• 17/02/2020

Silvia Bottani, l’amore impossibile in un’Italia dal cuore arido

Silvia Bottani, l’amore impossibile in un’Italia dal cuore arido

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Tre storie per togliere la maschera a un’Italia che vive di bugie. Tre vite che si evitano, si incontrano, si scontrano, mentre tutto attorno nessuno sembra accorgersi quanto disagio attraversi il tempo scandito dai giorni nel Belpaese. Tre esistenze segnate dalla menzogna, dall’odio, dalla difficoltà di trovare un proprio posto nella realtà facendo slalom tra i pregiudizi. Tre personaggi che sembrano persone vere. Perché non assomigliano alle figurine di carta di tanti libri, ma sono fatte di delusioni e speranze, di odori e dolori, di rabbia e disperazione, di sogni e superficialità, di dipendenze e assenze.

Tre storie che formano un romanzo. Un gran bel libro, il primo della giornalista Silvia Bottani. Milanese, esperta d’arte contemporanea e collaboratrice di diverse agenzie di comunicazione, già nota ai lettori di riviste come “Riga”, “Rivista Segno”, “Arte”, pubblica il suo romanzo di debutto con una casa editrice che vale la pena seguire con attenzione: Sem. E “Il giorno mangia la notte” (pagg. 277, euro 17) contiene già nel suo azzeccato titolo, e in “The Defender” di Tim Okamura che raffigura in copertina una ragazza con i guantoni da box pronta alla sfida, la grande forza narrativa di quest’opera prima.

Sì, perché i personaggi di Silvia Bottani hanno in comune proprio questo: l’ansia spasmodica di difendersi dalla vita. Giorgio perché a 50 anni si ritrova ad avere perso tutto. Per colpa sua. Visto che si è bruciato il lavoro di pubblicitario rampante, il matrimonio e perfino il rapporto con l’ex moglie Marina a forza di raccontare balle e di perdere tonnellate di soldi giocando. Stefano, suo figlio, perché si è illuso di trovare nella fede fascista l’argine giusto per non lasciarsi travolgere dall’insoddisfazione di essere un avvocato praticante che va a letto con la titolare dello studio, mamma del suo migliore amico: Bufalo. E dalla rabbia di essere solo un picchiatore con il sogno di fare carriera politica. E un mediocre pugile che, per battere l’avversario, deve ricorrere a squallide scorrettezze. E poi c’è Naima, italiana di origine marocchina, che lavora come insegnante di sostegno in una scuola elementare, pratica il kickboxing, ama senza complessi sia maschi che femmine, ma non sa trovare il proprio equilibrio in un mondo che giudica ancora le persone dal colore della pelle.

Tre vite che, all’improvviso, si ritrovano aggrovigliate da un fatto imprevedibile. Offuscato dall’alcol e dalla cocaina, che consuma in gran quantità, angosciato dai debiti e dalla solitudine, una sera Giorgio esce per le strade del suo quartiere a Milano deciso a rapinare il primo che passa. La follia di un attimo potrebbe finire lì se Fadila, la mamma di Naima, non facesse resistenza. E finisse travolta da un’automobile di passaggio, mentre tenta di tenere stretta la borsa e quei quattro soldi che contiene. Pochi giorni dopo, trascorsi in un letto d’ospedale senza riprendere conoscenza, la donna morirà.

Quello che Giorgio non può immaginare, mentre consuma il magro bottino alimentando i suoi vizi e gingillandosi con una catenina appartenuta a Fadila, è che di quella donna non si libererà più. Perché sua figlia Naima finirà di attirare lo sguardo, l’interesse, il desiderio, proprio di Stefano. Il ragazzo che meno sembrerebbe pronto a innamorarsi di una donna dalla pelle scura. Una di quelle che lui, amico dei naziskin, punitore degli uomini che chiama con disprezzo froci, castigatore di zingari e drogati, considera alla stregua di un’indesiderata ospite dell’Italia.

E mentre Giorgio proverà a risalire la china della vita, assistito da un po’ di fortuna al gioco, ma poi incapace di utilizzare il denaro vinto per riscattarsi, Stefano dovrà fare i conti con la fine dell’amicizia con l’amico fraterno Bufalo. Che gli ha nascosto un segreto indicibile. E poi, dovrà gestire l’incrinarsi dei rapporti con la titolare dello studio di avvocati. Ma soprattutto dovrà guardare negli occhi lo squallore di tanti suoi compagni di fede politica, che nascondono dietro gli slogan pieni di patria, onore e famiglia, piccolo arrivismi personali. Oppure folli sogni di distruzione.

Costruito in un crescendo di voci, storie, segreti, rivelazioni, “Il giorno mangia la notte” si rivela, pagina dopo pagina, un romanzo che ha la forza di non perdere mai di vista la struttura narrativa. Non abbassa mai il tono della storia, pur costringendo spesso il lettore ad alzare gli occhi oltre l’orizzonte del libro. Per fare i conti con un’Italia che da troppi anni non ha più il coraggio di guardarsi dentro. Per non dover ammettere quanto assomigli sempre di più a un Paese esageratamente viziato, nutrito ed  elegante, che ascolta soltanto i gelidi sussurri del suo cuore arido. Della sua anima a forma di salvadanaio. Che odia chi è diverso, chi sta male. Chi scappa dalle guerre, dalla miseria, e non può vivere come se i soldi li trovasse per la strada.

Ma l’aspetto più affascinante de “Il giorno mangia la notte” è che Silvia Bottani non si dimentica mai di essere una scrittrice. Infatti, il suo libro è bello non perché fa vincere ai buoni sentimenti la battaglia contro quelli malvagi. Si fa leggere con passione e partecipazione non perché moraleggia sui fascisti cattivi, gli immigrati buoni, gli imprenditori cocainomani imbarazzanti e folli. No, l’autrice milanese, prima di tutto fa funzionare il suo romanzo dal punto di vista del racconto. Costruisce un sofisticato congegno narrativo sovrapponendo storie e personaggi, protagonisti e comprimari, dialoghi e descrizioni, amore e odio, momenti di tenerezza e improvvisi cambi di fronte.

E se, a tratti, sembra che non ci sia speranza di liberarsi dalla meschina malvagità di uomini come Giorgio, resta pur sempre l’illusione che Stefano a Naima riescano a distillare dalle loro differenze una pace armata. Perché, a volte, è dalla lontananza, dal non essere legati a niente e a nessuno, che può nascere un dialogo. E “Il giorno mangia la notte” parla proprio di questo.

<Alessandro Mezzena Lona<

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