• 18/09/2019

Manuel Vilas: “I miei morti raccontano la bellezza di vivere”

Manuel Vilas: “I miei morti raccontano la bellezza di vivere”

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Mamma, papà, sono loro. Li ricordiamo bene, anche se non li vediamo più. Hanno attraversato il confine tra la vita e la morte, eppure continuano ad abitare i nostri giorni. Parlando con la voce dei ricordi, muovendosi nella penombra di stanze dove hanno sorriso e pianto, urlato di rabbia e gioia, amato e odiato. E solo continuando a confrontarci con loro possiamo diventare davvero adulti. Essere padri e madri di altri figli. Che, a loro volta, si chiederanno chi siamo stati prima di metterli al mondo. Prima di trovarci imprigionati in quel ruolo. Dentro due parole che contengono un mondo, e il nulla: mamma, papà.

Un enigma dal fascino potente. Tanto da suggestionare un poeta e scrittore spagnolo, Manuel Vilas, e portarlo a compiere un viaggio lungo e complesso nel passato della propria famiglia. Sulle tracce dei genitori. Un percorso fatto di parole e ricordi, di rarissime immagini
e inediti frammenti della loro biografia. Un faccia a faccia doloroso e luminosissimo, che si è trasformato in un romanzo-non-romanzo originale, emozionale, se vogliamo anche feroce nella sua tenera e appassionata ricerca di una risposta alla domanda più difficile: chi erano, chi sono stati davvero, chi sono dopo la morte, mio padre e mia madre?

“In tutto c’è stata bellezza”, tradotto  splendidamente da Bruno Arpaia per Guanda Editore (pagg. 409, euro 19), ha calamitato gli occhi dei lettori più attenti su questo gioiello letterario di Manuel Vilas. Un romanzo dove la poesia, che lo scrittore spagnolo di Barbastro ha frequentato a lungo come apprezzato autore di versi, ha dettato il ritmo del libro con frasi brevi, essenziali, limpide ed efficaci. Lasciando, poi, campo libero al narrare, per ritirarsi nell’angolo più appartato del libro: la parte finale.

“Il presente in cui vive ogni essere umano trasforma il passato in un enigma”, scrive Manuel Vilas. “Il presente non è un mistero, però appena si trasforma in passato l’enigma lo invaderà, perciò guardo il presente con la lente d’ingrandimento, con il microscopio, tentando di vedere come si produce la sua trasformazione”. Ed è proprio lì, in quel confronto impietoso e tenero, comunque necessario, che prende forma “In tutto c’è stata bellezza”. Il libro che ha portato l’autore spagnolo a Pordenonelegge, nella giornata inaugurale della ventesima edizione del Festival.

Nelle parole di Manuel Vilas, nei suoi ricordi delicati e senza filtri, nel coraggio di guardare la vita del padre e della madre senza nulla nascondersi, c’è la convinzione che sia necessario a ogni umano confrontarsi con il proprio essere ed essere stato. Perché è lì, negli affetti perduti, nell’assurdità della morte, nella paura di rivangare le incomprensioni che ci hanno diviso dai genitori, che si può trovare un equilibrio. Un modo per guardare il presente dritto negli occhi. Senza più paura delle proprie debolezze, dei momenti di vertiginosa discesa nell’incertezza. Solo così, negli istanti più difficili da ricordare, nelle parole non dette, in quel “ti voglio bene” troppe volte ricacciato in gola, nei gesti a volte difficili da spiegare, si può ritrovare la convinzione che “In tutto c’è stata bellezza”. Perché quella era vita. Vita presa e consumata senza pensare, ogni giorno, che il capolinea per tutti è sempre la morte.

E allora, nel libro di Manuel Vilas i personaggi prendono il nome di musicisti famosi. La madre Wagner, il padre Bach, come se fosse più facile trovare le tessere di una vita tutta da ricostruire, da rimontare, per poi poterla raccontare, dentro una magnifica e gigantesca sinfonia di voci. Perché quello che conta, nella letteratura come nella vita, dice lo scrittore di Barbastro, è scrivere “ciò che è successo, o ciò che crediamo sia successo”.

“Quando arrivi a 50 anni sei ben conscio di avere più passato alle spalle che futuro davanti a te – dice Manuel Vilas -. Anche se ci sforziamo di negare questa realtà, se nel giorno del nostro compleanno compare il numero 5 davanti a uno 0, poi un 6, poi un 7, è impossibile fare finta di niente. Anzi, credo che proprio in quel momento ognuno di noi ha bisogno di capire chi sono stati i suoi genitori, com’era la famiglia da cui provieni. È necessario cominciare a indagare nel passato. E qui prende forma la letteratura della memoria”.

Il maestro assoluto è stato Marcel Proust con la “Recherche”?

“Indubbiamente sì. C’è solo una differenza: lui ha scritto il suo capolavoro quando era alla fine dei trent’anni. Per me il momento di confronto con il tempo, con la memoria e la storia dei miei genitori, è arrivata dopo i 50. Ma oggi la vita dura di più, la maturità la raggiungiamo in ritardo.. Eppure, arriva il tempo di osservare il proprio viaggio terreno sapendo che quello che doveva accadere è già successo. Questo sguardo nel passato finisce per darci un senso di completezza”.

La morte è uno dei tabù del nostro tempo. A lei non fa paura, anzi: la chiama, la corteggia, convive con lei?

“L’avere paura delle morte è, di per sé, normale. Perché significa la nostra estinzione. La fine dei nostri giorni, di tutti i sogni e i progetti che abbiano cullato a lungo. Eppure, la letteratura può aiutarci a conoscere, a esplorare questa zona oscura, che ci spaventa. Non credo che dobbiamo escludere la morte dalle nostre conversazioni. E non dobbiamo nemmeno provare compiacimento nel tirarla in ballo a sproposito. Serve un equilibrio: trovare una risposta a quello che è un evento apparentemente contrario al concetto stesso di vita”.

I suoi morti convivono con lei: le parlano, partecipano dei giorni che vive?

“Io mi rifiuto di dire addio ai miei morti. Non voglio assolutamente rinunciare alla loro presenza. Il mio romanzo, in questo senso, è proprio un’evocazione di mio padre, di mia madre e di tante altre figure che fanno parte dell’infanzia, della giovinezza. Li ho amati e li amo ancora”.

Un papà che non dice mai “ti voglio bene”, una mamma che ha paura di invecchiare. Prima di diventare genitori, com’erano?

“La figura di mio padre è un enigma. Proprio perché, a lungo, è rimasto cristallizzato nella figura di padre. Io nel libro ho cercato di capire, di raccontare chi erano mamma e papà prima di diventare i miei genitori. Quando ancora erano un uomo e una donna, e basta. Credo che tutti noi, in un momento della nostra vita, ci chiediamo com’erano quando noi non li conoscevamo ancora. Vogliamo mettere a fuoco la parte della loro vita che ci è sfuggita. Perché ci aiuta a diventare grandi, a crescere e a fare spazio ai nostri figli”.

Dalla poesia è scaturito “In tutto c’è stata bellezza”?

“La poesia mi ha aiutato soprattutto nella ricerca della semplicità. Nel costruire frasi brevi, essenziali, immediate, nell’ideare immagini narrative che potessero colpire il lettore. Però, ho capito fin dall’inizio che non dovevo lasciarmi governare troppo dalle suggestioni liriche. Perché se avessi ecceduto in quel senso, forse la struttura del libro ne avrebbe sofferto”.

Perché ha voluto inserire alcune fotografie tra le parole?

“Ogni volta che vedo una foto di mio padre, di mia madre, il cuore batte più forte. Perché ho la prova che loro sono esistiti davvero. Che non ho inventato niente. Il grande semiologo francese Roland Barthes ha detto che il tema principale della fotografia è la morte. Vedo mio padre in un’immagine e dico: non c’è più, eppure è stato. Ecco, forse questo è il vero enigma della vita. Irrisolvibile”.

Uscirà qualche altro suo libro in italiano?

“Per il momento no. Ma lo spero. Anche perché i lettori hanno dimostrato di apprezzare questo mio romanzo”.

<Alessandro Mezzena Lona<

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