• 18/04/2018

Annie Ernaux, così rivive una madre. A parole

Annie Ernaux, così rivive una madre. A parole

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Una madre ha ben poco da spartire con la letteratura. Perché non ha una storia, non produce spunti narrativi. Non fa galoppare la fantasia. C’è, c’è sempre stata, e basta. Eppure, Annie Ernaux, quando sua mamma ha chiuso gli occhi per sempre un lunedì 7 aprile di qualche anno fa, ha capito che soltanto scrivendo, fissando sulla carta frammenti della sua vita, sarebbe stata capace di abbozzare e conservare un’immagine della donna, che si stava inabissando rapidamente nei ricordi. Ha scoperto, insomma, che le parole avrebbero trovato la forza di andare oltre i luoghi comuni. Tracciando un ritratto sospeso tra la vita familiare e quella sociale, tra il mito e la storia.

E allora lei, la scrittrice capace di scavare con metodica, implacabile coraggio nel proprio passato in libri straordinari come “L’altra figlia”, “Memoria di ragazza”, “Il posto” e “Gli anni”, premiato nel 2016 con lo Strega europeo, è partita da un appunto scritto subito dopo la scomparsa della madre: “È morta lunedì 7 aprile nella casa di riposo dell’ospedale di Pontoise, dove l’avevo portata due anni fa. Al telefono l’infermiere ha detto: ‘Sua madre si è spenta questa mattina, dopo aver fatto colazione’. Erano circa le dieci”. Da lì, lentamente, senza enfasi e senza farsi trascinare da troppo facili sentimenti di malinconia e assenza, Annie Ernaux è andata indietro con la memoria. Ha ricostruito l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza, l’incontro con il marito, il desiderio di costruire una famiglia, di avere dei figli.

Ha preso forma così, con uno stile lineare e mai fuori controllo, ma al tempo spesso capace di emozionare proprio per la sua convinta voglia di “restare al di sotto della letteratura”, “Una donna”. Un romanzo, un libro di ricordi, uno straziante faccia a faccia tra due mondi femminili. Un piccolo gioiello tradotto da Lorenzo Flabbi per L’Orma (pagg. 99, euro 13), una delle case editrici italiane che sta selezionando i migliori libri che arrivano sul nostro mercato da un po’ di tempo.

Annie Ernaux non ha paura di guardare dentro le specchio della vita. Ma non si lascia conquistare dalla facile verità che “non mi può essere data né dalle foto, né dai ricordi, né dalle testimonianze dei parenti”. No, lei sa che uno scrittore, se vuole mettere le mani dentro il magma incandescente del proprio essere nel riflesso di chi ti è stato accanto, deve raccontare i fatti con implacabile precisione. Deve ricostruire il percorso di chi avanza in palcoscenico fino a trovarsi sotto le luci della ribalta senza sentirsi mai soddisfatto del risultato ottenuto. Perché è proprio lì, nella penombra del non detto, nei dettagli persi di vista, nelle parole ascoltate distrattamente, che forse si trovano le tessere per ricostruire un mosaico umano delicato e forte.

Annie Ernaux parte dai luoghi, dalle persone, dal “milieu” come avrebbe scritto Hyppolite Taine. Punta gli occhi su Yvetot, una cittadina fredda su un altopiano ventoso tra Rouen e Le Havre, inserita in una regione completamente agricola in mano ai grandi proprietari terrieri. Prova a immaginare la casa dove è nata sua madre. Dove il nonno, carrettiere in una fattoria, e la nonna, sartina a domicilio, erano andati a vivere pochi anni dopo il matrimonio. Un edificio modesto, basso, con un cortile, dall’altro lato della ferrovia, in una zona periferica e rurale dai confini indefiniti. Lì, tra un anonimo bar e i campi coltivati a colza, nel 1906 inizia la storia di sua madre.

Quarta di sei figli, rimasta a Yvetot per tre quarti della sua esistenza, ha continuato a precisare senza mai stancarsi: “Non sono nata in campagna”. Perché lei, passata per il lavoro da operaia, aveva fatto l’impossibile per affrancarsi da una vita di oscura provinciale avviando un’attività commerciale: uno spaccio alimentare con bar annesso. E non importa che la sua bottega fosse porta a porta con la casa dove viveva dopo essersi sposata: perché il lavoro veniva sempre per primo, ma mai avrebbe trascurato il suo ruolo di madre. Pur senza essere una gran cuoca, pur faticando a cucire i bottoni, a rassettare le stanze.

Mentre insegue l’immagine di quella donna, di sua madre, ad Annie Ernaux non importa più che la sua memoria le detti brandelli di giudizio come “era violenta”, “era una donna che bruciava tutto”. Perché, nelle pagine di “Una donna”, non è più la figlia che riannoda i fili di quella personalità forte, battagliera, mai doma, ma la scrittrice. Un tramite, insomma, tra la realtà e la realissima finzione letteraria. Ed è così che riprendono vita gli anni bui della crisi economica, il terrore vissuto per l’occupazione nazista, il desiderio poi di non vivere di ricordi, belli o brutti che siano. Perché “il passato è passato, bisogna andare avanti”. E perché un giorno, appostato in agguato in un momento uguale a tanti altri, sarebbe arrivato quell’oscuro richiamo verso l’oblio. L’Alzheimer, la demenza senile. Il vorticoso gorgo che si porta via il tuo cervello e ti fa vivere senza permetterti più di aggrapparti a quella dignità che era più di una bandiera.

Annie Ernaux lo sa bene: era necessario che sua madre diventasse memoria perché lei si sentissi meno sola. Meno abbandonata in quel mondo fasullo di parole e di idee che lei stessa desiderava per la figlia. Sognando un futuro che la portasse fuori dal perimetro angusto del commercio, della sopravvivenza quotidiana spaccandosi la schiena a forza di lavorare. Ma, come diceva Italo Svevo, questo romanzo doveva prendere forma perché, quando si piange sui morti, in realtà si piange su se stessi. E allora, i gesti delle mani della madre che ritornano tra le pagine, la sua maniera di ridere e camminare, compiono un piccolo miracolo: riescono a unire l’immagine della scrittrice, “della donna che sono”, alla bambina che è stata.

Però, come nelle trasformazioni alchemiche, la scomparsa definitivo della voce della madre nel fluire della narrazione, in questo libro, porta a una necessaria, dolorosa presa di coscienza. Annie Ernaux lo sa e lo scrive nelle ultime due righe: “Ho perso il legame con il mondo da cui provengo”. Come dire che il saper fare i conti, onestamente, con il proprio passato richiede un grande coraggio.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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