• 26/02/2020

Violaine Bérot, la mamma che si sentiva violentata da sua figlia

Violaine Bérot, la mamma che si sentiva violentata da sua figlia

Violaine Bérot, la mamma che si sentiva violentata da sua figlia 1024 683 alemezlo
C’è un pensiero che alle donne non viene concesso. Mai. Nemmeno da chi si considera all’opposto di qualsiasi forma di moralismo. Ed è l’idea di lasciare che cresca un bambino dentro di sé senza autorizzarlo a esistere. Perché, da sempre, ci hanno insegnato che l’istinto materno è più forte di tutto. E che nessun essere di sesso femminile potrà mai provare indifferenza, imbarazzo, addirittura disgusto, davanti a una nuova vita che prende forma.

E se così non fosse? Se una donna si sentisse crocifissa a quel cliché a tal punto di negare la gravidanza? Fingendo, insomma, di cadere dalle nuvole quando scopre di essere incinta. Da lì, da questa negazione apparentemente folle, eppure così comprensibile e del tutto normale, è partita una delle scrittrici francesi più brave: Violaine Bérot. Autrice, purtroppo, ancora poco conosciuta in Italia, anche se il suo romanzo “Le parole mai dette” ha avuto un’ottima accoglienza dai lettori che l’hanno potuto apprezzare nel 2016 pubblicato dalle Edizioni Clichy.

Un caso estremo? Non troppo, se si dà credito alle sempre più numerose descrizioni giornalistiche che raccontano donne in fuga dall’amore per i figli, da quel senso materno che rappresenta uno dei dogmi inattaccabili della nostra società. Infatti, “Caduta dalle nuvole”, il romanzo di Violaine Bérot tradotto da Fabrizio Di Majo per le Edizioni Clichy (pagg. 200, euro 15), non prende posizioni. Non fornisce rassicuranti risposte, e nemmeno drastiche conclusioni predeterminate. Lascia, piuttosto, che siano le voci dei protagonisti a dire, come in un sovrapporsi di confessioni in pubblico, come si sono trovate coinvolte nella storia. E qual è il loro pensiero in proposito.

Tutto accade nella notte del 29 febbraio. Quando squilla il telefono, mentre fuori infuria una bufera di neve, e gli amici di Marion e di Baptiste devono precipitarsi a casa loro, arrampicata in uno sperduto paesino tra i monti,. Sta succedendo qualcosa di strano. E Violaine Bérot è bravissima a centellinare, riga dopo riga, le informazioni che servono a ricostruire lo scenario.  Perché, in effetti, trovano la ragazza coperta di sangue in bagno, mentre dentro la vasca si agita la vita stessa. Un corpicino. Un bambino, che nessuno capisce da che parte sia arrivato.

Il fatto è che nemmeno Marion sa dare spiegazioni lucide su quella nascita mai annunciata. E di cui nessuno aveva sospettato nulla. Non il marito, Baptiste, non i genitori della donna, non gli amici carissimi Tony e Dédé. Soltanto l’ostetrica del paese, che ne ha viste passare di ragazze tormentate da quella “sofferenza psicologica terribile” che porta “una donna a lasciar crescere dentro di sé un bambino senza autorizzarlo a esistere”, si chiede “cosa bisogna aver vissuto perché il corpo si pieghi a una simile esigenza dell’inconscio, perché è cosi inaccettabile accettarsi incinta, da cosa bisogna proteggersi per rifiutare fino a questo punto di ascoltarsi”.

Un fatto è certo, nel sovrapporsi di ipotesi, supposizioni, pettegolezzi, cadute dalle nuvole: Marion ha nascosto di aspettare un bambino, non solo agli altri. Dal momento che ha continuato a vivere come se niente fosse. Preoccupandosi più della salute del proprio gregge di capre che di se stessa e della vita che le cresceva dentro.

E anche quando scopre di avere messo al mondo una bella bambina, sana, vispa, aggrappata alla vita con un’ammirevole pervicacia, Marion non smetterà di sentirsi a disagio. Perché proverà il malessere indicibile di chi ha subito violenza: “Che quella bambina – dirà – si fosse permessa di penetrare dentro di me senza il mio permesso mi era intollerabile, non accettavo la violenza con la quale si era imposta nel mio corpo, non potevo sopportare questa intrusione, questa contaminazione, ma a chi avrei potuto raccontarlo, a chi avrei potuto dire parole inascoltabili: questa bambina mi ha violentata”.

A chi, appunto? Vista la reazione di assoluta gioia che porta Baptiste, il padre, a schierarsi completamente dalla parte della bambina. Visto che l’intero paesino, esterrefatto e pazzo di felicità per quella nuova vita, arriva a paragonare Marion a Maria di Nazareth. E indice un referendum per scegliere il nome della neonata. Simbolo di un evento straordinario, come la nascita di Gesù Cristo, venuto tra gli uomini per salvarli dal peccato originale.

Quello che conquista, nel romanzo di Violaine Bérot, che come la sua Marion vive in un paesino sui Pirenei, non è soltanto la grande sensibilità con cui la scrittrice francese costruisce il dramma di una donna, di una madre, che non sa adeguarsi alle regole. Ma a incuriosire, fin dalla prima occhiata superficiale, è la struttura del libro stesso. Costruito su brevi, folgoranti testimonianze alternate, che cominciano sempre il loro racconto come se parlassero già da un bel po’. E a noi lettori fosse concesso di ascoltare soltanto una piccola parte di quel turbinare di voci.

Frammenti di narrazione che formano un gigantesco mosaico scomponibile e ricomponibile a piacimento. Non a caso, nell’edizione italiana di “Caduta dalle nuvole”, ogni testimonianza è numerata in ordine progressivo, dall’1 al 131. Ma chi volesse provare a scompaginare l’entrata in scena delle diverse voci, potrebbe partire addirittura da pagina 197. Dove troverà, proprio in fondo al racconto di Madame Peyre, il numero 1 tra parentesi. Messo lì a suggerire un altro viaggio. Che comincerebbe così: “Conosce le regole, e guardi signore ho qui le carte che spiegano esattamente l’iter da seguire”. Ma c’è sempre un’alternativa, per chi vuole fare di testa sua. Ricomporre la lettura da pagina 16, quando l’ostetrica parte da un promettente: “Adesso le racconto tutto signore”. Sarebbe, allora, una ripartenza dal segmento numero 5.

Qualunque percorso si voglia seguire, anche diverso da quelli suggeriti, il fascino del romanzo “Caduta dalle nuvole” non cambia. Perché testimonia l’assoluta libertà narrativa che Violaine Bérot si è concessa di costruire una storia coraggiosa, perturbante, del tutto fuori dagli schemi. Raccontata sempre senza intonare sermoni, senza emettere condanne o proporre assoluzioni. Scrutando con grande discrezione, e altrettanta forza, negli angoli più oscuri dell’essere uomini. Perché nessuno ha saputo scoprire ancora come si possa vivere, amare, soffrire, senza commettere il più piccolo errore.

<Alessandro Mezzena Lona<

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