• 03/11/2017

Isaac B. Singer e lo scandaloso fascino di Keyla la rossa

Isaac B. Singer e lo scandaloso fascino di Keyla la rossa

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Normale, adesso, pensare a un banalissimo soprassalto di autocensura. E sì, perché Isaac Bashevis Singer aveva previsto di pubblicare in volume “Keyla la rossa” nel 1979. Il romanzo che i lettori del quotidiano yiddish di New York “Forverts” avevano già letto a puntate nel periodo compreso tra il 9 dicembre del 1976 e il 7 ottobre dell’anno successivo. Ma un avvenimento eccezionale, e in parte inaspettato, era venuto a cambiare drasticamente i piani dello scrittore nato a Leoncin, cresciuto a Varsavia e poi vissuto a Miami, in America (dove è morto nel 19091): nell’ottobre del 1978 gli era stato assegnato il Premio Nobel per la letteratura. Meritatissimo riconoscimento all’autore di capolavori come “Il mago di Lublino”, “La famiglia Moskat”,”Shosha”. Come poteva mandare nelle librerie, subito dopo la consacrazione universale, un libro che aveva una prostituta al centro della storia?

Semplice: non poteva. Infatti la traduzione inglese dell’originale yiddish è stata rimandata, rimandata. Fino a diventare una sorta di leggenda metropolitana. Un’incompiuta di cui, a un certo punto, si rischiava di perdere la memoria. Ed è per questo che poter leggere adesso la versione italiana, realizzata da Marina Morpurgo con la cura di Elisabetta Zevi per Adelphi (pagg. 280, euro 20) diventa davvero un privilegio di cui non si può fare a meno. Anche perché non si tratta del solito inedito del tutto trascurabile, ma di uno dei migliori romanzi di Singer. Di un’autentica bomba a orologeria narrativa.

Di certo Singer non poteva temere che “Keyla la rossa” avesse la forza di offuscare il suo lavoro di scrittore, dal momento che era appena stato celebrato con l’assegnazione del premio letterario più importante al mondo. Quindi, è difficile immaginare che, dopo aver già previsto la traduzione e la pubblicazione nella versione inglese di questo ruvido gioiello narrativo, fosse stato colto dalla stessa ansia che impedì a Umberto Saba di portare a termine il suo “Ernesto”. Il romanzo, che secondo le  parole del poeta triestino, gli “avrebbe ammazzato il Canzoniere”. L’opera in versi di tutta una vita. Non tanto, e non solo, per lo scabroso contenuto dell’iniziazione omosessuale di un ragazzo che gli assomigliava moltissimo, quanto per la forza sincera e dirompente della storia. Per quella brutale, raffinatissima capacità di guardare la realtà negli occhi che gli sarebbe stata riconosciuta, ahimè, soltanto dopo la pubblicazione postuma nel 1975 grazie al coraggio della figlia Linuccia e dell’editore Giulio Einaudi. Esattamente 22 anni più tardi, e per di più in una versione monca, non conclusa. Incompleta.
No, era un altro il pensiero tormentoso che convinse Singer a lasciare la sua “Keyla la rossa” nella penombra. Ed era la convinzione che, tra tutti i personaggi del romanzo, fosse proprio lei, la puttana incapace di risorgere dalla melma, l’unica a non apparire preda di un sordido egoismo, di una sfrenata sete di denaro e di successo. L’unica a non rassegnarsi a una vita falsa, piena di compromessi. Biforcuta come la lingua di un serpente.

Perché, a ben guardare, nel libro è solo lei a ardere di amore per i suoi uomini: prima quel pendaglio da forca di Yarme, pronto a condividerla con il loschissimo Max lo Storpio (uno che va a letto indifferentemente con donne e uomini) pur di scappare, sulle  ali di un lurido sogno in America Latina a rifarsi un’ ancor più ambigua rispettabilità; poi quel falso innamorato di Bunem, giovane figlio di un rabbino, che scappa sì con lei negli States, ma soprattutto per liberarsi dalla pressione della famiglia ossessivamente osservante della religione ebraica e della polizia zarista, che lo cerca per la sua amorosa frequentazione dell’anarchica Solcha. Che lui non smetterà di aspettare, senza mai dirle che ha già promesso il suo amore a Keyla.

Ambientato nella povera e brulicante via Krochmalna di Varsavia, luogo mitico della narrativa singeriana, e poi in un’America che già ai primi decenni del secolo scorso dimostra di avere ceduto la propria anima al dio denaro, “Keyla la rossa” ha la forza di certi romanzi del naturalismo francese. Dove la storia segue, pur senza voler scimmiottare la grandiosità di Émile Zola e Guy de Maupassant, i tre punti cardine della narrativa dettati da Hippolyte Taine: ovvero, race, milieu e moment. Cioè, l’ereditarietà, l’ambiente sociale e l’epoca storica. Anche se Singer va ben al di là di canoni così rigidi, spingendo i suoi personaggi dentro una tempesta di sentimenti da cui è difficile uscire senza aver ceduto al compromesso, al tradimento, alla degradazione. Al punto che, senza scivolare mai nel moralismo, porta in primo piano la vergogna, a lungo taciuta, della tratta di giovanissime ragazze ebree che, spinte da malavitosi della loro stessa comunità, venivano avviate dagli shtetl dell’Europa Orientale a prostituirsi nelle strade e nei bordelli dell’America Latina.

Romanzo oscuro, urticante e bellissimo, “Keyla la rossa” conserva del tutto intatta la sua forza scandalosa nel raccontare una storia che non concede illusioni. Che sa immergersi nelle tenebre della miseria umana analizzando, con la maestria narrativa dei grandi romanzieri dell’800, un’umanità corrotta e vitalissima. Un microcosmo di faccendieri, criminali, puttane, giovani illusi e rabbini rinchiusi nella ripetitiva inutilità del loro studiare i sacri testi, che riportano fino a noi il fascino popolare e altissimo di capolavori come “I miserabili” di Victor Hugo, come “David Copperfield” di Charles Dickens, o “I dèmoni” di Fedor Dostoevskij. Ma che fanno riaffiorare nella memoria anche l’oscuro fascino di mirabili feuilleton come “I misteri di Parigi” di Eugène Sue.

Capolavori, lezioni di altissima letteratura, rivisitati da uno scrittore moderno come Singer, che si rivela in “Keyla la rossa” bravissimo a tornare con la fantasia nel bel mezzo del brulicare di vita e di miseria di Varsavia e di New York d’inizio ‘900. Di rivivere le voci, gli odori, i sogni e gli incubi della gente del ghetto, senza per questo tratteggiare un quadretto di maniera. Ma anzi, inseguendo, con la capacità visionaria di uno scrittore di razza, le tante illusioni di rifarsi una vita proiettate sul Nuovo Mondo. Quel desiderio spasmodico di trasformare in Terra promessa un guazzabuglio di destini che, quasi sempre, finiva per rivelarsi un’altra, miserabile trappola per sempre nuove schiere di ingenui.

<Alessandro Mezzena Lona

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