• 31/07/2019

“Midsommar”, l’eresia del Male in pieno sole

“Midsommar”, l’eresia del Male in pieno sole

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Pensavano bastasse un dio unico, per cacciare i vecchi signori del cielo. Si illudevano che i vecchi riti della fertilità, il mistero del succedersi delle stagioni, l’alternarsi di vita e morte, il richiamo dei sensi e il fascino del mistero, potessero trovare una spiegazione nei dettami della teologia. Nei dogmi. E invece, dopo l’iniziale sbornia monoteista, il richiamo del panteismo, il sussurro della Natura di Baruch Spinoza che rappresenta il vero centro, “Deus sive Natura”,  l’omphalos degli antichi Greci,  il centro attorno a cui ruota tutta la vita di una comunità, si sono risvegliati con sempre maggiore prepotenza. Riuscendo a coniugare, in nuovi riti legati ai vecchi miti, il ribellismo della controcultura, dei movimenti hippy, del frastagliato mondo new age, della via sciamanica alle droghe, con tradizioni antichissimi. Con credenze legate al culto della Terra, al fascino della Dea Madre. Al riconoscimento di leggi eterne, che nessuno potrà mai archiviare trattandole come pezzi da museo.

Lì, nel territorio dove le vecchie divinità hanno raccolto l’appello disperato di stuoli di uomini e donne moderne stanchi di una società votata al denaro, al potere e alla distruzione della Madre Terra, hanno cominciato a germinare nuovi, vecchissimi culti. Credenze panteiste rivedute e aggiornate, ardite miscele di magia nera e riti sciamanici. Fughe verso il sacro, sì, ma libere dalla burocratica ripetitività delle religioni dogmatiche e monoteiste. Tutto un universo di strampalate sette, di comuni, di gruppi iniziatici pronti a difendere con ogni mezzo la propria libertà e segretezza. Un mondo che non poteva non lanciare il suo richiamo a uno sceneggiatore e regista visionario, coraggioso, originalissimo come Ari Aster.

Americano di New York, 33 anni compiuti da pochi giorni, diplomato in regia all’Afi Conservatory, Ari Aster ha fatto in fretta a farsi conoscere. Dopo un mediometraggio e due cortometraggi, e dopo essere entrato in finale allo Starcherone Prize for Innovative Fiction con il romanzo “Sammy Beethoven at your service!”, ha debuttato alla regia l’anno scorso con il botto. Il suo “Hereditary. Le radici del male”, infatti, è riuscito subito a farsi notare dalla critica, ma soprattutto dal pubblico.

E se lì era il satanismo ad accendere la miccia del film, costruito attorno al personaggio di Annie Graham-Toni Collette alle prese con la morte della madre, figura incombente e legata a una pesante ereditarietà familiare fatta di disturbi mentali, in “Midsommar. Il villaggio dei dannati”, il suo nuovo lavoro arrivato nelle sale cinematografiche proprio in questo luglio 2019, Ari Aster costruisce la storia attorno a una bizzarra comune.

A portare un gruppo di ragazzi americani nel cuore di Hårga, la setta fatta da uomini e donne che vestono solo di bianco e vivono nella regione incantata dell’Hälsingland in Svezia, è uno studente universitario. Pelle (Vilhelm Blomgran) studia Antropologia in America, da tempo non fa ritorno nel suo Paese e nella comune in cui è cresciuto. Così, coglie l’occasione per invitare a trascorrere lì un mese i suoi migliori amici: Mark, (Will Poulter) Josh (William Jackson Harper) e Christian (Jack Reynor). Sarà quest’ultimo ad estendere l’invito alla sua ragazza, l’ansiosa Dani Ardor (la bravissima Florence Pugh), che sta cercando di liberarsi dalle ombre ossessive del suicidio di sua sorella, che si è tolta la vita  pochi mesi prima, dopo aver ammazzato entrambi i genitori.

Hårga assomiglia a un paradiso terrestre. Il villaggio della setta in bianco è isolato in un angolo di Svezia (ma in realtà le riprese hanno portato la troupe in Ungheria) dove splende il sole, non piove mai, i prati sono sempre pieni di fiori e i boschi sembrano non conoscere l’invasiva presenza degli umani. In più, quando i quattro ragazzi americani, e il loro amico Pelle arrivano sul posto per partecipare alla tanto decantata festa di mezza estate, vengono accolti subito da alcuni coetanei. Pronti a offrire loro un primo viaggio a base di funghi allucinogeni. Come potrebbe iniziare meglio la loro vacanza, tra droghe, posti incontaminati, cibo sano, riti bizzarri e bellissime ragazze bionde che sembrano aspettare soltanto loro?

Ma nel cuore di Hårga si nascondono ombre inquiete. Gli ospiti americani se ne accorgeranno ben presto. Anche se si sforzano di mantenere un atteggiamento di distacco, da verti studiosi di Antropologia, dinnanzi ai bizzarri rituali della setta. Quando, però, sono invitati ad assistere alla cerimonia chiamata ättestupa, qualcosa dentro di loro si incrina. E finirà per spezzarsi in fretta. Scoprono, infatti, che oltre i 72 anni le persone non possono vivere. Devono chiudere il cerchio dell’esistenza gettandosi da un dirupo, dopo aver ingurgitato una potente droga. Se sopravvivono, provvederà la comunità a finirli.

Da quel momento, la bella vacanza scivola verso i confini dell’incubo. Mark sparisce dopo avere fatto pipì su quello che ignorava essere un albero ancestrale, legato al culto degli antenati. Josh, nella foga di raccogliere più informazioni possibili per la sua tesi di laurea, una notte decide di  entrare nel tempio e fotografare il testo sacro dettato da un ragazzo deforme, che la comunità venera come un oracolo. E mentre Dani viene prescelta per essere la Regina di maggio, in modo da attirarla sempre più all’interno della comunità facendole ingoiare potenti allucinogeni, Christian si ritrova a essere il prescelto per mettere al mondo una nuova vita. Dovrà, insomma, accoppiarsi con la giovane Maja, perché le rune dicono che quell’incontro erotico fornirà alla comunità nuova vita. Nuova linfa. Un bambino sano, che non rischierà di nascere con pesanti menomazioni. Come capita ai figli dei rapporti endogamici, tra componenti della stessa famiglia.

Costruito come un incubo in pieno sole, dove la paura striscia nelle vene dei personaggi e degli spettatori senza mai utilizzare i trucchetti classici dei film perturbanti, “Midsommar. Il villaggio dei dannati” sa dosare con indiscussa maestria inquadrature di una bellezza mozzafiato e lunghe, angosciose sequenze, in cui Ari Aster sfida lo spettatore a scoprire il segreto terribile che si cela all’interno della comune. Ed è certo che per intuire l’anima buia di Hårga, i terribili segreti dell’eresia che si celano dietro i volti sorridenti degli uomini e delle donne, sotto quei vestiti sempre immacolati, al riparo di una Natura che sembra attonita anche solo davanti all’ipotesi che lì possa albergare il Male, basterebbe provare a decifrare i simboli degli affreschi che tappezzalo le case della setta. Dare, insomma, un senso a quei racconti disegnati, che assomigliano a innocenti favole, e che invece stanno lì a svelare sanguinari riti di morte.

Non c’è una star che svetta nel cast di “Midsommar”. Perché Ari Aster ha voluto coinvolgere nel suo progetto un gruppo di attori non molto noti eppure bravissimi, sempre misurati, anche nei momenti più drammatici. Straordinaria la fotografia di Pawel Pogorzelski, mai affettata, sempre luminosa, inquieta, efficacissima. Dettata da ritmi lenti che diventano all’improvviso angosciosi e rapidi è la sceneggiatura scritta dallo stesso regista. Che promette di inserire nel dvd, prossimo a uscire, almeno 30 degli 80 minuti di girato che tolti dalla versione destinata alle sale cinematografiche. Che, comunque, è lunga 147 minuti.

Una menzione a parte merita la colonna sonora, affidata a uno dei musicisti più interessanti della scena elettronica della dark ambient e della drone music. Il britannico Bobby Krlic, che vive ormai a Los Angeles ed è coetaneo del regista Ari Aster, ha deciso di firmare l’original soundtrack di “Midsommar” con il suo vero nome. Anche se è più conosciuto come The Haxan Cloak: per i due album incisi, “The Haxan Cloak” e “Excavation”, per alcuni “extended plays”, per aver firmato diverse colonne sonore. E per aver ideato uno dei migliori remix per Björk di “Mouth mantra”. Ma soprattutto per aver saputo creare un suono che porta dentro il buio dei suoi inquieti tappeti sonori improvvise sciabolate di luce. Attimi di pura bellezza, che rimandano alla grande tradizione sinfonica.

<Alessandro Mezzena Lona<

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