• 22/01/2018

Matteo Trevisani, Roma ha un cuore magico

Matteo Trevisani, Roma ha un cuore magico

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Roma non è quella dei maiali che grufolano tra i rifiuti. E non è nemmeno la città delle beghe politiche sterili e infinite, del malaffare impunito, dei disperati che dormono alla Stazione Termini. No, c’è un cuore magico che batte sotto quella corazza di degrado e abbandono. Un’anima antica che si è dovuta nascondere. Rifugiare nelle case più nobili a appartate, nei templi antichi, nei luoghi di culto misteriosi, nei musei meno frequentati. In quel reticolo di passaggi nascosti, catacombe, rovine sotterranee, che nessuno va più a vedere.

Quella è la Roma che ama Matteo Trevisani. Nato a San Benedetto del Tronto, redattore della rivista “Nuovi Argomenti”, da sempre convinto che un giorno avrebbe scritto un libro, debutta adesso da narratore. E “Libro dei fulmini”, pubblicato dalla casa editrice Atlantide (pagg. 171, euro 20) non è certo un romanzo come tanti. Anzi, fin dalle primissime righe prende le distanze da gran parte dei volumi che si trovano di questi tempi nelle librerie. Non racconta, infatti, una storia poliziesca, non basa tutta la sua trama sui tormenti d’amore, non si lancia in invettive politiche o in denunce di tipo sociologico.

No, “Libro dei fulmini” è una sorta di viaggio iniziatico. Tanto che lo scrittore ha deciso di dare in prestito al protagonista il suo nome e cognome. Il Matteo Trevisani al centro della storia è un trentenne redattore di una casa editrice che si trova, all’improvviso, coinvolto in una serie di enigmatiche vicende. Un giorno riceve sul telefono un messaggio in cui un anonimo amico lo invita a un appuntamento per la sera seguente al Tabularium, la magnifica terrazza che dà sui Fori Imperiali. E lì, al posto di trovare qualcuno che l’aspetta, assiste a uno strano rito che si svolge un po’ più in là, sotto le colonne del tempio dei Càstori. Tre fiaccole tenute in mano da altrettante figure vestite di bianco cominciano a ruotare attorno a qualcosa. Senza che lui riesca a capire molto di più.

La storia si complica quando Matteo Trevisani scopre che quel rito è legato a un’antichissima credenza che turbava i sogni di Roma imperiale. Si pensava, infatti, che i fulmini fossero scagliati da Summano, una divinità infernale, che presiedeva ai fenomeni atmosferici della notte. Ogni volta che una saetta colpiva terra, lì si apriva un varco di comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Per impedire che le tenebre si insinuassero dentro la luce, per riportare un ordine più razionale, si usava mettere in scena un rito di riparazione. Tutto ciò che era stato centrato dal fulmine veniva sepolto sotto terra. E sigillato con una pesante lastra di pietra su cui stava scritto FCS, ovvero Fulgor Conditum Summaniuim. Qui è stato seppellito un fulmine di Summano.

Per celebrare il rito, a Roma veniva convocato un pontifex. Ovvero il sacerdote che sapeva gettare un ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Al Matteo Trevisani del romanzo spetta proprio quel compito lì: deve fermare l’avanzata dell’oscurità. Potendo contare soltanto sulla sterminata conoscenza in campo esoterico di Angelo Mulino, suo vecchio professore di Filosofia che abita vicino a Campo de’ Fiori, dove morì sul rogo Giordano Bruno da Nola accusato di eresia. E quando al Museo delle Terme di Diocleziano conosce Silvia, con le inizia delle interminabili, sciamaniche maratone di sesso durante le quali riesce a entrare in una dimensione parallela. Proiettato dentro una foresta sconosciuta con un bambino al fianco, che ha la funzione dello spirito guida.

“L’anno della mia morte era iniziato bene”: partendo da questo incipit, dal fascino oscuro, Matteo Trevisani dovrà attraversare una Roma sospesa tra un presente caotico e un passato intriso di conoscenze occulte. Portando il lettore a muoversi tra chiese dimenticate e rovine dalla bellezza dimenticata, in una realtà che tende a sfaldarsi. Che lascia intravvedere altri scenari, altri segreti. Che spalanca un varco sul mistero della vita e della morte.

Niente è come appare, nel “Libro dei fulmini”. E Matteo Trevisani, che si destreggia con grande disinvoltura tra suggestioni esoteriche e credenze occulte, sa costruire una storia affascinante e tenebrosa. Con uno stile preciso, scarno, eppure disposto a lasciare spazio a improvvise folgorazioni. Come quando racconta della vecchia sciamana che legge al protagonista alcuni passaggi del “Bardo Thodol”, il libro tibetano che accompagna l’anima di ogni uomo ad accettare la morte come la più logica prosecuzione della vita. La voce narrante, il senso segreto delle parole porteranno il protagonista a fluttuare in un territorio sospeso tra la coscienza e l’incoscienza. Perché solo lì potrà trovare le risposte al mistero di vivere.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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