• 10/06/2019

Stefan Merrill Block: “Oliver Loving, il mio viaggio nel dolore dei ricordi”

Stefan Merrill Block: “Oliver Loving, il mio viaggio nel dolore dei ricordi”

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C’è un momento preciso in cui la giovinezza perde l’innocenza. Si sveglia all’improvviso con gli occhi puntati sugli incubi della realtà. E da allora, nello scorrere del tempo, fa l’impossibile per dimenticare quell’istante. Per nasconderlo dietro cumuli di ricordi più rassicuranti. Quegli stessi ricordi che la demenza senile può cancellare del tutto, all’improvviso, come ha raccontato lo scrittore americano Stefan Merrill Block nel suo splendido romanzo “Io non ricordo”. A meno che non arrivi un narratore a stanarli, a riesumarli, a fissarli sulla carta.

Proprio su questa via si è incamminato Stefan Merrill Block per scrivere il suo terzo romanzo, dopo “Io non ricordo” e “La tempesta alla porta”. Anche se lavorare a “Oliver Loving”, tradotto da Massimo Ortelio per la casa editrice Neri Pozza (pagg. 351, euro 18), dev’essere stato per lui assai complicato e doloroso. Perché la storia del suo romanzo, anche se in maniera difforme, lo scrittore texano di Plano l’ha vissuta sulla propria pelle. Quando ha visto sparire attorno a lui molti compagni di scuola, portati via dal vizio assurdo del suicidio, come lo chiamava Davide Lajolo parlando di Cesare Pavese. O da terribili overdose causate dalle droghe.

“Oliver Loving” punta gli occhi su quello che è diventato ormai un fenomeno ricorrente negli Stati Uniti. Ovvero, le stragi di ragazzi innocenti nelle scuole. Il cruento e sanguinoso faccia a faccia con un assassino di massa, che un brutto giorno decide di aprire il fuoco contro persone inermi. È il 15 novembre di una sera della fine degli anni ’90 quando Hector Espina Junior entra nella sua vecchia scuola armato di un fucile d’assalto modello AR-15, che ha acquistato senza problemi in una fiera d’armi a Midland. E invece che sparare in palestra, dove farebbe una carneficina, decide di dirigersi verso l’aula del gruppo teatrale, sul retro dell’edificio. Quando gli si para davanti Oliver Loving, un bravo ragazzo impacciato con il sesso femminile, timido e maldestro al punto che non farebbe male a una mosca, non esita a ridurlo in fin di vita. Poi decide che non vale la pena vivere un minuto di più, e si toglie di mezzo.

Il fatto è che Oliver Loving non muore subito. Sopravvive per dieci anni. Ricoverato, in coma vegetativo, nella Crocked State Assisted Care Facility. Accudito dai suoi familiari, secondo i medici potrebbe riacquistare coscienza grazie a una nuova terapia. E allora, forse, sarà in grado di raccontare che cosa accadde quella maledetta notte.

Coccolato dalla critica e dai lettori, per l’ottimo percorso di scrittura che sta compiendo, Stefan Merrill Block è stato inserito quest’anno nella cinquina dei finalisti del Premio Gregor von Rezzori di Firenze.

“Il mio ‘Oliver Loving’ è legato alla memoria in maniera fortissima – spiega Stefan Merrill Block -. Quando ho cominciato a scriverlo, il primo obiettivo era quello di descrivere un periodo della vita che oggi vedo lontanissimo, come se lo avessi perso per sempre. Sto parlando degli anni in cui ero un teenager. Ma, soprattutto, mi interessava riportare sul palcoscenico dei ricordi i miei compagni di scuola. Anche perché quando frequentavo la High School, ci fu una grande ondata di suicidi. E di overdose per droga. Quindi, le notizie finirono su tutti i media nazionale. La cosa più dolorosa è che persi molti amici in quel periodo. Provai una forte sensazione di tragedia, di fine drammatica di un periodo. Ecco, il libro è anche un modo per ricordare quei ragazzi che non hanno avuto la possibilità di crescere. Di diventare grandi”.

Una storia, quindi, che ha radici profonde dentro di lei?

“Il mio intento era di conversare con me stesso. Ovvero, scrivere parlando del senso di quei fatti, di quel dolore, che in un certo senso avevo accantonato. Forse perfino, dimenticato. ‘Oliver Loving’ è un modo per ritornare a quegli anni. Riportare in vita un corpo addormentato”.

Il suo romanzo ha la forza della tragedia?

“Rispetto ai miei romanzi precedenti, c’è, senza dubbio, un senso più forte della tragedia. E anche del mistero che circonda il perché qualcuno prende un fucile d’assalto e fa una strage nella scuola che lui stesso ha frequentato. Però si tratta, pur sempre, di una conversazione con il passato. Un confronto con la memoria”.

Pensava alla corsa degli americani ad armarsi, mentre scriveva “Oliver Loving”?

“Non mi sono mai nascosto, mentre scrivevo, che stavo facendo i conti con la violenza vista da vicino negli anni dell’adolescenza. Non dimentichiamo che in quel periodo, cioè la fine degli anni ’90, è avvenuta la strage della Columbine High School, che ha lasciato dietro a sé 15 morti e 22 feriti. Quindi pensavo, forse, a una sorta di romanzo storico. Il problema è che nel corso del mio lavoro, durato sei anni, questo tipo di assurdo massacro è diventato sempre più diffuso negli Stati Uniti. Così, il mio manoscritto ha assunto un senso di urgenza. Anche se all’inizio non aveva questa evidente connotazione politica”.

Sei anni di lavoro: non è velocissimo nella scrittura?

“Non sono lento, anzi. Scrivo mille, duemila parole al giorno. Il problema è che il mio lavoro è governato dal caos. Anche perché proseguo dritto per la mia strada fino a quando ho accumulato centinaia di migliaia di parole. Però non c’è ordine, regna la confusione. Ed è da lì, in ogni caso, che devo estrarre il mio romanzo. Allora inizio a plasmarlo, lo lavoro con grande pazienza e impegno. Ma questo significa avere bisogno di anni davanti a sé”.

A quel punto è finita?

“Non ancora, perché sono ossessionato dai dettagli. E allora, quando il manoscritto è praticamente pronto, comincio a modificarlo, riscriverlo, plasmarlo in tutte le parti che non mi convincono., E questo richiede almeno un altro anno di lavoro. Spero che il prossimo romanzo prenderà forma in maniera più veloce. Anche se sono convinto che un libro assomigli un po’ a un figlio ingrato: per ottenere risultati da lui, bisogna avere pazienza e tempo”.

Questo romanzo non la abbandona più…

“No, anche perché stanno lavorando in America per trasformarlo in una serie televisiva. Io li aiuto a stendere la sceneggiatura. A questo punto posso dire di avere essere rimasto incatenato alla storia per nove anni”.

<Alessandro Mezzena Lona

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