• 05/07/2021

Chuck Palahniuk, quando l’arte produce suoni di morte

Chuck Palahniuk, quando l’arte produce suoni di morte

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Tra Virginia Woolf e Emily Dickinson, Chuck Palahniuk preferisce Patricia Highsmith. La grande scrittrice di Fort Worth che i critici hanno liquidato in fretta come regina del noir. Ma che, invece, ha saputo inventare uno dei personaggi più contemporanei e contraddittori del nostro presente: Tom Ripley. Oltre a immaginare una serie di “Delitti bestiali” in cui gli animali, per la prima volta, si vendicano delle secolari angherie dell’uomo. E se gli chiedono ancora quale capolavoro di William Shakespeare metterebbe in valigia, lui risponde: “Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilda”. Un testo teatrale di Paul Zindel portato sul grande schermo da Paul Newman nel 1972. Con Joanne Woodward nei panni della protagonista.
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Chuck Palahniuk non ha mai avuto paura di andare controcorrente. Anzi, le idee eretiche, le storie sopra le righe, le invenzioni che fanno saltare sulla sedia anche le menti più controcorrente, sono la piscina perfetta in cui lo scrittore di Pasco nuota a suo agio. Fin dai tempi del suo debutto, nel 1996, con “Fight Club”, scritto nei momenti liberi dal lavoro di meccanico e trasformato in un film di culto tre anni dopo dal regista David Fincher, ha abituato i lettori a uno stile ruvido e diretto, a un periodare fatto di frasi molto brevi, pochissime virgole (“Un libraio mi ha detto: usa poche virgole, la gente le odia”), nessun avverbio ad appesantire il suo implacabile incedere. Ottenendo un grande successo. Ma spaccando, al tempo stesso, la critica in due fazioni contrapposte. C’è, infatti, chi lo considera uno dei migliori autori statunitensi viventi, e chi lo colloca dalle parti dei narratori di serie B.

Vero è che Chuck Palahniuk non lascia mai indifferenti. Perché va a toccare i nervi scoperti del nostro tempo. Anticipando spesso, con le sue storie, temi e problemi che, prima o poi, finiscono per deflagrare al centro della realtà. Basta leggere il suo romanzo più recente: “L’invenzione del suono”, tradotto dal fedele e bravo Gianni Pannofino per Mondadori (pagg. 231, euro 18). Un libro che corre velocissimo su un doppio binario. Dal momento che segue personaggi e storie apparentemente lontanissime. Ma che, in realtà, emergono dallo stesso lato oscuro mondo. Quello scintillante, patinato, falsissimo parco dei divertimenti, dominato dagli slogan pubblicitari e dalle famiglie perfette modello tivù, che di tanto in tanto lascia intravedere l’orrore nascosto dietro le multiformi maschere.

Gates Foster è un padre che ha perso sua figlia. Non si è mai rassegnato a veder sparire Lucy così, all’improvviso. Tanto più che a prenderla per mano, a portarla via da lui, non è stato il solito, viscido pedofilo di mezza età. No, la ragazzina se n’è andata un giorno sottobraccio con un’adolescente di poco più grande di lei. Il problema è che questo uomo inconsolabile, attorno a cui il mondo si è disintegrato, trasforma il suo dolore in una sorta di caccia alle streghe. Spia nei torbidi bassifondi di internet tutto quello che ruota attorno allo schifoso mondo delle violenze sui minori. A volte, si sostituisce perfino agli investigatori. Punta loschi uomini adulti che passeggiano in compagnia di presunte piccole prede, irrompe nella loro vita come fosse un giustiziere autorizzato. Poi deve ricredersi e fare i conti con una giustizia a dir poco distratta.

Fin da quando era bambina, Mitzi Ives frequenta il mondo del cinema. Suo padre era un apprezzato rumorista che le ha insegnato molti trucchi del mestiere. E lei riesce a creare suoni irripetibili da vendere, in cambio di grandi pacchi di dollari, a una Hollywood sempre più affamata di brividi inediti. Il problema è che Mitzi non si accontenta mai delle voci che ha già archiviato. E finisce per convincere sempre nuove persone, che le sembrano giuste, a seguirla nello studio di registrazione. Sarà lì, con raffinate tecniche di tortura, che riuscirà a distillare lamenti, urla, gradazioni sonore capaci di far tremare gli spettatori sulle poltrone dei cinema. Come se la Morte stessa si sedesse accanto a loro per sussurrare all’orecchio storie proibite.

Non c’è niente, in apparenza, che possa intersecare le traiettorie di Gates e Mitzi. Ma proprio in quell’apparente muoversi tra due mondi lontanissimi si nasconde il segreto de “L’invenzione del suono”. Perché Chuck Palahniuk, pagina dopo pagina, trascina il lettore dentro il suo maesltrom di piccoli indizi, di rimandi, di interlocutorie certezze. Fino a rivelare quale possa essere il punto di contatto tra un padre devastato dalla perdita della sua bambina e una figlia che ritrova nei ricordi sepolti dentro se stessa il vero senso del suo agire. Del suo trasformare un’idea artistica in un lungo viaggio tra i sentieri che si biforcano dentro il giardino dei supplizi.

Quando venne pubblicato “Fight Club”, molti critici disserro che Chuck Palahniuk avrebbe trovato il suo pubblico soltanto tra i gironi dell’Inferno. Sbagliavano. Perché lui, che ha sempre dichiarato di “giocare con la violenza”, in realtà ha fatto della trasgressione, dell’andare al di là del confine, del guardare il Male dritto negli occhi, un modo per raccontare l’altra faccia di noio stessi. Quella faccia che teniamo sempre ben nascosta. Perché abbiamo paura di liberarla dalle catene.

Il potere delle storie di Chuck Palahniuk sta tutto qui. Nel sapere guardare la realtà con occhi che non si abbassano mai. Che non sfuggono all’orrore. Nemmeno quando, al centro dei suoi incubi letterari, scopre che anche il mercato dell’arte, del cinema, del raccontare, nasconde lati inquieti e inquietanti. Come ne “L’invenzione del suono”. Dove il dolore, la tortura, la morte, le ossessioni mascherate da corrette proiezioni del pensiero, possono essere mercificate. Per stupire. E riscuotere successo.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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