• 25/05/2018

Premio Campiello, la letteratura muore? Intanto ecco i finalisti

Premio Campiello, la letteratura muore? Intanto ecco i finalisti

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La letteratura sta morendo. Anzi no, forse deve solo trovare il coraggio di ribellarsi alla filosofia mercantile che ormai si è impossessata dalla maggior parte degli editori. Anzi, ancora meglio, è indispensabile che trovi in sé quella forza di esorcizzare il pensiero più molesto, quello della morte, raccontando storie. Il messaggio chiaro e forte arriva dalla giuria del Premio Campiello numero 56 che, riunita al Palazzo del Bo di Padova sotto la presidenza del magistrato Carlo Nordio, nonostante le molte perplessità e lamentazioni sullo stato di salute della narrativa italiana contemporanea, alla fine ha scelto una cinquina di libri finalisti per l’edizione 2018 che, tutto sommato, dimostra una certa vitalità creativa in uno scenario editoriale che non sa più fare selezione. Che infesta le librerie con tonnellate di carta destinata a sparire in fretta.

Cinque libri, cinque scrittori. Cinque mondi narrativi diversissimi. Quella che ha incassato più voti, per l’esattezza nove e che si presenterà alla serata finale del Premio Campiello il 15 settembre al Teatro La Fenice di Venezia come la favorita d’obbligo, è Helena Janeczek con “La ragazza con la Leica”, pubblicato da Guanda. Si muove sul filo della Storia ricostruendo la breve vita di Gerda Taro, la prima fotografa caduta su un campo di battaglia, nella guerra di Spagna il primo agosto del 1937. Per tanti resterà un simbolo dell’antifascismo e del coraggio di documentare la realtà stando in prima fila. Per il grande fotografo americano Robert Capa, invece, rimarrà soprattutto il ricordo di una donna splendida, con cui ha trascorso momenti indimenticabili. Un raggio di luce transitato troppo in fretta, a cui lui stesso aveva insegnato a scoprire tutti i trucchi della Leica, mitica macchina fotografica che lei sapeva maneggiare con grande visionarietà e libertà.

Tra l’altro, Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera da una famiglia di origine ebrea polacca, è entrata anche nella dozzina dei libri selezionati per il Premio Strega. E potrebbe trovare posto nella cinquina dei finalisti, a meno che a Casa Bellonci non pensino che l’ingresso tra i papabili al Campiello sia già un bel traguardo per quello che viene riconosciuto come uno dei migliori romanzi di quest’annata letteraria.

A sei voti si è fermato Ermanno Cavazzoni, lo scrittore del “Poema dei lunatici” che aveva suggestionato perfino Federico Fellini ai tempi del film “La voce della luna”. Nel suo “La galassia dei dementi”, pubblicato da La nave di Teseo, lo scrittore di Reggio Emilia costruisce una sorta di romanzo distopico ambientato in un futuro dai confini incerti. Un Far West che si allunga nei paesaggi della pianura, dominati da improvvise invasioni della nebbia o da giornate assolatissime, dove attorno all’anno Seimila avviene una Grande Devastazione. Gli uomini sono quasi spariti, ma nel sottosuolo alcuni sistemi industriali continuano a produrre robot intelligenti. Imponendo una larvata dittatura tecnologica agli uomini obesi e incapaci di sottrarsi a un pigro lassismo.

Sempre a sei voti si è fermato Davide Orecchio, lo scrittore  e giornalistache vive e lavora a Roma. E che ha costruito il suo “Mio padre la rivoluzione”, pubblicato da minimum fax, con una grande felicità narrativa. Nel libro, infatti, la rivoluzione d’Ottobre è ricostruita con un piglio del tutto creativo. Vite che si sovrappongono, in una girandola di racconti, biografie immaginarie, ricostruzioni storiche possibili ma non veritiere, ipotesi azzardate su come sarebbe cambiata la Storia se alcuni dei suoi protagonisti avessero trovato il coraggio di rompere gli schemi.

Più complicato l’ingresso nella cinquina per Francesca Targhetta. Lo scrittore di Treviso, infatti, ha dovuto aspettare la terza votazione per assicurarsi i sei voti utili che gli hanno dato l’accesso alla finale al Campiello. Il suo romanzo “Le vite potenziali”, pubblicato da Mondadori, è costruito sui tre visioni del mondo difformi. Tre vite che si intrecciano nelle giornate trascorse alla Albecom, l’azienda informatica che ha sede alla periferia di Marghera. Il fondatore di quella realtà produttiva è Alberto, molto apprezzato assemblatore di mobili Ikea, che arruola subito l’amico Luciano, come lui appassionatissimo di sistemi informatici e di navigazioni in rete fin dai tempi del liceo. A completare il triangolo è Giorgio, abilissimo nel procacciare nuovi clienti. Uno, per capirci, che tiene nel cruscotto della macchina una copia de “L’arte della guerra” di Sun Tzu.

Infine, Rosella Postorino. La scrittrice de “La stanza di sopra”, “Il corpo docile”, ha faticato non poco per trovare il suo biglietto d’accesso alla finale del Campiello. Anche se “Le assaggiatrici”, pubblicato da Feltrinelli, era dato tra i favoritissimo già da mesi, ha raccolto i suoi sei voti obbligati in un serrato ballottaggio con Gian Mario Villalta e Giorgio Falco,, rimasti esclusi per un paio di preferenze. Quella che racconta, in un libro che ha diviso la critica tra estimatori e detrattori, è la storia di Rosa Sauer, e di altre ragazze come lei, che accetta di diventare una delle ragazze obbligate ad assaggiare i pasti cucinati per Adolf Hitler, ed evitargli quindi la morte per avvelenamento, spinta dalla fame e della paura. Ma fino a dove è lecito spingersi per sopravvivere? Per difendere se stessi, la propria vita?

A un romanzo a metà tra il libro di formazione, il memoir e l’affresco storico è andato il Campiello Opera Prima. L’ha vinto, infatti,  “Gli 80 di Campo Rammaglia” di Valerio Valentini, pubblicato da Laterza.

Da segnalare che quest’anno, dopo molto tempo, la Giuria dei letterati del Campiello ha deciso di tenere fede nuovamente al proprio none. Lasciando che tra i dieci componenti resistessero soltanto due non docenti, o comunque studiosi, di letteratura: il professore musicista Roberto Vecchioni e il critico d’arte Philippe Daverio. E proprio all’interno di questa compatta schiera di super esperti si è acceso un dibattito articolato, approfondito, allarmante ma anche intelligente, sul presente e sul futuro della letteratura. Troppo avari di sperimentalismi, troppo appiattita su un linguaggio accattivante ma quasi mai “alto”, gli scrittori italiani del terzo millennio. Troppo ripiegata sulla tentazione dell’auto fiction, che rischia di diventare una sorta di alter ego della dilagante mania dei selfie per la narrativa di casa nostra. Come dire: signori autori, smettetela di guardarvi l’ombelico. E osate di più.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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