• 30/06/2020

David Grossman, la forza del passato (ma solo a metà)

David Grossman, la forza del passato (ma solo a metà)

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Del Nobel non si sa niente. Tutto segretissimo, nemmeno un appunto salvato alla fine delle laboriose e infuocate riunioni, da cui esce il nome dello scrittore che vince il Premio nell’anno in corso. Eppure, un po’ di tempo fa, si sussurrava che David Grossman fosse andato vicinissimo a conquistare il più prestigioso riconoscimento in campo letterario. Poi, la sua candidatura era stata accantonata perché altri giurati dell’Accademia di Svezia gli volevano preferire Amos Oz. Discussioni a non finire, contrapposizioni insanabili, fino ad arrivare alla decisione di accantonare entrambi i contendenti. E scegliere un nome fino a quel momento non preso in considerazione.

Stiamo parlando, insomma, di un autore ormai consacrato. Uno di quegli scrittori che hanno seminato capolavori come “Vedi alla voce amore”, diventato un vero e proprio caso letterario nell’anno della sua pubblicazione, il 1988, ma anche “Che tu sia per me il coltello”, “Applausi a scena vuota”, che si è aggiudicato il Man Booker International Prize nel 2017.  E “Con gli occhi del nemico”, un grande pamphlet capace di affrontare lo spinosissimo tema dei rapporti impossibili tra Israele e Palestrina. Anche il romanzo più recente di David Grossman, “La vita gioca con me”, tradotto da Alessandra Shomroni per Mondadori (pagg. 293, euro 21), è stato salutato con favore dalla critica e ha portato in dote all’autore il Premio 202o che Lignano Sabbiadoro ha intitolato al grande americano Ernest Hemingway.

Insomma, stiamo parlando di David Grossman, non di uno scrittorello ancora in caccia di qualche riconoscimento. Eppure, non è difficile considerare “La vita gioca con me” come un bellissimo romanzo, ma soltanto a metà. Proprio per il rispetto che l’autore di Gerusalemme si è conquistato con i libri finora pubblicati.

Ma andiamo con ordine. O, meglio, partiamo dalla nota finale che David Grossman ha voluto inserire nel libro titolandola “Ringraziamenti”. Lì, lo scrittore di Gerusalemme dice senza troppi giri di parole: “Eva Panić Nahir, che ha ispirato il personaggio di Vera, era una donna famosa e ammirata in Jugoslavia. Su di lei sono stati scritti una monografia, un libro di memorie e lo scrittore serbo Danilo Kiš le ha dedicato una serie televisiva in cui Eva raccontava gli orrori di Goli Otok”.

Ecco, il punto è proprio questo. David Grossman voleva raccontare la storia di Eva, una donna fragile e fortissima. Una delle sopravvissute all’inferno di Goli Otok, l’isola calva di fronte a Rab, nell’incanto del Mare Adriatico. Dove la Jugoslavia di Tito confinava gli oppositori politici. Soprattutto quelli che venivano sospettati di simpatizzare per Stalin, dopo lo strappo tra Belgrado e l’Unione Sovietica che fece emanare una scomunica ufficiale da parte del Cominform e l’espulsione del Partito dei comunisti titini.

Ed era un’idea di sicuro lodevole, quella di romanzare i giorni difficili di Eva nel romanzo “La vita gioca con me”. Visto che, ancora oggi, si fa un po’ fatica a parlare del gulag balcanico.

Normale, però, che David Grossman non pensasse a una biografia. Lui è un romanziere. Un narratore a cui è venuto spontaneo immaginare una reinvenzione della storia intera. Con altri nomi, altre vicende. Una personalissima visione, insomma, del calvario di Eva e della sua famiglia. E fino a qui, niente da eccepire. Perché “La vita gioca con me” mette in scena un un quartetto di personaggi molto forti e ben delineati: Vera,, la sopravvissuta a Goli Otok che si è rifatta una vita in Israele e sta per compiere novant’anni; sua figlia Nina, che per scappare dai fantasmi del passato si è rifugiata nell’Artico, dove concede il proprio corpo con un po’ troppa facilità a uomini poco importanti; Rafi, l’uomo che continua ad amare Nina, fin da quando era un ragazzo, nonostante tutto; Ghili, la loro figlia che non ha mai avuto la gioia di poter condividere con la propria madre il lungo divenire dall’infanzia in poi.

Ed è qui che David Grossman si lascia prendere la mano. O, meglio, si fa incantare dalla sua bravura a intrecciare, annodare, i destini dei personaggi. Finendo per ingarbugliare i fili che legano queste quattro vite. Scavando nelle loro esistenze, si perde a inseguire dettagli. Racconta più volte gli stessi episodi da angolature diverse. Rischia, insomma, di perdere di vista la materia narrativa potente e perturbante che si ritrova tra le mani. Ovvero, la storia tenebrosa che Vera deve raccontare per la prima volta, davanti a una telecamera. Quella della sua denuncia alla polizia politica jugoslava, dell’arresto, dell’internamento in uno dei campi di rieducazione più inumani e barbari che la storia del ‘900 possa ricordare. Una pietraia dove il sole batteva senza sosta, e dove gli stessi prigionieri erano costretti ad accogliere i nuovi arrivati a suon di bastonate.

È lì, in quel racconto tenebroso e umanissimo, nel portare il lettore a scoprire le terribili scelte a cui viene costretta Vera per non rinnegare se stessa, l’uomo che ama, la propria storia di socialista convinta, che David Grossman scrive le pagine più forti, belle e terribili de “La vita gioca con me”.  Nei giorni sull’Isola Calva, la donna scopre la schizofrenia del Potere, la gratuita malvagità di chi comanda, la scarsa empatia che gfi esseri umani provano nei confronti dei propri simili quando si trovano in situazioni estreme. Lo scrittore di Gerusalemme, ricostruendo i giorni terribili di Goli Otok nelle parole di chi è stato ingiustamente accusato, incarcerato, torturato, costringe il lettore a spalancare gli occhi. A prendere coscienza di quello che, finora, ha ignorato. Lo convince che esorcizzando storie così spaventose non si potrà mai costruire un futuro più giusto. Perché, prima, bisogna trovare il coraggio di ammettere le colpe del passato. E non importa quale sia il colore della distorta ideologia che si portano appresso.

Dispiace soltanto che “La vita gioca con me” si perda in troppi arzigogoli. In uno studio dei personaggi esageratamente articolato, in un reiterato annunciare la sconvolgente ricostruzione dei giorni vissuti da Vera a Goli Otok, che arriva soltanto quando il romanzo volge alla fine. Eppure, vale la pena non sospendere la lettura per arrivare a quel centinaio scarso di pagine. Dove David Grossman conferma tutto il suo talento. E la capacità di trasformare la discesa all’inferno di una donna sola nel simbolo della barbarie. Nel paradigma dell’arbitrio e dell’ingiustizia, di cui l’umanità intera, passata, presente e futura, dovrebbe vergognarsi.

<Alessandro Mezzena Lona<

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