• 20/04/2019

Barbara Stefani: “Le mie storie recise, tra pittura e fotografia”

Barbara Stefani: “Le mie storie recise, tra pittura e fotografia”

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Erano solo fotografie. Immagini in bianco e nero di persone dimenticate. Frammenti di storie destinate a sparire nella zona grigia della dimenticanza. Nel limbo dell’oblio. Poi, un giorno, su quelle vite che non sono la sua, si sono posati gli occhi di Barbara Stefani. Una pittrice, una musicista di Trieste. E grazie alla sua sensibilità, alla voglia di immaginarle di nuovo, di ricrearle, di emozionarsi per loro, hanno ripreso forma. In un modo del tutto diverso.

Quelle otto immagini, infatti, hanno convinto l’artista triestina Barbara Stefani a sintonizzarsi con loro. A non abbandonarle nel silenzio del non ricordo. Piano piano ha preso forma, così, la voglia di creare una sintonia tra fotografia e pittura. Di immaginare un legame forte tra due tipi di creatività apparentemente così diversi. Mescolando chiaroscuri e pennellate, immaginando di nuovo le vite perdute della “Donna con collana”, della “Donna in poltrona”. E, ancora, dell’ “Uomo con cappello”, “Donna al margine del bosco”, “Donna con piante e finestra”, “Uomo che spara”, “Sorelle” e “Donna con pelliccia di tigre”. Abbinando alle figure umane, prigioniere del bianco e nero, una serie di fiori dipinti usando le stesse sfumature. La medesima acromatica capacità di racconto.

Vite recise, esistente sradicate, storie in transito, come quelle dei papaveri, delle peonie, dei crisantemi e degli iris, delle rose e delle azalee, dei gigli e delle magnolie, che Barbara Stefani ha voluto dipingere accanto alle immagini. Scegliendo proprio quel titolo, “Recisi”, e rendendo omaggio a un grande artista giapponese come Katsushika Okusai. La mostra è aperta fino al 3 maggio, a cura di Massimiliano Schiozzi, al Cavò di Trieste, in via San Rocco 1. Orario: mercoledì, giovedì e venerdì dalle 17 alle 19. Chiuso il 25 aprile e 1 maggio.

“Il progetto della mostra ha preso forma proprio partendo dalle fotografie – spiega Barbara Stefani -. Da certe immagini che vedevo nei negozi dei rigattieri. E che mi attraevano perché erano ritratti di persone che un giorno hanno avuto una loro storia. Ma che adesso, nessuno ricorda più. Sono spariti i nomi, si è dissolta l’identità, come se non fossero mai esistiti”.

Queste foto facevano parte di una sua collezione?

“No, ho iniziato a collezionarle quando mi sono resa conto che stavo elaborando un progetto strettamente legato a quei ritratti. Ho voluto prenderne soltanto otto, perché attorno a queste sarebbe nata la mia mostra. Poi, il fatto che le persone nelle fotografie fossero ormai prive di un’identità riconosciuta, di una storia, mi ha suggerito anche il titolo. ‘Recisi’. Perché sono vite sradicate”.

Per un artista che dipinge, come lei, non bastavano quelle immagini?

“No, perché attorno a loro dovevo costruire qualcosa. Ho iniziato a pensare a una metafora, che potesse raccontare lo sradicamento delle vite di chi compare nelle fotografie. Quella dei fiori strappati, recisi, appunto, mi è sembrata avvicinarsi di più alla mia idea originaria. Però, nel momento in cui decido di strappare un fiore, significa anche che voglio farne dono. In tutto questo mi sembrava implicito anche l’omaggio alla bellezza. Alla vita, prima di tutto”.

Recisi sì, però donati di nuovo alla vita?

“Sì, con le mie opere ho voluto regalare una nuova possibilità. Per uscire dalla zona grigia della non-memoria. Perché lo sguardo permette prima di tutto a me, che sento delle affinità, di incontrarmi con loro. E poi, ovviamente, anche a chi viene a visitare la mostra”.

Non sono fiori qualunque, quelli abbinati alle fotografie?

“No, perché ho pensato che se le immagini sono dei documenti che hanno radici nella storia, o forse, meglio, nella microstoria, anche la parte pittorica deve dialogare con una lezione di creatività che arriva dal passato. Così ho deciso di rendere omaggio a un importantissimo personaggio della storia dell’arte orientale: Katsushika Okusai, vissuto in Giappone tra il 1760 e il 1849. Anzi, a dire il vero, all’inizio non pensavo proprio a lui. Ma cercando in maniera approfondita quale potesse essere la mia fonte d’ispirazione, diciamo così, botanica, ho trovato questa sua serie di grafiche di piccoli e grandi fiori”.

Tra l’altro, fiori che sembrano proprio recisi…

“Sì, sono tutti tagliati come se qualcuno li avesse colti prima di dipingerli. Per questo mi sono sembrati subito perfetti per essere abbinati alle otto fotografie di persone senza storia. Tutto il mio lavoro pittorico è stato impostato proprio per evidenziare questa particolare sintonia”.

Pittura e fotografia, due mondi lontani?

“La sfida principale era proprio questa: far dialogare una forma d’arte che intende soprattutto documentare con la pittura che, invece, ricrea a modo suo la realtà. Ho voluto creare un cortocircuito che valorizzi entrambi. Ho lavorato con il bianco e nero volendo creare una perfetta simmetria tra immagini e dipinti”.

Da dove parte la sua ricerca artistica?

“Ho iniziato negli anni ’90 nel laboratorio dell’artista triestino Paolo Cervi Kervischer. Sono stati sei anni di insegnamento molto rigoroso, che mi hanno formata: disegno dal vero, nudo, studio della storia dell’arte. Poi ho cercato una mia via alla creatività. E da subito, mi sono messa a lavorare per sottrazione. Ancora oggi preferisco limitare i colori, smorzare le tonalità e avvicinarmi al bianco e nero”.

E la contaminazione tra generi quando arriva?

“Questa è la prima volta che lavoro creando una sintonia tra pittura e fotografia. Altre volte, però, mi sono dedicata al riutilizzo di materiali recuperati come scatole di vetro, contenitori per frigoriferi. Nel caso di ‘Recisi’ ho voluto dipingere e inserire le fotografie su supporti di legno presi da scatole. In altri lavori ho usato, invece, carta e cartone, scegliendo sempre i colori acrilici.. Anche in questo caso, si tratta di oggetti abbandonati magari fuori dei negozi,. Un po’ come le immagini abbandonate nelle rigatterie, che io poi raccolgo”.

Dalla pittura alla musica: come nasce la passione per il canto?

“In realtà, io canto fin da quando ero bambina. Però, per tanti motivi, la musica è rimasta sempre un po’ in secondo piano nella mia vita. Fino a quando un caro amico mi ha chiesto di cantare nel suo gruppo. Era un bravissimo grafico, ma anche un chitarrista, che purtroppo non c’è più: Marco Stulle. È stato lui a risvegliare questo mio sogno musicale. Ogni volta che canto un brano, è come se rendessi omaggio a lui”.

Adesso non è più solo un hobby?

“Adesso ho una band, i Lady B, facciamo cover rock. All’inaugurazione della mostra, insieme ad altri due musicisti, ho cantato ‘Walk on the wild side’ di Lou Reed, ‘Love will tear us apart’ dei Joy Division e “Dentro Marilyn’ degli Afterhours. Pezzi struggenti che raccontano storie di gente ‘recisa’, ma anche pronta alla trasformazione. Ai tanti cambiamenti che la vita propone”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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