• 20/02/2020

Laura Imai Messina, parlare ai morti illumina la vita

Laura Imai Messina, parlare ai morti illumina la vita

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Fare i conti con la morte, dopo l’11 marzo del 2011, era diventato davvero difficile. Perché lì, ai piedi di Kujira-yama, la Montagna della Balena, poco lontano dalla città di Ōtsuchi nella Prefettura di Iwate, in Giappone, lo tsunami era passato come un rullo compressore. Portando via con sé, nel suo immenso gorgo d’acqua, le vite di figli, madri, padri, nonni. Di uomini e donne. Adulti e bambini. Facendo scendere un silenzio che le parole non riuscivano a spezzare. Che i ricordi non potevano addolcire.

Sarebbe stato fin troppo facile arrendersi a quel silenzio. Ma qualcuno ha pensato che la morte, in fondo, è soltanto una trasformazione. Un cambiamento di stato, che non vuole e non può cancellare tutto quello che la vita ha costruito prima del momento del trapasso. Per questo lì, ai piedi della Montagna della Balena, un giorno un uomo di nome Sasaki Itaru ha voluto piazzare nell’immensi giardino della sua casa, chiamato Bell Gardia, una cabina telefonica. All’interno ha sistemato un vecchio telefono nero. Un pezzo da collezione non collegato con nessuna linea. Ma che, in compenso, ha un potere straordinario. Perché raccoglie le voci dei vivi e le trasporta nel vento. Fino a consegnarle ia morti, a cui sono destinate?

No, forse non riesce a valicare la barriera che, da sempre, rende il vivere e il morire il più grande enigma dell’umanità. Ma di certo sa aiutare i vivi a non avere paura della morte. E, soprattutto, a dire a chi non c’è più tutto quello che, in tanti anni di convivenza, di vicinanza, di condivisione dei minuti, delle ore, dei giorni, non è stato possibile comunicare. Per timidezza, per eccessiva fretta, per la difficoltà di squadernare davanti agli occhi degli altri i propri pensieri più segreti. I sentimenti più delicati, forti, contraddittori.

Quel telefono, quell’idea di parlare ai morti per illuminare la vita, ha ispirato un libro bello e originale a una scrittrice che rappresenta un’affascinante sintesi della cultura italiana e di quella del Sol Levante. Laura Imai Messina è nata, infatti, a Roma, a 23 anni si è trasferita a Tokyo, dove ha conseguito un PhD alla University of Foreign Studies. E oltre a insegnare in alcuni tra i più prestigiosi atenei della capitale giapponese, si è sposata con un giapponese e ha messo al mondo due bambini. “Quel che affidiamo al vento”, il suo nuovo romanzo pubblicato da Piemme (pagg. 248, euro 17,50), è diventato ormai un caso editoriale internazionale. Dal momento che è in corso di traduzioni e di pubblicazione il oltre 20 Paesi.

E proprio il giardino di Bella Gardia, e la cabina con il telefono nero che porta le voci nel vento, sono il centro di gravità di “Quel che affidiamo al vento” di Laura Imai Messina, già conosciuta dai lettori per “Tokyo orizzontale”, “Non oso dire la gioia” e “Wa. La via giapponese all’armonia”. Perché lì, ai piedi di Kujira-yama, tra le migliaia di persone che arrivano ogni anno da ogni parte del Giappone per affidare i loro messaggi a chi forse li ascolterà da molto lontano, un giorno arriva Yui. Ha trent’anni, lavora come speaker alla radio, e dall’11 marzo del 2011 non è più riuscita a dare un senso alle proprie giornate. Visto che lo tsunami ha spazzato via il suo paese, trascinando con sé, nell’indifferente dilagare e rifluire di una gigantesca massa d’acqua, anche sua madre e la sua bambina.

Tra mille storie di figli, mariti, mogli, nipoti, che convergono nel giardino di Bella Gardia per dedicare qualche parola a chi non c’è più, Yui incontra Takeshi. Lui è un medico che vive a Tokyo con sua madre e una bimba di quattro anni. Da quando è morta Akiko, la moglie, la piccola Hana ha smesso di parlare. E forse, quel suo mutismo è destinato a durare per sempre.

Se non esistesse un luogo, quel luogo preciso nella Prefettura di Iwate, dove lasciare che le parole fluiscano libere, che i nodi più intricati della nostra mente si sciolgano, forse Yui e Takeshi non si lascerebbero mai più cullare dall’idea che si possa continuare a vivere senza rinnegare i morti. Anzi, che sia giusto proiettare in una nuova sintonia, in un nuovo amore, tutta la forza dei legami del passato che nemmeno la morte può interrompere.

Ma quando tra la fragile speaker radiofonica e il medico sembra poter iniziare una storia capace di lenire le vecchie ferite, la minaccia di un uragano spinge Yui a correre verso Bell Gardia. Per salvare quel bizzarro telefono senza fili, l’uomo che l’ha inventato, tutto quello che rappresenta. Spingendo la coraggiosa e fragile donna verso un impresa che sembra di gran lunga superiore alle sue forze“Quel che affidiamo al vento” non è solo una storia di sofferenza, d’amore, di speranza. Ma è anche un romanzo che ha il coraggio di dire ancora quanto imperfette siano le convinzioni di cui ci nutriamo ogni giorno. E quanto vicino sia il mistero della morte alla roboante affermazione della vita. A volte, basterebbe guardare tra le ombre che ci seguono in pieno sole, ascoltare i sussurri portati dal vento, per ritrovare i gesti, i sorrisi, le voci di chi non è più accanto a noi.

Costruendo “Quel che affidiamo al vento” con sensibile originalità e gusto narrativo molto pop, senza per questo dimenticare la grande lezione della filosofia, del misticismo, delle tradizioni d’Oriente (ricorda Giangiorgio Pasqualotto nel suo libro “Figure di pensiero”, pubblicato da Marsilio, che per gli orientali “la Parola è anche condizione di possibilità di tutte le cose”. Senza dimenticare che il Vangelo di Giovanni parte proprio da quel “In principio era il Vergo. Il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”), Laura Imai Messina porta i suoi personaggi a cercare il senso dell’esistere nello stesso atto di esistere. Nell’amare gli attimi della propria vita. Le persone che ne hanno fatto parte, e che resteranno per sempre. I loro volti, le voci, i gesti anche in apparenza banali.

Così, il telefono che trasporta le voci nel vento diventa una metafora. Una storia per riconciliarsi con la vita. Con la Natura e la sua forza misteriosa, a volte devastante e incomprensibile. Con tutto quello che abbiamo. E di cui, troppo spesso, ci accorgiamo soltanto quando non c’è più.

<Alessandro Mezzena Lona<

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