• 04/06/2020

Nathalie Léger, “Suite” per l’enigma Barbara Loden

Nathalie Léger, “Suite” per l’enigma Barbara Loden

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Marguerite Duras non amava sentirsi chiedere di tracciare un proprio autoritratto. “Come volete che mi descriva?”, tagliava corto. Convinta che “la conoscenza è una cosa difficile, conoscere qualcuno è una cosa che andrebbe rivista”. A un giornalista che insisteva più del dovuto su questo punto, rispose a muso duro: “Chi è lei, su, mi risponda, eh?”.

Forse Barbara Loden, l’attrice hollywoodiana bella come Marilyn Monroe, ma che non ha mai raggiunto la sua popolarità e lo status di diva immortale, la pensava allo stesso modo. Tanto che, ancora oggi, parlare di lei non è facile. Perché sappiamo poco della sua vita. Quattro notizie essenziali: che era nata sei anni dopo la star di “A qualcuno piace caldo” e “Quando la moglie è in vacanza”, che dalla provincia americana si trasferì giovanissima a New York. Che lì si guadagnò da vivere facendo tanti lavori: modella, ballerina, pin-up. Per approdare poi al grande schermo in due film diretti dal regista Elia Kazan (“Fango sulle stelle” del 1960 e “Splendore nell’erba” del 1961″,) vincere un Tony Award nel 1964 per l’interpretazione del ruolo di Maggie nel testo teatrale di Arthur Miller “Dopo la caduta”. Rimane ancora da dire dei due matrimoni: il primo, brevissimo, con Larry Joachin, da cui ebbe il figlio Marco, e il secondo con Elia Kazan, cda cui nacque un altro bambino, Leo. La morte se l’è portata via il 5 settembre del 1980: aveva appena 42 anni.

Ma l’enigma più grande, nella vita di Barbara Loden, è l’unico film da lei firmato come regista. Si intitola “Wanda”. Venne proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1970, vincendo il Premio Pasinetti. E trasformandosi, presto, in una pellicola di culto. Racconta la storia di una giovane e apatica donna delle zone rurali della Pennsylvania, Wanda Goronski, che, un giorno, decide di abbandonare il marito e i figli. E dopo una serie di disavventure, conosce il criminale Norman Dennis, con il quale instaura un complicato rapporto segnato da una passione impossibile e dal progetto di una rapina. Che finirà con la morte del bandito e la fuga della donna.

Ma cosa c’entrava Wanda con Barbara Loden, anche lei cresciuta in Pennsylvania? E perché quella storia aveva coinvolto tanto la splendida attrice hollywoodiana? Al punto da spingerla a cercare di immedesimarsi nel personaggio della Goronski, da lei stessa interpretato magnificamente. Domande, dubbi, curiosità che devono aver seguito la scrittrice francese Nathalie Léger per un bel po’. Ed è da questo suo interrogarsi sulla diva di “Splendore nell’erba”, sulla moglie di Elia Kazan, che è nato un. libro prezioso. Mutevole nella sua forma di romanzo e saggio narrativo, di reportage e fuga nell’autobiografia. Si intitola “Suite per Barbara Loden”, lo pubblica, con grande merito, La Nuova Frontiera nella limpida traduzione di Tiziana Lo Porto (pagg. 120, euro 15).

Libro da non lasciarsi sfuggire per molti motivi. Primo perché dell’autrice parigina, che è curatrice artistica e direttrice dell’Institut mémoires de l’édition contemporaine, finora non era mai stato tradotto e pubblicato niente in Italia. E, poi, perché Nathalie Léger riporta in vita una donna dimenticata troppo in fretta, il suo film che andrebbe rilanciato, riproposto, ma soprattutto l’enigma di una diva rimasta sempre un passo indietro. Incapace di prendere il successo per il bavero e costringerlo a seguirla.

Non stupisce che una grande scrittrice come Valeria Luiselli, l’autrice messicana de “Carte false”, “La storia dei miei denti”, “Archivio dei bambini perduti”, abbia usato l’aggettivo “geniale” per definire questo libro. Perché Nathalie Léger ha saputo fare della sua “Suite” un testo profondo, originale, pieno di informazioni e di riflessioni. Un ritratto di Barbara Loden che si specchia nel personaggio di Wanda,. Poi entrambi si riflettono nella scrittrice intenta a scandagliare le loro vite.

Ancora una volta era stata la grande Marguerite Duras a capire quanto Wanda e Barbara Loden, in realtà, fossero connesse da una storia sola. Quanto quel film fosse la sovrapposizioni di due destini così lontani, eppure così vicini. “In Wanda accade un miracolo – scriveva l’autrice della ‘Diga sul Pacifico’ e ‘L’amante’ -. Normalmente, c’è una distanza tra rappresentazione e testo, soggetto e azione. Qui quella distanza è completamente annullata”.

È un incrocio di sguardi quello che dà forma al testo della “Suite”. Perché negli occhi di Wanda, nei paesaggi desolati della sua Pennsylvania, nei motel dove va a rifugiarsi con l’amante bandito, Barbara Loden ritrova il riflesso delle propria giovinezza per niente straordinaria, delle debolezze, delle rinunce di una donna che ha trovato nel cinema la sua ragion d’essere. Anche se, da Hollywood, lei non ha mai ricevuto regali. Tanto che quando suo marito Elia Kazan, nel 1969, deciderà di portare sullo schermo il suo romanzo autobiografico “Il compromesso”, in cui parla diffusamente della moglie, non affiderà la parte di Gwen a Barbara ma a Faye Dunaway.

Ogni volta che alza gli occhi sul filo dell’orizzonte, Nathalie Léger ritrova le contraddizioni dell’America di Wanda. Di cui, nel libro, l’autrice parigina ricostruisce la vera identità, andando a spulciare tra i giornali dell’epoca. Negli immensi States, infatti, albergano fissazioni spirituali come la Holy Land di Waterbury. Una sorta di cittadella in miniatura dove John Greco ha ripercorso i passi della cristianità, costruendo la copia di Nazareth e dedle catacombe, delle croci del Golgota e della tomba di santa Tecla, discepola di san Paolo. Un luogo dove albergano le illusioni più estreme. Una proiezione dell’inconscio dove anche l’oscurità può tramutarsi in illuminazione.

Alla fine della “Suite”, rimangono le parole di Barbara Loden. Quando diceva: “Elia Kazan mi ha insegnato che la cosa più importante era non restare in silenzio. Stavo zitta, non dicevo mai una parola, ero sempre silenziosa. E adesso cosa dovevo fare? Mi ha detto che bisognava essere ascoltati. Devi essere ascoltata, qualunque cosa fai, Wanda l’ho fatto per questo. È un modo per confermare che esisto”.

Normale che le femministe detestassero “Wanda”., da subito. E criticassero pesantemente Barbara Loden. Non potevano capire quanto l’attrice trovasse umana, normale e diffusissima la passività, la scelta di sottomettersi, di asservirsi del personaggio che aveva deciso di raccontare sullo schermo. Perché, dopo aver urlato i soliti slogan, tutte insieme avrebbero dovuto rifare i conti con la realtà. Dove la mitologia della donna finalmente libera rischia di rivelarsi la più cocente delle disillusioni.

E allora che cosa rimane? La forza di raccontare una donna indecisa, incapace di affermare il proprio desiderio, che non rivendica nulla. non crea contro-modelli militanti. Perché è specchiandosi in Wanda che Barbara Loden ha capito, e fatto capire, quanto il modello Marilyn, così libero e disinibito, fosse solo l’ennesima bugia costruita a tavolino. Perché nulla cambi mai nei rapporti tra il mondo maschile e quello femminile.

<Alessandro Mezzena Lona<

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