• 27/02/2020

Delphine de Vigan, le parole (sbagliate) per dire grazie alla vita

Delphine de Vigan, le parole (sbagliate) per dire grazie alla vita

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Delphine de Vigan lo sa bene. Che l’uomo è capace di inventare macchine prodigiose. Che può sfidare la gravità terrestre, arrampicarsi con un razzo fino al cielo. Chiudere in un microchip tonnellate di informazioni, che nemmeno un grattacielo riuscirebbe a contenere. Parlare con una persona che abitano dall’altra parte del mondo, tenendo in mano una scatoletta poco più grande di quella che preserva le sardine sott’olio. Eppure, la scrittrice francese non ha mai smesso di pensare che tutte queste fantastiche creazioni non hanno mai aiutato nessuno a trovare le parole giuste per esprimere i sentimenti. Per dire “grazie”, per chiedere “come stai?”. Per ammettere che “senza di te forse oggi non sarei qui”.

Chi conosce bene la scrittrice di Boulogne-Billancourt, sa quanto Delphine de Vigan abbia sempre messo al centro dei suoi romanzi la vita e le sue complicatissime istruzioni peer l’uso. Basterà ricordare che il libro di debutto, “Giorni senza fame”, affrontava il tema dell’anoressia. Che il grande successo “Gli effetti secondari dei sogni” metteva in scena la storia di un’adolescente superdotata che decide di aiutare un giovane senzatetto. E che il clamoroso trionfo di “Niente si oppone alla notte”, vincitore del Grand prix des lectrices de Elle e finalista al Goncourt nel 2011, ripercorreva la dolorosissima fuga di sua madre verso il baratro del suicidio. Senza dimenticare che “Le fedeltà invisibili”, uscito in Italia nel 2018, ha saputo guardare da vicino il complesso intreccio di odio e amore, di rancore e tenerezza, che intercorre tra genitori e figli nel momento in cui la serenità familiare si disintegra. E il richiamo delle trasgressioni sembra irresistibile.

Troppo spesso sono le parole stesse ad alzare muri invalicabili tra le persone. Ed è proprio da lì, dalla difficoltà di comunicare che Delphine de Vigan parte per costruire la storio del suo nuovo romanzo. Perché al centro de “Le gratitudini”, tradotto da Margherita Botto per Einaudi (pagg. 151, euro 17,50) c’è Michka Seld, che per tutta la vita ha fatto la correttrice di bozze in una grande rivista. E adesso, che il tempo della sua vita si restringe inesorabilmente, comincia a perdere l’orientamento nella selva oscura delle parole. Dice “fa pena” invece di “va bene”, rende omaggio a chi le fa una gentilezza con un “gratis” al posto di “grazie”. Vorrebbe mangiare una tartina di “salmone”, ma lo chiama pomposamente “sermone”. Se deve cercare qualcosa, prova a sbirciare nel “caschetto”, intendendo il “cassetto”.

Michka non si è mai sposata, non ha avuto figli. Eppure, c’è una ragazza che la segue con grande affetto. Che la va a trovare ogni giorno. Si chiama Marie. Da bambina abitava nello stesso palazzo, con una madre del tutto incapace di occuparsi di lei. Così, la signora Seld, giorno dopo giorno l’ha aiutata a crescere, a vincere le paure, ad addormentarsi senza scrutare il buio con il terrore di veder sbucare le orrende figure degli incubi.

E adesso che Michka non riesce più di vivere da sola, perché è lei a sentirsi assillata da ingestibili paure, decide insieme a Marie che è arrivato il momento di trasferirsi in una struttura protetta. Dove la signora Seld potrà ricevere tutta l’assistente che le serve. Ma, soprattutto, dove c’è Jérôme, un giovane ortofonista che aiuta la vecchia signora (Perché dice ‘le persone anziane’? Dovrebbe dire ‘i vecchi’. È bello, ‘i vecchi’. Ha il merito di essere fiero e tondo. Lei dice ‘i giovani’, no? Non ‘le persone giovani’, metterà subito in chiaro Michka) a orientarsi in quella palude infida che è diventata la voglia di comunicare. Di parlare.

Costretta a fare i conti, ogni settimana che passa, con una sempre maggiore stanchezza, e una difficoltà evidente di non sbagliare parole, Michka culla un sogno e nasconde un fermo proposito. Prima di morire, vorrebbe tanto sapere che fine hanno fatto Henri e Nicole, la giovane coppia a cui sua madre l’aveva affidata prima di morire, insieme a milioni di ebrei, dentro un lager nazista. E poi, tiene nel cassetto una bella scorta di pillole per dormire, che ogni sera ha evitato di ingoiare. Sono la sua sicurezza che potrà farla finita non appena le risulterà davvero impossibile vivere dignitosamente.

Ma sarà davvero capace di togliersi di mezzo proprio adesso che Marie aspetta un bambino? E che Jérôme, da sempre in lite con il padre, sembra provare per lei un affetto filiale, che va ben al di là del suo dovere professionale?

Scritto senza troppi arzigogoli stilistici, giocato in gran parte sui dialoghi, costruito con chirurgica essenzialità, “Le gratitudini” ha il grande pregio di guardare negli occhi la vecchiaia senza mai abbassarli. Raccontando il lento disgregarsi di una vita che non è disposta a rinunciare alla propria ironia, che non si lascia strappare la curiosità e l’empatia. E che rimane lì, ogni giorno più debole, ogni istante più confusa, come una presenza di cui è difficile fare a meno. Perché Michka è come una bambina al contrario: buffa, tenera, spaesata, capricciosa, irresistibile. E perfettamente conscia che il suo tempo sta per scadere.

Ed è proprio lì che Delphine de Vigan va a costruire la sua storia. Per renderla malinconica, dolce, straziante, pur senza mai lasciarsi tentare dalla retorica. Pur senza mai farla diventare patetica. Perché riesce a dare vita a Michka, Marie e Jérôme, oltre alla strepitosa figura della direttrice che diventa una sorta di Crudelia De Mon negl’incubi della signora Seld (“Signora Seld di qui, signora Seld di là, è triste, sa, vivere in mezzo a gente che non ti chiama mai per nome”), in quel tempo irripetibile che precede la fine. In quell’intervallo che non si ripeterà mai più. Perché solo quando la morte è così vicina che puoi sentire il suo respiro, ritornano alla memoria le parole che il poeta francese, di origine cinese, François Cheng ha scritto in “Enfin le royaume”: “Vivere è sapere che ogni istante di vita è raggio d’oro su un mare di tenebre, è saper dire grazie”.

O, ancora meglio: “gratis”. Secondo lo straziante, buffo, irresistibile modo di congedarsi dalla vita di Michka Seld.

<Alessandro Mezzena Lona<

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