• 17/03/2018

Sally Rooney: “Quanto politico è il mio parlare d’amore”

Sally Rooney: “Quanto politico è il mio parlare d’amore”

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Per capire il presente, come cambia la realtà, quali pulsioni covano sotto un’apparente calma piatta, serve più un narratore di cento saggisti. Uno scrittore bravo, s’intende. Uno come Sally Rooney, che per parlare del divario tra rocchi e poveri, della crisi mortale del capitalismo, della sparizione dall’orizzonte di un futuro, ha scelto di mettere assieme un romanzo apparentemente facile. Perché costruito sulle scaramucce amorose tra la bisessuale Frances, l’omosessuale Bobbi, la scrittrice benestante e affermata Melissa e il suo bellissimo marito attore Nick.

Non a caso “Parlarne tra amici”, tradotto da Maurizia Balmelli per Einaudi (pagg. 297, euro 20), è diventato non soltanto uno dei romanzi di debutto più lodato e apprezzati degli ultimi anni in giro per il mondo. Ma ha permesso di scoprire una scrittrice irlandese ventisettenne dal talento indiscusso, come la dublinese Sally Rooney, che ha avuto la forza e il coraggio di costruire questo libro, dai dialoghi coinvolgenti e a tratti folgoranti, dopo un lungo percorso di maturazione creativa.

Al centro della storia c’è Frances, una ventunenne dall’indiscusso talento per la scrittura, che dopo la fine della sua storia d’amore con l’amica Bobbi si crede sicura di non avere voglia, per un po’, di farsi coinvolgere in altri scenari sentimentali. Fino a quando conosce Nick, e attore dalla bellezza folgorante, insicuro al tempo stesso coinvolgente, sposato con Melissa, che inizia a tessere con lei una schermaglia amorosa affidata alla gelida precisione dei messaggi mandati via mail.

Al tempo stesso, Bobbi cerca, con tutta la sua forza seduttiva, e la sua apparentemente incrollabile convinzione in se stessa, di fare breccia nel cuore di Melissa. Senza rendersi conto, o meglio rifiutandosi di vedere, che Frances sta lentamente scivolando dentro una storia che avrebbe sempre escluso di voler sperimentare. Ovvero, un erotico, complicato, deludente eppure irrinunciabile, tira e molla con lo sposatissimo Nick.

Ma dietro questo scenario così ingarbugliato e umano sta la complicata realtà di un presente dove il divario tra ricchi (Melissa e Nick) e poveri (Frances e Bobbi) si sta ingigantendo sempre più. Dove la generazione web prova ad aggrapparsi al sogno che sia possibile accelerare, con una spallata, il crollo del capitalismo. Per inventare un altro modello si società: più umano, più attento ai sentimenti e meno aggrappato alle oscillazioni dei mercati valutari. Mentre adesso c’è chi blatera di altruismo e solidarietà con un bicchiere di vino tra le mani, comodamente seduto nel salotto di casa, senza accorgersi che c’è chi, come il papà di Frances, vive quasi come un barbone. E fa fatica a passare quei pochi soldi mensili che le permetterebbero di non dover tirare la cinghia oltre un certo limite.

“Quando ho scritto il mio libro mi interessava approfondire le varie forme di comunicazione tra le persone – spiega Sally Rooney, invitata a Roma nell’ambito del Festival Libri Come, che è arrivato all’Auditorium Parco della Musica alla nona edizione con la cura di Marino Sinibaldi, Michele De Mieri e Rosa Polacco -. E vedere come può interagire la lingua scritta con quella parlata. Per esempio, volevo mettere in evidenza come la protagonista Frances, che è una scrittrice, riesce a far convivere la propria voce letteraria con quella che utilizza per comunicare con gli altri. Attraverso le mail che spedisce a Nick, a Bobbi, gli unici suoi testi che in realtà leggiamo, visto che le poesie non entrano mai nella cornice del romanzo. Da lì sono arrivata ad accorgermi che lei, ma anche Melissa, si trovano molto più a loro agio quando scrivono che non quando parlano. Perché dominano bene le parole, le possono usare come uno strumento di potere nei rapporti interpersonali. Anche se, a un certo punto, perfino chi maneggia la scrittura con tanta disinvoltura si trova a non riuscire più a padroneggiarla come vorrebbe”,

C’è un messaggio politico forte nel libro, che mette a confronto una coppia decisamente benestante e una del tutto ai margini della società capitalista?

“Il mio libro parla soprattutto della vita intima delle due coppie di personaggi e non della loro attività politica. Ma viene da chiedersi: qual è il confine tra la nostra identità personale e quella politica? Frances e Bobbi appartengono a una generazione convinta che il capitalismo ha fallito. In Irlanda di sicuro, ma penso anche in Italia, vista la fatica che devono fare i giovani per laurearsi ed entrare, poi, nel mondo del lavoro. L’incontro delle due ragazze con una coppia che non ha problemi economici si rivela, comunque, per loro importante. Perché capiscono, pur senza farsi troppe illusioni, che c’è pur sempre un’alternativa alla loro situazione. Quindi posso dire che ho cercato di mettere a fuoco i problemi della precarietà, dell’insicurezza economica, anche se, essendo questo il mio primo romanzo, l’ho fatto filtrandoli attraverso la lente dei rapporti interpersonali”.

Ha scritto il romanzo in tre mesi. Ma quanta strada ha fatto per arrivare fin lì?

“Ho iniziato a scrivere, con grande intensità, quand’ero adolescente. Concentrandomi proprio sull’idea di arrivare al romanzo. Quando avevo 15 anni ci sono andata vicina. Ma, in realtà, sono arrivata a ‘Parlarne tra amici’ dopo una lunga serie di fallimenti. Perché essendo prima una lettrice che una scrittrice, non potevo certo accontentarmi di prove interlocutorie che non fossero anche solo lontanamente degne di un lavoro che ho sempre ammirato. Non mi sono mai scoraggiata, dal momento che ero e sono convinta che soltanto alla fine di un lungo percorso si può arrivare a un risultato soddisfacente. Un libro ben costruito, infatti, ha bisogno di trovare un giusto equilibrio spazio-temporale, una sua lingua, dei personaggi che vivono tra le pagine”.

Ma aveva già ben chiara in testa la storia?

“Posso essere sincera? No, non sapevo bene come si sarebbero annodati i vari fili che compongono la trama. Mi sono trovata a cancellare parecchie pagine già scritte. A volte arrivavo a cinque-seimila parole, poi mi rendevo conto di avere scelto il bivio sbagliato e ritornavo indietro. Cancellavo tutto. Riscrivevo. Insomma, voglio dire che non mi sono svegliata un giorno e ho scritto il libro”.

Ha curato moltissimo i dialoghi, uno dei punti di forza del suo libro…

“Prima di tutto ho cercato di conoscere bene i personaggi che volevo raccontare. E quando ho pensato di averli messi a fuoco, li ho portati con la fantasia dentro una stanza. Ho immaginato le loro interazioni, che cosa si sarebbero detti, che cosa avrebbe risposto uno all’altro. È stata la fase più bella del lavoro: stare lì ad ascoltare quello che avrebbero detto e poi riportarlo sulla pagina”.

James Joyce è ancora presente nell’orizzonte dei giovani scrittori irlandesi?

“Per me, assolutamente sì. Io amo Joyce. Rispetto al periodo del modernismo, che era quello in cui viveva, lui è stato un vero democratico. non ha seguito le mode, provava un grande rispetto per la gente comune. Non era capace soltanto di costruire una prosa eccellente, ma aveva un’anima. E se penso a lui, sento di avere il permesso di cercare la mia via alla letteratura”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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