• 16/09/2020

Julia Phillips, mosaico di donne nella “Terra che scompare”

Julia Phillips, mosaico di donne nella “Terra che scompare”

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I critici della rivista americana “Times Book Review” non avevano dubbi. Quando, nel 2019, segnalavano il romanzo di debutto di Julia Phillips tra i migliori dieci libri dell’anno. Ovviamente, come spesso accade, il titolista era riuscito a dedicare a “Disappearing Earth” soltanto un riassunto fulminante. Diceva: “Si tratta di un libro d’esordio (pubblicato da Alfred A. Knopf) in cui due ragazze svaniscono”. Quelle parole così scarne e vaghe lasciavano il lettore in un dubbio terribile. Perché era impossibile capire se si parlava di un noir d’autore o di qualcos’altro. Non restava altro da fare che prendere un appunto mentale, aspettare al varco questa trentunenne autrice di Montclair, New Jersey. Sperando, prima o poi, di avere un contatto ravvicinato con lei.

Contatto avvenuto nella giornata inaugurale di Pordenonelegge 2020. Julia Phillips, infatti, è stata protagonista di uno degli eventi della prima giornata del Festival, intervistata a distanza da Antonella Silvestrini durante un collegamento on line al Capitol di Pordenone.

Letto il libro, non resta che dare ragione allo staff di critici di “The Times Book Review”. Perché “La terra che scompare”, finalista al National Book Award, tradotto da Fabio Zucchella per Marsilio (pagg. 334, euro 18), lancia in orbita un nuovo talento della letteratura americana, che da adesso in poi bisognerà tenere d’occhio. Se il primo romanzo di Julia Phillips è già così ben strutturato, originale, intelligente e, al tempo stesso, appassionante, possiamo aspettarci grandi cose da questa giovane laureata al Barnard College.

E, sì, in effetti non ha torto il titolista che ha parlato di due ragazze che svaniscono. Ma quello è solo lo spunto per costruire un libro che, nello scorrere delle pagine, nel succedersi dei capitoli, squaderna davanti agli occhi dei lettori un arazzo su cui sono ricamate decine di storie. È il punto di partenza, e di arrivo, di una struttura narrativa multiforme, magmatica, sorprendente a ogni nuovo cambio di rotta, che parte da una favola. Inventata da Alëna, la ragazzina più grande, per tenere buona, stupire e anche spaventare la sorella più piccola, Sofija. Poco prima che un uomo dall’apparenza tranquillo, quasi anonimo nella sua indifferente banalità, le convinca a seguirlo. Per farle svanire nel nulla.

Quella storia parla di un villaggio al di là di Zavojko, in Kamčatka, sul ciglio della scogliera, dove l’oceano incontra la baia, che un giorno, all’improvviso, viene scosso dal terremoto più forte di sempre. E quando la terra smette di tremare, chi è sopravvissuto non si accorge di un’onda gigante, alta cento metri, che oscura la luce del sole. E trascina, via nel silenzio del mare, tutto quello che l’uomo aveva costruito.

Un inizio così tenebroso e affascinante serve a Julia Phillips per spalancare gli occhi su un mondo la cui cultura. la tradizione, sta per essere spazzata via. Un’isola, quella della Kamčatka, stretta tra i mari di Bering e di Ochotsk, lontana dalla Russia come se in mezzo ci fosse un muro invalicabile, eppure prigioniera di uno sguardo razzista di chi arriva dalla terraferma. Pregiudizio che risale ai tempi dell’Unione Sovietica. E che ha fatto di quel mondo incantato, tra montagne, boschi, geyser e distese sconfinate di tundra dove passano silenziose le renne, un piccolo angolo di pianeta del tutto a parte.

E proprio lì, sono soprattutto le donne a vivere sulla propria pelle il peso delle tante contraddizioni di un’isola sospesa tra modernità e tradizione. Dove la polizia cerca almeno di imbastire qualche ricerca quando scompaiono le sorelline Golosovskje,  figlie di una giornalista, dalla pelle chiarissima e dai capelli biondi, come la maggior parte dei russi. Ma quattro anni prima, nessuno si è dato troppa pena quando a sparire è stata Lilija. Solo perché era una eden, una nativa. E non serviva affannarsi troppo. Perché era più semplice dire a sua mamma che, con tutta probabilità, la ragazzina se n’era andata lontano. Per sfuggire a quel mondo claustrofobico.

Mentre il tempo scorre, e delle bambine scomparse non parla più nessuno, i capitoli della storia, che portano ognuno il nome di un mese dell’anno, spalancano lo sguardo sulle storie di altre ragazze e donne. In cui si specchiano la realtà della Kamčatka, la condizione femminile in un’isola dimenticata da tutti, la difficoltà di trovare una propria identità. Di sottrarsi ai pregiudizi e ai luoghi comuni. C’è Olga, la cui mamma è spesso via per lavoro, costretta a fronteggiare il rifiuto della madre della sua migliore amica, decisa a tenerla a distanza dalla propria famiglia perché la considera un elemento perturbante. C’è Katja che non sa resistere al richiamo erotico del suo fidanzato, anche se si rende conto che accanto a lui dovrà accontentarsi di una vita pieni di imprevisti non sempre piacevoli. C’è Valentina che, all’improvviso, si trova a fronteggiare una malattia imprevista. E per lei, abituata da sempre a pianificare le giornate in maniera ferrea, quell’imprevisto assume la forza di un uragano. C’è Kjuša, una brillante studentessa di Esso, che fin da ragazzina ha accettato la presenza rassicurante, e soffocante al tempo stesso, di Ruslan. Ma quando accoglie l’invito della cugina Alina, ed entra a far parte di una compagnia di danzatori, non sa sottrarsi al fascino di Čander. E per la prima volta fa spazio a un imprevisto, disposta a fargli scompaginare il suo stile di vita.

“Ho voluto dipingere uno spettro integrale della violenza – spiega Julia Phillips – per mostrarla in tutte le sue sfumature. La violenza sessuale e domestica non è solo quella che finisce sulle pagine dei giornali de manda le donne all’ospedale. Nel mezzo ci sono una miriade di sfaccettature”

Componendo, con grande immaginazione e lucidità, un mosaico di storie, di vite, di destini, di imprevisti, Julia Phillips fa de “La terra che scompare” uno dei romanzi più sorprendenti e appassionanti usciti negli ultimi anni. Schivando con grande abilità il rischio di farsi intrappolare in una trama tipica della narrativa di genere, anche se non manca il finale a sorpresa per chiudere il cerchio della sua storia, la scrittrice americana costruisce attorno ai silenzi della tundra, all’isolamento della gente della Kamčatka, alla difficoltà di essere donna in un tempo moderno che paga ancora un pegno fortissimo al passato, un romanzo dalla struttura perfetta. Un libro capace di parlare ai lettori sparsi nel mondo. Perché, come dice Alëna alla sorellina Sofija “Io ho te e tu hai me. Non siamo sole”. E spesso la letteratura serve a fare proprio questo: che nessuno si senta straniero. Anche se abita il vuoto.

<Alessandro Mezzena Lona

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