, dal momento che lei adesso è la contessa Ferraud e rischia di essere accusata di bigamia. Solo che la voce narrante del romanzo di Katie Kitamura non teme affatto che Christopher riappaia. Sarebbe la soluzione più semplice e giusta per tutti. Piuttosto, le risulta difficile gestire l’assenza dell’uomo con cui aveva deciso di chiudere ogni rapporto. Perché è costretta a fingere due volte: lasciando credere agli altri di essere ancora la legittima moglie; recitando, anche con se stessa, il ruolo di chi cerca ansiosamente qualcuno, senza sapere se lui desidera veramente essere ritrovato.

Costruito come un incubo che avanza inesorabile, lentissimo, fino a una conclusione drammatica, e liberatoria al tempo stesso, anche grazie all’uso di una lingua lineare come un taglio chirurgico, “Una separazione” analizza in maniera lucida, implacabile i sentimenti contraddittori dei personaggi coinvolti nella storia. Perché a Katie Kitamura interessa stanare i pensieri nascosti, gli atteggiamenti mascherati, la recita quotidiana che ogni uomo e ogni donna deve mettere in scena per dare agli altri un immagine splendente di sé. Anche quando, dietro i sorrisi, dietro le parole pacate e i gesti misurati, si nasconde un abisso di mezze verità, finzioni, segreti impossibili da rivelare.

E allora, una moglie, vittima del marito che “non sa tenere l’uccello dentro i pantaloni”, come ammette la madre stessa di Chritopher, può trovarsi all’improvviso a cambiare ruolo. A scivolare verso la menzogna, senza trovare il coraggio di ribellarsi. Perché fa parte del gioco della vita pretendere che lei continui a indossare la maschera. Per alimentare illusioni, per raccontare storie il cui finale è già scritto. In fondo, a chi interessa davvero scoprire la verità?

<Alessandro Mezzena Lona

 

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