• 04/11/2017

Thomas Ott, prossima fermata l’inferno

Thomas Ott, prossima fermata l’inferno

Thomas Ott, prossima fermata l’inferno 1024 782 alemezlo
Sul muso di Bugs Bunny non c’è il solito sorriso. Anzi, la sua espressione è decisamente atterrita. E accanto al logo della Warner non appare la scritta “Looney Tunes”, resa popolare dalle avventure del coniglio mangiacarote e di altri personaggi dei cartoons come Titti, Silvestro, Taz. No, questa è una storia sbagliata. Una “wrong picture” che si annuncia con il poco raccomandabile logo “Massacre melodies”. E prima che il gran finale chiuda le danze con il famoso “That’s all folks!” c’è giusto il tempo di assistere alle folli prodezze di un losco figure che si diverte a sgozzare, mozzare teste, sventrare gente con una fucilata sparata a distanza ravvicinata. Senza smettere un attimo di ghignare.

E non basta. Nel mondo di Thomas Ott, il disegnatore svizzero du Zurigo che sembra innamorato dalle storie gotiche di riviste a fumetti come l’americana “Creepy” (riproposte in Italia negli anni ’70 da alcune memorabili antologie degli Oscar Mondadori in cui Uncle Creepy, il deus ex machina della serie, diventava Zio Tibia), ma anche dello humour nero del più britannico degli illustratori americani, quell’Edward Gorey che da noi ha avuto il privilegio di farsi pubblicare da Adelphi, ci si deve aspettare di tutto. Dalla signora che ricorre alla miracolosa bravura di un chirurgo estetico per nascondere il trascorrere del tempo, e poi si trova a letto con un giovane amante dal corpo mostruoso, al soldato ferito da una granata che freme in attesa dei soccorsi. Ma quando arrivano i suoi commilitoni, dalla loro espressione capisce che qualcosa dev’essere andato storto. Dal momento che loro si girano, con fare disgustato, e lo abbandonano. Del resto, che cosa se ne possono fare di una testa sradicata da tutto il resto?

Folgorato, all’inizio della sua carriera, dall’artista francese Marc Caro, Thomas Ott ha deciso fin da allora che la sua tecnica di disegno sarebbe stata quella dello scratchboard. Così, ogni volta che deve iniziare una tavola, la copre di inchiostro nero, aspetta che si asciughi, poi inizia a grattare via con il pennino il superfluo. Per dare forma alla storia. Da quel buio iniziale si apre lentamente uno spiraglio di luce, che conduce fino al dipanarsi vertiginoso dei gironi di un inferno terrestre. Dove si trovano devastanti parodie dei riti e dei tic della nostra società. Feroci esorcismi di un mondo che si nasconde dietro la maschera della bontà, dell’altruismo, dell’ordine costituito, e invece nasconde nel profondo del cuore pensieri cupi, perversi, implacabili.

Un’antologia del meglio di Thomas Ott è uscita l’anno scorso per Logos Edizioni con il titolo eloquente “R.I.P. best of 1985-2004” (pagg. 192, euro 22), arricchito da una delirante e affettuosa postfazione scritta dal bassista degli Hellhammer e dei Celtic Frost Martin Eric Ain. In precedenza erano usciti anche “Cinema Panopticum” e “The number”.

Infastidito da una Svizzera dove mai niente sembra fuori posto, affascinato dalla tentacolare e oscura bellezza di Parigi, dove un uomo qualunque esce dalla metropolitana e si trasforma in killer pronto ad ammazzare persone mai incontrate prima, Thomas Ott ha capito presto che erano proprio le storie tenebrose a mettere in movimento la  fantasia. E così si è messo a dare forma ai suoi incubi lucidi. Come “G.O.D.”, dove un operaio della fabbrica che porta quel nome altisonante una notte riceve da un angelo un dono extraterreno. Spaventatissimo, cerca di nasconderlo, ma viene denunciato da una vicina di casa. Saranno gli stessi sgherri di Dio, con tanto di “occhio che tutto vede” dentro il triangolo disegnato sul furgoncino, a portarlo via con loro. Come fosse un pericoloso delinquente.

Nel mondo di Ott i suicidi non riescono mai a farla finita, tanto poi arriva il fungo nucleare a chiudere i conti con loro e con tutti gli altri. Le brave casalinghe elaborano il decalogo perfetto per liberarsi da mariti egoisti, distratti, inutili. Alice di Lewis Carroll è solo una povera pazza, rinchiusa in manicomio dopo un devastante trip con l’acido. Gli astronauti che sognano di esplorare l’universo finiscono per farsi abbindolare da una procace sirena, nata dal profondo dei loro solitari deliri, che li spingerà a galleggiare nel buio e nel nulla per l’eternità.

Nelle sue prime opere, Thomas Ott era abituato a inserire l’avvertenza: “Not for intellectuals”. Opportuno sberleffo a chi si ostinava, e si ostina tuttora, a dare i suoi lavori interpretazioni troppo puntuali. Perché, come dice l’artista svizzero, “una volta, un critico disse che le mie storie sono come dei film noir. E io pensai: ok, guardiamo qualche noir”. Tradotto in soldoni: lasciatemi inventare storie, poi voi le interpretate come più vi piace.

<Alessandro Mezzena Lona

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