• 04/02/2019

Leonor Fini e Arturo Nathan, parole di un amore mai detto

Leonor Fini e Arturo Nathan, parole di un amore mai detto

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Chi non lo amava, a Trieste, si divertiva a chiamarlo  spaventapasseri. Perché Arturo Nathan era un po’ così, come quei fantocci piazzati in mezzo ai campi per tenere alla larga i predatori. Altissimo, le gambe lunghe che terminavano con dei piedoni stretti dentro scarpe strane, chiuse da laccetti che si agganciavano a protuberanze di ferro, indossava sempre un mantello che fungeva anche da impermeabile. E che, sulla schiena, formava due grandi ali pronte a gonfiarsi al minimo soffio di vento.

Ecco, il vento, appunto. Sembrava che un refolo di  bora lo spingesse oggi mattina verso la casa di Leonor Fini. Lei, che parecchi anni dopo sarebbe diventata la musa dei surrealisti, allora era solo una ragazzina. Aveva quattordici anni e frequentava la stessa scuola della sorella del pittore, Daisy Nathan, la “Ruggero Manna”, accanto alla stazione di Trieste.

Fu proprio Daisy che, un giorno, mentre ritornavano verso casa camminando lentamente e chiacchierando delle cose di scuola, la invitò a salire. Abitavano vicine, normale che le dicesse: “Vieni a conoscere mio fratello?”. 

Leonor ci andò. Scoprendo, come racconterà molto tempo dopo, nell’aprile del 1992, quattro anni prima di morire, in una lunga intervista che mi concesse e che venne, poi, pubblicata sul quotidiano “Il Piccolo”, “un uomo puro e intelligente. In giro per il mondo non ne ho mai più incontrato uno come lui”.

E Nathan, che allora era già un uomo, visto che aveva compiuto trent’anni, come reagì? Lui, che a Trieste era visto come un tipo strano, non solo per il carattere ombroso, lunatico, solitario e introspettivo. Ma anche perché amava la pittura antica, quella rinascimentale. Perché preferiva i manieristi a tanti artisti contemporanei. Però, quando si metteva davanti alla tela bianca, riusciva a dare forma all’inconscio, all’inquietudine, come il più ardito dei pittori senza maestri, senza scuola, capaci di ascoltare soltanto il proprio io creativo.

Più tardi avrebbero detto che i suoi quadri, pieni di paesaggi perturbanti, manichini, statue lesionate, figure enigmatiche, citazioni di miti greci e suggestioni spirituali, richiamavano la pittura metafisica. Così lo accostarono, suo malgrado, a grandi nomi come Giorgio De Chirico, Alberto Savinio, Carlo Carrà.

 Certo è che Leonor Fini, la ragazzina che a dieci anni frequentava l’obitorio, con la complicità di un custode, perché voleva imparare a disegnare il corpo umano, ma soprattutto perché la affascinavano i morti, era piaciuta subito a Nathan. Tanto che Arturo aveva preso a farle visita ogni giorno, poco dopo l’alba. Quando lei si stava appena svegliando.

“Arrivava a casa mia verso le sette del mattino – raccontava Leonor Fini -, come portato dal vento. Alla nonna, che andava ad aprire la porta, non diceva niente. E lei, poi, brontolava: ‘Cossa el viene a far a ‘ste ore’. Entrava rapido e silenzioso, salutava e passava di filato in camera mia. Si sedeva sul letto e iniziava a parlare. Era un uomo adorabile, molto serio e, credo, anche assai casto: scherzava poco, ma si emozionava a discutere di libri, che leggeva in gran quantità. ‘La gaia scienza’ di Friedrich Nietzsche l’ho scoperta proprio in quegli anni. Grazie a lui, che me ne parlava in continuazione, perché aveva una venerazione per il filosofo morto a Weimar nel 1900. Mi spiegava un sacco di cose e io lo trovavo di gran lunga più affascinante di tanti giovincelli che conoscevo a quell’epoca, capaci di riempirti la testa solo di cose futili”.

Tra i tanti giovincelli che ronzavano attorno a Leonor, arrivata a Trieste dall’Argentina quando aveva due anni perché sua madre aveva rotto ogni rapporto con suo padre, c’era Gillo Dorfles. Un giorno, un’amica di famiglia del futuro critico d’arte e pittore triestino, morto l’anno scorso a a Milano, fermò la mamma per strada e le disse di stare attenta a certe ragazze che si facevano vedere in giro a braccetto con il figlio. Perché godevano di una cattiva fama.

Ricordando questo episodio, Leonor Fini, che si definiva “una triestina un po’ anomala, nata a Buenos Aires quasi per caso”, non riusciva a smettere di ridere. 

Poi, tornata seria, spiegava che “la famiglia di mio padre si era trasferita in Argentina da Benevento. E si sa bene che, nel Medioevo, le donne campane erano considerate tutte streghe. Quindi, un po’ di quello spirito negromantico sarà passato anche in me”.

Nella sua casa di Parigi, piena di gatti, quadri e ricordi, Leonor Fini, che girava sempre fasciata da uno splendido chimono, con una parrucca in testa e un pesante maquillage, che sperava riuscisse a nascondere i segni lasciati sul suo bel viso dallo scorrere del tempo, non smetteva di pensare a quell’amicizia così intensa. 

Un’amicizia che, a ben guardare, portava impresse sulla pelle le stigmate di un amore mai consumato. “Arturo Nathan non aveva un concetto molto alto dell’amore – raccontava la pittrice -. Diceva che, troppo spesso, quel sentimento finisce per trasformarsi in un commercio carnale, e basta. Un trionfo di istinti, insomma, che niente ha in comune con lo spirito. Ogni sera andavamo a fare una passeggiata sul Molo San Carlo. E trascorrevamo ore a discutere delle opere di Nietzsche, delle sue idee, del mondo ideale che veniva a galla nei libri. Per noi, la storia della pazzia del pensatore tedesco era una montatura creata da gente malvagia”.

Solo una volta, Arturo Nathan aveva rischiato di perdere il rigido autocontrollo che esercitava in presenza della giovane Leonor Fini: “C’era un ragazzo che mi chiedeva di uscire con lui, e io accettai. Prima, però, decisi di passare da Nathan per salutarlo. Quando gli spiegai che quella sera non mi sarei fermata da lui, vidi prendere forma sul suo volto un’ombra di tristezza. Rimase male, questo è sicuro, ma non pronunciò nemmeno una parola per fermarmi. Io non ci pensai due volte, e cambiai programma. Così, all’istante. ‘Quell’appuntamento non conta niente per me’, gli dissi. E restai con lui”.

A Leonor Fini, la Trieste mercantile e letteraria, claustrofobica e provinciale, capace di innamorarsi per prima della psicoanalisi, ma anche più tardi di girare lo sguardo davanti agli orrori dell’unico campo di sterminio nazista in Italia, la Risiera di San Sabba, cominciava a stare stretta. Così, si trasferì prima a Milano, diventando un’apprezzata ritrattista, e poi a Parigi. Dove sarebbe entrata presto in contatto con André Breton e i surrealisti, covando nei loro  confronti sentimenti di amore e odio. Da inguaribile ribelle qual era fin dall’infanzia.

Nathan non amava viaggiare. Però mi scriveva. Seguiva tutto quello che facevo, si informava sui miei primi passi nel mondo dell’arte. Ricordo che, quando andai a vivere a Milano, mi chiamò una signora grassa e ricca. Di cognome faceva Fagiolini. Voleva che dipingessi un suo ritratto, e io l’accontentai. Quando lo vide, era tanto felice che disse: ‘Mi ha fatto più bella, desidero darle una mancetta’. Più tardi bussò alla porta un uomo che chiese di me. Lei si rabbuiò e disse: ‘Le avevo consigliato di non ricevere uomini’. Poveretta, non capiva niente. Quel signore alla porta era Arturo Nathan Uno che non poteva essere confuso con certi bellimbusti sempre pronti a correre appresso alle donne”.

Poi, per un lungo periodo, Leonor Fini non sentì più parlare di Nathan. Tirava una brutta aria in Italia per gli ebrei. Da Trieste, dalla sua piazza Unità spalancata sul mare, Benito Mussolini aveva annunciato l’entrata in vigore delle leggi razziali davanti a una folla che non smise un attimo di applaudirlo.

“Mi trovavo a Roma, e non riuscivo ad avere notizie nemmeno della mia famiglia – ricordava l’artista -. Il Paese era divisa in due, fascisti e tedeschi seminavano terrore e morte per contrastare l’avanzata degli Alleati e le azioni dei partigiani. Solo molto tempo dopo mia madre riuscì a raggiungermi. Venni così a sapere che i nazisti, schifosissimi, avevano portato Nathan prima nel campo di sterminio di Bergen Belsen, poi in quello di Biberach. Lì, senza una gamba, che gli era stata amputata per fermare la cancrena, il mio amico era morto di fame e freddo. Per me fu un dolore immenso, pensare a lui in quell’inferno, così solo e disperato”.

Era il 25 novembre del 1944. Ventidue giorni dopo, Arturo Nathan avrebbe compiuto 53 anni.

Anni dopo, la sorella Daisy avrebbe raccontato la morte del fratello Arti, come lo chiamava lei, con altre parole. “Quando sono arrivati gli Alleati a liberare il campo di Biberach, al primo cucchiaio di minestra è spirato”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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