• 21/06/2019

Emmanuel Carrère: “Nell’abisso della realtà ho ritrovato il mio buio”

Emmanuel Carrère: “Nell’abisso della realtà ho ritrovato il mio buio”

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Guardare negli occhi la Morte. Raccontare il dolore della malattia, lo strazio della perdita di un figlio, il colloquio muto e disperato che si prova a stabilire con il cancro pronto a distruggere il tuo corpo dall’interno. Forse non ci sono storie più tenebrose da allineare sulla carta con le parole. Perché gli incubi della realtà fanno tremare le gambe molto più dei mostri dei film horror. Lasciano ferite ben più profonde nel cervello e nell’anima dei fantasmi che girano per le sale di vecchi castelli gotici urlando e facendo tintinnare pesanti catene.

Eppure, per Emmanuel Carrère, trovare il coraggio di non abbassare gli occhi davanti alla realtà significa scrivere alcuni dei libri più belli pubblicati in questo scorcio di terzo millennio. Ma non solo. Perché lo scrittore francese di Parigi è convinto, come scrive nel suo romanzo “Vite che non sono la mia”, pubblicato da Adelphi nella nuova traduzione di Federica Di Lella e Maria Laura Vanorio (pagg. 261, euro 19), che raccontare le storie del bugiardo assassino Jean Claude Romand ne “L’avversario”, ma anche le vittime dello tsunami nello Sri Lanka, o il faccia a faccia con il cancro della sorella della sua compagnia nelle ‘Vite’ stesse, sia stato un modo per “trasformare il mio male in libri invece che in metastasi o in menzogne”.

E non c’è dubbio che Emmanuel Carrère, nel superare i confini tra i generi letterari, nel creare un gioco di specchi potente e narrativamente affascinante, tra la vita e la finzione, tra la sua biografia e il desiderio di trasformarla in materia da romanzo, abbia raggiunto risultati altissimi. Basterebbe ricordare che in “Limonov” ha saputo far diventare un piccolo avventuriero post-sovietico, un uomo capace di creare un partito in cui coabitano nostalgici nazisti con quelli sovietico-comunisti, un mitomane dagli atteggiamenti sempre sopra le righe, in uno dei più dirompenti e affascinanti personaggi della letteratura contemporanea.
Ma attenzione: “Vite che non sono la mia” non è solo il racconto del grande dolore di chi è sopravvissuto allo tsunami che ha devastato lo Sri Lanka e le coste del Pacifico nel 2003. E non è nemmeno una faccia a faccia con il dolore indicibile che ha sfiorato, per la seconda volta in poco tempo, lo stesso Emmanuel Carrère, portando via la sorella della sua compagna Hélène. No, perché lo scrittore francese in questo romanzo perturbante e lucidissimo riesce a raccontare la sofferenza, la paura della morte, lo strazio indicibile di chi resta da solo, con un linguaggio scarno e mai sopra le righe. E uno stile dalla precisione geometrica. Tanto da riuscire a comprendere nell’inquadratura vicende che quasi mai entrano nel perimetro dei libri, dei servizi giornalistici. Come i destini precari di chi, pur lavorando, finisce per indebitarsi a tal punto da perdere tutto. Come l’inumana condizione di chi resta mutilato, nel proprio corpo, dalla malattia e deve, in qualche modo, sperare che ci sia ancora qualcouno che possa innamorarsi di lui. Non per pietà, non per una perversa curiosità. Ma per un sentimento che voli più in alto della semplice considerazione dello stato fisico. Dell’avvenenza del corpo.

Considerato una delle più limpide e originali voci della narrativa contemporanea, Emmanuel Carrère è stato ospite a Lignano Sabbiadoro nel Friuli Venezia Giulia del Premio intitolato a Ernest Hemingway, arrivato alla trentacinquesima edizione. A lui è andato il riconoscimento 2019 per la Letteratura.

“Forse una delle ragioni che ci portano verso la letteratura, che ci convincono ancora a scrivere delle storie – spiega Emmanuel Carrère – è quella di riuscire a esorcizzare i nostri mali. A trasformare le zone d’ombra, le paure, in racconti. Ovviamente è solo una delle possibili strade che ha davanti lo scrittore”.

Ma se guardi nell’abisso non c’è il rischio che poi l’abisso guardi in te?

“Il pericolo c’è, non posso negarlo. Però, credo che sarebbe più pericoloso ancora non trovare il coraggio di guardare dentro il proprio abisso. E dentro quello degli altri. Come ho fatto raccontando la storia di Jean Claude Romand nel romanzo ‘L’avversario’. Sono ben conscio che mi spaventasse occuparmi della vita di un uomo che per diciassette anni ha mentito alla sua famiglia. Ha fatto finta di recarsi ogni mattina al suo lavoro di medico. E poi ha ammazzato la moglie e i due figli. Però, dentro di me, rimbombava la la frase di un agnostico che amo molto”.

Se la ricorda?

“Certo. Questo pensatore era anche un mistico vissuto attorno al Quarto secolo. Diceva: se lasci avvenire quello che è in te, quello che è in te ti salverà; se non lasci che quello che è in te accada, finirà per ucciderti”.

Nelle sue “Vite che non sono la mia” ritorna sulla figura di Philip K. Dick per raccontare un episodio che stravolge la nostra percezione dello scrittore…

“Un biografo di Philip K. Dick,, a cui ho dedicato il mio libro ‘Io sono vivo, voi siete morti’, ha ipotizzato che lo scrittore sia stato molestato da suo padre quand’era bambino. Lui, però, non ha mai raccontato questo episodio. Certo, che se fosse avvenuto per davvero, forse ci aiuterebbe a leggere anche i suoi libri partendo da una prospettiva diversa”.

Dice che il suo scrittore preferito è Fedor Dostoevskij. Ma non l’ha influenzata di più Dick?

“Ma io non lo vedo tanto lontano da Dostoevskij. Quindi, dentro di me, convivono in perfetta sintonia. Del resto, sono finiti i tempi in cui Dick veniva visto solo come un autore di libri di science fiction. Negli Stati Uniti, ormai, è stato pubblicato nella Library of America, dove stanno fianco a fianco autori come Mark Twain e Ernest Hemingway”.

Nel “Regno”, raccontando la storia del Cristianesimo, costruisce un grande romanzo autobiografico.

“Spero sia cosi. Sono sempre stato attratto dai libri che vanno al di là dei confini rigidi tra i generi letterari. Nel ‘Regno’ ho tentato di fare qualcosa che scardini la forma del saggio, pur senza scrivere un romanzo nel senso stretto che viene attribuito alla parola”.

In realtà lei è partito da romanzi-romanzi come “Baffi”, “La settimana bianca”. E poi?

“Poi è arrivato ‘L’avversario’. Ma non era calcolata questo cambiamento, questo trascinare la realtà dentro i confini della narrativa. Non era una scelta ideologica. Semplicemente mi affascinava un altro modo di raccontare. In fondo, prima ho scritto cinque romanzi, di cui mi sembrano davvero buoni quei due, poi ho seguito un percorso diverso solo in apparenza”.

“Baffi” l’ha portata a tentare la strada del cinema. Come mai?

“Ho fatto lo sceneggiatore, ho scritto anche parecchie puntate della serie ‘Les revenants’ . Ricavare un film da ‘Baffi’, che in francese si intitola ‘La moustache’ e in italiano ‘L’amore sospetto’, mi sembrava una buona idea. Adesso sto completando un film che si intitola ‘Le Quai de Ouistreham’, tratto da un libro molto bello della giornalista francese Florence Aubenas pubblicato nel 2010. Nel cast c’è Juliette Binoche accanto a un a gruppo di attrici non professioniste. Penso che lo finirò verso ottobre o novembre. Potrebbe uscire all’inizio del 2020”.

Il libro parla di lavoro, di povertà?

“Sì, Florence Aubenas l’ha scritto dopo aver vissuto un periodo da infiltrata nel mondo del precariato. Ha lavorato per sei mesi come donna delle pulizie sui ferryboat di Ouistreham che attraversano la Manica”.

Precari, lavoratori sottopagati: gli stessi a cui lei dedica una parte consistente delle ‘Vite che non sono la mia’?

“Sì, perché è uno dei campi di intervento del giudice Étienne che racconto nel libro. Io, da solo, non sarei mai riuscito ad affrontare il tema delle persone che si indebitano in maniera folle e poi perdono tutto, anche i pochi soldi che ricavano dai loro miseri lavoro. Grazie all’incontro con questo magistrato ho capito che era possibile affrontare questo tema all’interno del mio romanzo. E proprio da loro, da quella parte più povera della Francia, è partita la rivolta dei gilet jaunes contro la politica di Emmanuel Macron”.

<Alessandro Mezzena Lona

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