• 04/11/2017

Julien Baker, il canto libero di un’anima perduta

Julien Baker, il canto libero di un’anima perduta

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A 17 anni Julien Baker era convinta che Dio fosse solo un dito puntato contro di lei. Credeva, infatti, con tutte le sue forze che fosse stato lui a crearla lesbica, per poi mandarla all’Inferno. Ma un giorno suo padre, quando quella ragazzina si era già incamminata pericolosamente sulla strada dell’autodistruzione, assumendo droghe e alcol come se non ci fosse un domani, decise di leggerle alcune passaggi della Bibbia. Riuscendo a tranquillizzarla, a convincerla che lassù, da qualche parte nel mistero dell’universo, se c’era qualcuno non era certo un’entità maligna. Che tramava contro di lei.

Da allora, Julien Baker ha smesso di scrivere canzoni dal titolo inquietante. Come “Cancer is my best friend”, che cantava all’inizio della sua carriera insieme alla band The Star Killer, diventata poi Forrister. Si è messa a esplorare le sue zone buie, l’inquietudine che le accompagna come un’ombra, l’incertezza di una vita così breve eppure già così densa di esperienze. Da quel viaggio sulla via oscura è nato prima il disco di debutto, il folgorante “Sprained Ankle” del 2015, e adesso “Turn out the lights”, uscito da pochi giorni per l’etichetta indipendente newyorchese Matador.

Undici canzoni, 34 minuti intensissimi. Un viaggio lento, cadenzato dal suono del pianoforte, della chitarra, degli archi, che si apre con il cigolio di una porta e l’avanzare di passi incerti in “Over”. Per lasciare posto subito, in “Appointments”, alla voce calda e piena d’emozione della ventiduenne cantante di Memphis, Tennessee, che sussurra tutto il suo straniamento: “Forse tutto andrà per il verso giusto, so che non è facile ma devo credere che sia così”.

La musica, nelle canzoni di Julien Baker, molto spesso è soltanto un tenue arpeggio. Un susseguirsi di accordi che creano un tappeto sonoro perfetto per accogliere, avvolgere, mettere in risalto i testi, la voce della ragazza che, dopo un passato inquieto, vaga ancora alla ricerca di risposte. In “Happy to be here”, come se si rivolgesse ancora una volta al suo enigmatico, sfuggente Dio, dice: “Ho sentito che tutto può essere riparato, perché non io, allora?”. E in “Even” non riesce a trattenersi dal dire ad alta voce: “So di essere il Male”. Anche se poi si concede una via di fuga: “C’è conforto nel fallimento, canto forte in chiesa, urlando le mie pure negli altoparlanti”. Fino a esplodere, in “Sour breath”, nel drammatico grido d’aiuto: “Più mi sforzo di nuotare, più affondo velocemente”.

Ascoltare questo “Turn out the lights”, come ha notato un giornalista del “New Yorker”, è come mettersi a origliare le confessioni, le preghiere di qualcun’altro, sentendosi un intruso. Ma lo splendore di queste canzoni sta proprio nel loro portare dentro le note la delicatissima forza, l’urlo silenzioso, le notti insonni cantate in “Everything to help you sleep”, il rifiuto dell’aiuto di chi regala soltanto fasulle illusioni in “Televangelist”, che rendono una tormentata, sperduta ragazza americana la più convincente interprete dello spaesamento di chi vive questo nostro tempo. E che fanno sbocciare dalla disperazione un barlume di speranza.

Ascoltando e riascoltando il secondo disco di Julien Baker vien da pensare che se c’è una via per salvarsi dal pesante fardello dell’esistere, forse passa proprio per la condivisioni di gioielli oscuri come questo “Turn out the lights”. Dove i tormenti di un’anima disorientata, pronta a lasciarsi travolgere dal gorgo delle troppe domande senza risposta, diventano colonna sonora indispensabile per il nostro viaggio. Dentro le tante, troppe contraddizioni dell’essere vivi qui-e-ora.

<Alessandro Mezzena Lona

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