• 21/01/2018

Babatwoosh, la sciamana che viene dal cyberspazio

Babatwoosh, la sciamana che viene dal cyberspazio

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Lo spazio interiore ha bisogno di espandersi, aggiornarsi, correre al fianco del futuro. J. G. Ballard lo sapeva bene. Tanto che che in un articolo del maggio 1962 per “New Worlds”, lo scrittore di “Condominium”, “Crash”, “L’Impero del sole”, “La mostra delle atrocità” e altri visionari libri, raccontava una storiella interessante capitata a uno dei grandi provocatori dell’arte surrealista: Salvador Dalí. Chiamato a Londra, sul finire degli anni ’50, per tenere una conferenza, il creatore della “Persistenza della memoria” si era presentato chiuso in uno scafandro. A un addetto, spedito a controllare il suo strano abito, che gli chiedeva fino a che profondità intendesse spingersi quella sera, rispose: “Fino all’inconscio”. E l’altro, di rimando, commentò: “Ho paura che non potremo scendere tanto”. Passato qualche minuto, dovette estrarre di forza il pittore e designer spagnolo dalla bizzarra camicia di forza. Prima che soffocasse.

Secondo Ballard, Dalí con la sua strana performance aveva tracciato la via. Quella che dovrebbe portare l’uomo moderno a dotarsi di una “tuta interno-spaziale che ancora ci manca”. In altre parole, forse meno letterarie ma più comprensibili, quello che ci serve è un’espansione del mondo interiore capace di stare al passo con l’entusiasmante, travolgente e rapidissima evoluzione tecnologica che stiamo vivendo. E proprio su quella strada si è incamminata Babatwoosh, che qualcuno già definisce con il nome di sciamana digitale.

Finlandese di Mioborg, uno dei distretti di Reykjavik, cresciuta con la grande passione per lo skateboard, attratta da sempre dalle evoluzioni tecnologiche, vissuta per un periodo a Christiania, la città libera creata all’interno di Copenhagen, Babatwoosh ha cominciato presto a fare spazio nella sua vita a una forte sintonia tra tradizioni spirituali e sciamaniche, apparecchiature digitali e fantasmi elettronici. Poi, a 17 anni, è arrivata la rivelazione. Leggendo un libro di Ballard, “A user’s guide top the millennium”, trovato per caso, ha cominciato a capire che solo esplorando il proprio mondo interiore con grande coraggio, serenità e costanza, e portandolo a espandersi, a rimettersi continuamente in gioco e in discussione nel confronto con il progredire della tecnologia, avrebbe trovato una risposta alle molte domande sul senso dell’esistenza. Sul suo ruolo qui-e-ora.

Da allora, e dopo un lungo periodo di ricerca su se stessa, Babatwoosh ha creduto giusto condividere queste sue illuminazioni digitali. Creando performance che stanno al confine tra l’incontro spirituale con il maestro, la riappropriazione di spazi urbani con eventi intrisi di realismo magico, l’esplorazione in pubblico della nuova frontiera della realtà virtuale. Uno di questi appuntamenti è andato in scena nell’ambito di “Varcare la frontiera” che Cizerouno e il collettivo DMAV hanno portato all’interno del Trieste Film Festival, in corso fino al 28 gennaio al Teatro Miela e al Politeama Rossetti. “Upgrade your soul” è il messaggio forte partito dal “Cavò” di via San Rocco, un bellissimo spazio recuperato a eventi artistici nel cuore della città vecchia.

L’incontro con Babatwoosh avviene nella penombra. Avvolta da suoni processati e armonizzati di notifiche digitali, gli stessi che ogni giorno scandiscono le nostre giornate di messaggi, mail, contenuti in arrivo dai social network, seduta su una poltrona con manciate di petali di fiori ai piedi, la sciamana digitale accoglie le persone che vogliono incontrarla con un visore per la realtà virtuale che le nasconde gli occhi e parte del volto. Galleggia tra il cyber spazio e il mistero dell’essere umani, nell’indissolubile dualità tra corpo e mente, anima.

Fasciata da una giacca in raso verde e una gonna lunga, rimane in silenzio a fissare chi si siede di fronte a lei. Impossibile dire che cosa veda oltre la maschera digitale che le copre gli occhi. Certo è che, a Babatwoosh interessa soprattutto esplorare il mondo interiore del suo visitatore. Tanto che, dopo un po’, decide di avvicinarsi a lui. Gli stringe le mani, lo tocca, in qualche caso si spinge ad abbracciarlo, a stringerlo forte. Quasi volesse fargli percepire fisicamente che è riuscita a intercettare la ridda di pensieri passati velocissimi dentro di lui nei pochi minuti di silenzio trascorsi a scrutarsi.

Prima che l’incontro finisca, l’erede del terzo millennio di tutte le sibille, le pizie, le veggenti che hanno attraversato la Storia, pesca da un vassoio un cartoncino. Su un lato è stampata una fotografia di lei stessa all’aria aperta con il visore sul volto. Dietro, scritta a mano, una frase suggerisce la via da percorrere, e da cui partire, per guardarsi dentro. Per iniziare un viaggio di riflessione, di messa in discussione, di conoscenza più approfondita. E, perché no, di cambiamento. Una sfida che sta a metà strada dal “Conosci te stesso” di socratica, e apollinea, memoria e il risveglio dell’uomo dal suo sonno ipnotico che proponeva Georges Gurdjieff.

Babatwoosh non chiede ai suoi “devoti” di credere in nulla. Lascia che ognuno legga la sua performance come meglio crede. Si può entrare ridendo di lei e andarsene con lo stesso atteggiamento. Oppure lasciare che questa misteriosa, bellissima ragazza diventi per pochi istanti la reincarnazione della tante “lingue profetiche” che hanno suggerito agli uomini come si può provare a cambiare se stessi. Senza per questo affiliarsi a una religione. Oggi, il messaggio della sciamana digitale, in più, contiene un messaggio forte e quasi ultimativo. Dice che se non non saremo capaci di espandere il nostro spazio interiore utilizzando le tecnologie sempre più avanzate, portandole al centro del nostro orizzonte, saranno le stesse tecnologie a impossessarsi di noi. A toglierci la libertà, a renderci schiavi. Rischiando di soffocare, proprio come Salvador Dalí dentro il suo improbabile scafandro con cui voleva scendere fino all’inconscio.

Ecco, troppo spesso l’Italia, tante città come Trieste, si aggrovigliano nel dibattito su quali eventi culturali possano affascinare, attirare, coinvolgere gli spettatori del nostro tempo. Trieste Film Festival è lì a dimostrare che c’è chi ha già imboccato la strada giusta. Nei primi due giorni, la rassegna si è tolta la soddisfazione di servire su un piatto d’argento ai suoi spettatori la riscoperta di “One plus one- Sympathy for the Devil” di Jean Luc Godard, forse il film più folle e geniale per provare a rileggere il mito traballante del Sessantotto. Ma anche un documentario come “Hansa Studios”, firmato da Mike Christie e prodotto da Sky Arte: fantastico viaggio nella Berlino di “quando c’era il Muro” dove prese forma il meglio della musica contemporanea, da “Heroes” di David Bowie a “Achtung Baby” degli U2. E in più, come già raccontato, la performance di Babatwoosh, artistica esplorazione di uno spazio interiore illuminato dai suoni e dalle suggestioni del mondo virtuale.

Immagini del futuro, presente  passato, per esplorare tempo, memoria e spazio interiore.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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