• 20/09/2019

Peter Cunningham: “A Monument la storia segreta di mio padre”

Peter Cunningham: “A Monument la storia segreta di mio padre”

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Una scatola piena di carte. Un piccolo tesoro di informazioni storiche sullo sbarco in Normandia di un gruppo di soldati irlandesi. È stato lì, dentro quello scrigno dimenticato, e recuperato da sotto un letto, che Peter Cunningham ha trovato la giusta ambientazione del romanzo “Le conseguenze del cuore”. E sì, perché gli anni terribili della Seconda guerra mondiale, l’arditissima operazione militare degli Alleati che portò alla sconfitta del Terzo Reich, partendo dalle spiagge della Francia, ha regalato allo scrittore di Waterford lo scenario umanissimo, drammatico, perfetto, per accompagnare la sua storia verso un finale tutto da leggere.

Pubblicato una ventina d’anni fa in Irlanda, tradotto in italiano da Laura Grandi per la casa editrice SEM (pagg. 425, euro 18), “Le conseguenze del cuore” è ambientato nella città portuale, immaginaria, di Monument, che ricorda tanto Waterford. E fa parte di un ciclo di romanzi, ognuno indipendente dall’altro, eppure legati tra  loro da sottili rimandi narrativi, dove nasce l’improbabile amicizia tra Chud Conduit, nipote della donna d’affari più influente, e Jack Santry, erede di una lussuosa tenuta sulla collina e figlio di un’importante famiglia del luogo. A rinsaldare, ma anche mettere in pericolo, il legame forte tra i due ragazzi, arriva la bellissima Rosa Bensey, di cui entrambi si innamorano. Ma la figlia dell’allibratore non riuscirà mai a scegliere tra loro due chi sia il preferito. Fino a quando entrambi i ragazzi dovranno arruolarsi per combattere la Seconda guerra mondiale. E, da quel momento, niente sarà come prima per nessuno.

Scritto partendo da una finzione letteraria che funziona sempre, cioè basandosi su immaginari documenti, lettere, frammenti di ricordo, ritrovati in alcuni grandi raccoglitori ad anelli, “Le conseguenze dell’amore” mette in scena un affascinante triangolo amoroso, che non può non destare scandalo nella provincia irlandese. E che, in ogni caso, per confermare di non essere una capricciosa, transitoria tempesta passionale legata all’adolescenza, dovrà attraversare uno dei periodi più drammatici della storia del ‘900.

“Volevo scrivere un romanzo ambientato nella città in cui sono nato: Waterford – spiega Peter Cunningham, ospite alla ventesima edizione di Pordenonelegge -. In realtà, poi, ho cambiato idea. L’ho ribattezzata Monument. Il primo personaggio, e il primo capitolo, sono venuti facili. Anche l’altro personaggio era praticamente già lì, pronto per essere raccontato. Quando si è aggiunto il terzo ho individuato subito la strada che avrebbe seguito il libro”.

E nato da lì il triangolo amoroso che si sviluppa per tutta la lunghezza de “Le conseguenze del cuore”?

“Sì, però questo triangolo amoroso, all’inizio, aveva una connotazione fortemente sessuale. Erotica. Soltanto con il procedere della storia, e con l’uscita dall’adolescenza, diventa un vero sentimento d’amore. E in una città piccola come Monument non può non destare grande scandalo”.

Una storia dal finale apertissimo?

“Io stesso non sapevo dire come sarebbe andato a finire questo amore. Dal momento che, sotto la pressione dello scandalo, avrebbe potuto anche disintegrarsi. La sfida della mia storia era propria questa: capire se i tre protagonisti sarebbero riusciti a restare uniti”.

Perché ha scelto di portare il romanzo su un palcoscenico come quello della guerra?

“Un giorno, durante un trasloco, sono saltate fuori delle carte di mio padre. Stavano sotto il letto di mio figlio, ed erano documenti piuttosto interessanti. Perché raccontavano ila storia della partecipazione di papà allo sbarco in Normandia. Evento di cui non aveva mai parlato. Oggi, quei fogli rarissimi sono conservati al Trinity College di Dublino, a cui li abbiamo donati”.

C’è solo la vicenda di suo padre, in quelle carte?

“Non solo. Vengono raccontate anche le storie dei soldati, che hanno partecipato insieme a lui allo sbarco, e a cui era stato richiesto di scrivere una testimonianza proprio su quell’operazione militare. Una sorta di reportage in diretta, dal fascino pazzesco”.

Lei, però, ha reinventato tutto?

“Non ho usato la storia di mio padre. I documenti mi sono serviti per creare quella parte del romanzo, inventata, in cui racconto proprio lo sbarco in Normandia. Invece, devo dire che il carattere di papà, multiforme e cangiante, ha ispirato il doppio punto di vista con cui descrivo la gigantesca e ardita operazione militare. Un passaggio importantissimo nello sviluppo della mia storia”

A Monument ha ambientato una ventina di romanzi. Formano un continuum narrativo?

“I romanzi non sono scritti in sequenza. Però ci sono alcuni personaggi che ritornano in storie diverse, che vagano da un libro all’altro. Comunque ogni libro può essere letto in maniera del tutto indipendente”.

Trieste ama James Joyce, più della sua Irlanda?

“Non ho dubbi che gli irlandesi provino una grande simpatia per l’Italia proprio grazie a Joyce. Non dobbiamo dimenticare che Trieste ha dedicato all’autore di ‘Ulisse’ una statua ben prima che ci pensasse Dublino. Anzi, le generazioni che mi hanno preceduto disapprovavano il grande James. Lo consideravano un uomo e uno scrittore scandaloso. Perfino la sua famiglia parlava volentieri dello zio Jimmy. Era una persona che non si poteva nominare”.

Cosa rimane di lui nella letteratura irlandese?

“Joyce è come un’enorme montagna. Tutti gli scrittori irlandesi nati dopo James sarebbero felici di poter scalare la sua vetta, per guardare dall’altra parte. Lui è il nostro totem, il sommo padrino. ‘Ulisse’ è un libro che io considero molto divertente. Abbiamo imparato tutti dalle sue pagine geniali. E credo che nessuno di noi sarà mai capace di raggiungere la grandezza di questo originalissimo autore”.

<Alessandro Mezzena Lona<

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