• 13/03/2018

Tracey Thorn: balla, pensa e ribellati

Tracey Thorn: balla, pensa e ribellati

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Tracey Thorn non è mai stata una “girlie girl”. Una di quelle popstar infiocchettate, normalizzate, in perfetta e passiva sintonia con i riti, i birignao dello star system. No, l’ex cantante degli Everything But The Girl ha sempre puntato sulla qualità dei suoni e sulla sua voce bellissima. Una voce dal tono profondo e carezzevole, capace di arrampicarsi sulle melodie jazzate della band che aveva fondato insieme al chitarrista, dj, produttore e compagno di vita Ben Watt, con cui ha messo al mondo tre figli, ma anche sui ritmi di grandi artisti che l’hanno voluta nei loro dischi: dai Massive Attack agli Style Council. Una voce che ha regalato canzoni indimenticabili come “Missing e “The future of the future”.

E se vogliamo dirla tutta, l’ex Marine Girl non ha mai voluto imporsi sulla palcoscenico della musica come se sfornare dischi equivalesse a cucinare padellate di popcorn. Anzi, chiuso il capitolo Everything But The Girl (che prendeva nome da un negozio di arredamenti di Hull, capace di fornire tutto il necessario per la cameretta della figlia, eccetto la ragazza) praticamente all’inizio del terzo millennio, si è dovuto aspettare fino al 2007 per poter ascoltare il primo progetto da solista di Tracey Thorn. A “Out of the woods” sono seguiti soltanto “Love and its opposite” nel 2010 e “Tinsel and light” due anni più tardi. Ma quest’ultimo era soltanto un omaggio natalizio ai suoi fan.

Adesso, finalmente, Tracey Thorn ha deciso di interrompere un silenzio che durava da troppo tempo. Con un disco fatto modo suo. E sì, perché “Record”, inciso per Unmade Road Ltd, non sta lì a inondare l’ascoltatore di musica. Si limita a regalare nove brani, per 36 minuti di suoni creati e curati insieme a Ewan Pearson, Jenny Lee Lindberg e a Stella Mozgama delle Warpaint, nemmeno un secondo di più, puntando su una formula che alla cantante di Brookmans Park riesce molto bene. Una formula che si potrebbe sintetizzare in tre parole: balla, pensa e ribellati.

La stessa Tracey Thorn ha definito le canzoni “nove bombe femministe”. E, ad ascoltare bene, queste schegge di musica hanno dentro di loro la forza dirompente del ritmo e la rabbia incandescente di chi sa scrivere testi guardando la vita dritta negli occhi. Si parte da un’elettronica “Queen”, che fa tornare alla memoria certi pezzi dei New Order: racconta una donna molto simile alla cantante ritratta, in stile Andy Warhol, sulla copertina di “Record”. Forte e fragile, determinata e piena di dubbi, pronta a difendere se stessa e i propri figli dall’invasione dei pettegoli. Ma è nella sognante “Air”, dove duetta con Shura, che la musicista mette in chiaro il suo essersi sentita sempre lontana dal mondo di quelli che adorano le “girlie girl”. Le super donne sempre perfette, molto finte e altrettanto sole.

E se “Guitar” è ancora un perfetto, danzabile, omaggio agli anni Ottanta, e “Smoke” avanza sinuosa e malinconica, come un doloroso canto d’amore per Londra (“London you in my blood”) che diventa subito uno sguardo lucido e tagliente sulla realtà (“But I feel you going wrong”), il pezzo capolavoro arriva alla traccia numero cinque. “Sister” si fa accompagnare dalle ipnotiche trame elettroniche di Stella Mozgama e dal controcanto da brividi di Corinne Bailey Rae. Spara in faccia all’ascoltatore tutta la sua forza ribelle: “I’m a mother, I’m a sister and I fight like a girl”. Dove diventa evidente che Tracey Thorn invita le donne non a rinunciare al proprio ruolo di madri e sorelle, ma a prepararsi a combattere con coraggio una lunga battaglia contro i soprusi, le violenze, la mancanza di rispetto.

Capaci di creare complesse atmosfere, e perfetto palcoscenico per la voce sempre pronta a mutare e sorprendere di Tracey Thorn, sono la suadente “Go”, con quel bellissimo finale in crescendo contrappuntato da un suono d’organo in dissolvenza, e “Face”. Alla travolgente “Babies”, che racconta le difficoltà della maternità, e alla finale “Dancefloor”, dove la momentanea fuga dalla realtà è affidata al suono ipnotico di ritmi danzabili e a “some drinks inside me”, spetta il compito di chiudere questo album.

Un disco da ascoltare e riascoltare. Da coccolare e non dimenticare. Un gioiello dove il pop elettronico si mette al servizio di una scrittura femminile poetica e nervosa, profonda e battagliera. Anche perché, conoscendo la strategia di Tracey Thorn, ce lo dovremo far bastare per un bel po’ di tempo.

E per chi volesse, invece, continuare a seguire i ragionamenti sulla società, e su come dovrebbe cambiare il mondo, di Tracey Thorn, basta andare a cercare gli articoli che la musicista scrive ogni settimana per il magazine britannico “New Statesman”. Puntuali schiaffoni in guanti bianchi.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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