• 12/02/2019

Hari Kunzru, la musica ha un cuore di tenebra

Hari Kunzru, la musica ha un cuore di tenebra

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La musica è viaggio, la musica è seduzione. Libera la mente, lascia che la fantasia si alzi in volo oltre i confini della realtà,. Regala tormento ed estasi, rende sonore le emozioni più difficili da spiegare. La musica è divina e diabolica. E spaventa soprattutto chi vuole esercitare un controllo ferreo sulle menti degli altri. Tanto che tutte le dittature, di ispirazione ideologica o religiosa, hanno sempre trattato chi frequenta il mondo delle note con grande diffidenza. A meno che non si accontenti di qualche stupida marcetta, degli inni patriottici, di certe preghiere sonore il cui intento è sempre lo stesso: inculcare l’idea che il leader, il governo, la gerarchia ecclesiastica, sono quanto di meglio si possa desiderare.

La musica è, soprattutto, imprevedibile. Perché nasconde in sé un raggio di luce potente, e, al tempo stesso, un cuore di tenebra. E, a volte, una semplice canzone può trascinarsi appresso un mondo di storie imprevedibili. Come accade nel nuovo romanzo di Hari Kunzru “Lacrime bianche” tradotto da B. Alessandro D’Onofrio per il Saggiatore (pagg. 331, euro 22).

Londinese di nascita, figlio di un chirurgo ortopedico, pandit induista originario di Agra, e di un infermiera britannica proveniente da una famiglia di forte tradizione anglicana, Hari Kunzru ha debuttato nel 2003 con un romanzo decisamente originale e forte: “L’imitatore di voci”. Accolto con grandi elogi dalla critica, che l’ha segnalato subito come uno dei migliori narratori trentenni d’Inghilterra, e dal pubblico, lo scrittore aveva posto in quel libro la base dei temi che avrebbe, poi, messo a fuoco anche nelle opere successive: “La danza di Leela” e “Le mie rivoluzioni”: la paura dell’altro, l’esaltazione dell’identità, l’insorgere di un nuovo razzismo, mascherato da ripudio del terrorismo e del fondamentalismo, dopo gli attentati alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. Sua moglie, Katie Kitamura, scrittrice californiana di origini giapponesi, si è segnalata per i romanzi “The longshot” e “Una separazione”.

Che la musica sia una bomba a orologeria pronta a esplodere quando meno te lo aspetti, lo scopre Seth, il protagonista di “Lacrime bianche” quando un giorno registra, per caso, lo splendido canto di uno sconosciuto in un parco di Manhattan (storia, tra l’altro, capitata per davvero nel 1971 al compositore britannico Gavin Bryars e diventata poi un piccolo capolavoro nel disco “Jesus blood never failed me yet”: una sinfonia in cui la voce grezza e emozionante di un barbone si confonde piano piano in quella di Tom Waits).  Quando riascolta quella canzone insieme all’amico Carter non si sognerebbe mai di poter trasformare il brano, sapientemente manipolato e abbellito con gli strumenti elettronici della sala di registrazione, in qualcosa che riuscirà a scatenare la fantasia e l’attenzione degli ascoltatori.

Ma la rete risponde proprio così. Con isterico entusiasmo. Con morbosa curiosità. Fino a quando un misterioso collezionista, che si cela dietro il nickname JumpJim, comincia a bombardarli di domande. Chiedendo, soprattutto, come abbiano fatto a ritrovare il rarissimo, perduto disco di debutto di tale Charlie Shaw. Un musicista blues scomparso nel nulla proprio quando il mondo discografico, e tanti appassionati di quella musica, erano pronti a scommettere sul suo futuro luminoso.

Giovane e ambizioso, squattrinato e a caccia di una buona chance per la sua carriera di musicista, all’inizio Seth rifiuta di credere che il caso Charlie Shaw non sia un crudele scherzo della rete. Ma più lui frena l’entusiasmo, più il suo amico e socio Carter, figlio di una famiglia ricchissima, i Wallace, che finanzia, a malincuore, tutti i suoi strani ed eccessivi desideri, illudendosi così di tenerlo alla larga dai guai, invece moltiplica la curiosità nei confronti di quel perduto musicista blues. La cui storia sembra segnata da un destino di perdizione e morte. Una luminosissima ascesa diventata, subito all’inizio, drammatica e vertiginosa caduta.

Estremo in tutto, Carter finisce per inseguire il fantasma di Charlie Shaw nei quartieri più malfamati e pericolosi di New York. Fino a quando qualcuno lo riduce in fin di vita, cercandogli l’anima, o, forse meglio, il segreto di quel disco perduto e ritrovato, a forza di botte. E quando la frenetica e rischiosa ricerca delle tracce del bluesman lo porta dritto in una stanza del reparto rianimazione di uno degli ospedali di New York, la famiglia di Carter bandisce Seth da qualunque contatto con lui e con il suo mondo. Riducendolo a vagabondare per la metropoli sporco, affamato e senza quattrini, in cerca di una verità che lo porterà a un passo dalla follia. Evitato perfino da Connie Wallace, sorella bellissima del suo perduto amico, che si rivelerà pietra angolare della misteriosa e pericolosissima ricerca della verità.

Perché, in fondo, chi è Charlie Shaw? È mai esistito un musicista che sembra l’incarnazione perfetta del musicista maledetto, del bluesman che sembra uscito da uno dei gironi dell’Inferno?

Costruito come una dichiarazione d’amore per la musica, e per il blues in particolare, “Lacrime bianche” conferma il grande talento narrativo di Hari Kunzru. Uno scrittore capace di prendere un modello del romanzo classico, piegarlo al proprio gusto di inventore di storie, per consegnare al lettore una mutazione del genere letterario di grande fascino e spessore. In questo caso, l’autore londinese si diverte a cambiare faccia al noir, all’intreccio psicologico e avventuroso, alla ricerca impossibile di se stessi e dell’altro. Trasformando il suo viaggio all’interno del mondo della musica, della New York ricca e di quella dei disperati, degli emarginati, con un approccio del tutto pop. Che, però, pagina dopo pagina, diventa sempre più raffinato, meditato. Spingendo l’io narrante a smarrire le coordinate del suo percorso di crescita che procede, apparentemente, in piena luce. Ma che, in realtà, si inabissa lentamente in un mare di tenebre.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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