• 18/02/2022

Giuliana Altamura, il fascino liquido de “L’occhio del pettirosso”

Giuliana Altamura, il fascino liquido de “L’occhio del pettirosso”

Giuliana Altamura, il fascino liquido de “L’occhio del pettirosso” 1024 710 alemezlo
Si può stare per anni lontani dalla letteratura. Conoscere una persona importante, decidere di sposarsi, cambiare città e vita, fare un figlio. E ritornare alla scrittura esattamente lì dove ci si era fermati. Giuliana Altamura ha seguito questo percorso. Dopo un debutto folgorante, nel 2014, con “Corpi di Gloria” e un secondo romanzo capace di confermare il suo talento come “L’orizzonte della scomparsa”, uscito nel 2017, ha atteso cinque anni prima di ripresentarsi ai suoi lettori con una nuova storia. Senza preoccuparsi troppo della sindrome del “se non pubblico in continuazione mi dimenticano”, che tormenta molti narratori italiani contemporanei. Spesso costringendoli a sfornare opere del tutto mediocri.

Così, adesso, chi ama le buone letture non può sottrarsi dal confronto con “L’occhio del pettirosso”, il nuovo romanzo di Giuliana Altamura pubblicato a Mondadori (pagg. 167, euro 17.50). Un libro che, fin dalle primissime battute, conferma la fascinazione della scrittrice, nata a Bari, per una narrazione sempre pronta a intercettare le inquietudini del presente. Sempre attenta a fare della lingua con cui racconta le sue storie uno strumento duttile, che riesca a creare sintonia tra la lezione del grande romanzo classico e quella voglia di innovazione lessicale, di sperimentazione, che c’è in ogni bravo scrittore.

Così se “Corpi di Gloria” metteva a fuoco le inquietudini e lo spaesamento di una generazione di ventenni sospesi tra l’immobile Puglia e il miraggio di un’America trasgressiva, tra incomprensioni familiari, droghe, teppismo e un approccio ambiguo alla sessualità, “L’orizzonte della scomparsa” portava i lettori a immergersi nel fascino liquido della contemporaneità. In una storia sospesa tra il mistero e l’allucinazione dove le vite del talentuoso pianista Christian, di Lana che cattura le fantasie più indicibili di chi di collega con lei sul web e dell’enigmatico Blaxon, si intersecavano con un perturbante forum religioso capace di collegare tra loro i destini dei protagonisti e del mondo che ruota loro attorno.

Quando si parla del romanzo contemporaneo, e della scarsa vocazione degli scrittori a non abbassare gli occhi davanti alla realtà, ci si dimentica spesso di citare autori come Giuliana Altamura. Che, anche ne “L’occhio del pettirosso”, dimostra di non essere interessata a una letteratura che si rifugia in comode e polverose saghe di famiglia, in eterne e personalissime lamentazioni per il catalogo di sfortunati eventi che si rovescia sull’umanità.

No, Giuliana Altamura costruisce anche il suo nuovo romanzo “L’occhio del pettirosso” seguendo una sua personale, contemporanea riflessione sulla realtà. Divertendosi, al tempo stesso, a inoculare nella storia schegge di mistero, inquiete premonizioni, esoteriche citazioni di certa narrativa di genere. Al centro della storia c’è un fisico che lavora per il Cern di Ginevra. Enrico Baroni è ossessionato dall’idea di raggiungere una visione quantica. Da tempo, per dare corpo al suo sogno, lavora sullo sviluppo di un’intelligenza artificiale che lo possa portare al confine tra la realtà e quello che viene ancora considerato l’impossibile.

La sua ricerca, il suo divenire di uomo sono frenati dalla difficoltà di gestire i ricordi della sua infanzia. Per questo, Baroni fa l’impossibile per superare la lunga lista d’attesa del suo studio e incontrare Egon Meister, enigmatico personaggio che sembra in grado di leggere il passato, il presente e il futuro di chi gli siede di fronte. Al ricercatore del Cern, l’uomo finirà per affidare un consiglio del tutto criptico: “Gli occhi di un uccello le saranno molto più utili dei miei”.

Comincia così una ricerca disperata, che porta Enrico Baroni a ritornare nella baita di famiglia insieme alla moglie Greta. Proprio lì dove la sua vita, all’improvviso, ha imboccato una direzione inaspettata e dolorosissima. Sarà l’incontro con un uomo che zoppica e sogna di diventare ricco grazie ai bitcoin, alla moneta virtuale, e la quieta, remissiva, perturbante ragazza orientale Jinrou, che forse ha negli occhi la risposta a tante domande, a sparigliare le carte della storia. A proiettare il protagonista verso una resa dei conti con se stesso e con tutto quello che non ha mai voluto affrontare, perché gli provocava un dolore immenso. Come un oggetto estraneo cresciuto, poco a poco, dentro il suo corpo. Fino a diventare una presenza troppo ingombrante.

Ne “L’occhio del pettirosso”, Giuliana Altamura ha saputo mettere al centro della sua storia l’inquieto, liquido tormento della modernità. Se ne “L’orizzonte della scomparsa” era la rete, i mille intrecci virtuali del web, ad albergare in sé l’oscura presenza di un Male impalpabile, astuto, a tratti beffardo e irraggiungibile, qui, la scrittrice che vive tra Milano e la Svizzera ha dato voce all’ossessione per un progresso che sta ormai deragliando. E che finisce per rinchiudere in un angolino i problemi reali delle persone. Relegando l’intelligentissimo Enrico Baroni dentro la sua ossessione quantistica e il rozzo, però scaltro, Ruben nell’inseguimento folle di una ricchezza infinita che potrebbe lasciargli tra le mani solo un pugno di cenere. Da un momento all’altro.

Perché, in fondo, la vita confina sempre con il caos. Oggi più che mai.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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