• 26/06/2018

Selene Calloni Williams: “Viviamo sotto ipnosi, ma possiamo svegliarci”.

Selene Calloni Williams: “Viviamo sotto ipnosi, ma possiamo svegliarci”.

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Siamo sonnambuli e non lo sappiamo. Viviamo in uno stato di ipnosi, sfruttiamo la nostra Terra in nome del progresso fino a spingerla sul baratro della distruzione, mangiamo schifezze convinti che questo sia divertente, moderno. E abbiamo perso di vista da troppo tempo il senso vero di essere qui-e-ora. Il significato simbolico del nostro esistere. In un mondo che si illude di cambiare le cose con movimenti di massa capaci solo di produrre illusorie rivoluzioni, destinate a soffocare nella violenza.

Questo non vuol dire che non c’è più speranza. Anzi, molti pensatori, molti filosofi e mistici, sono convinti che la vera sfida inizia proprio adesso. Non dalle masse, ma dalle persone singole. Come sostiene Selene Calloni Williams nei suoi libri più recenti. In particolare ne “Lo zen e l’arte della ribellione”, pubblicato dalle Edizioni Studio Tesi (pagg. 155, euro 16,50), che hanno mandato da poco nelle librerie anche “Il cibo del risveglio” (pagg. 173, euro 12,50).

Instancabile scrittrice e documentarista, Selene Calloni Williams ha compiuto un lungo percorso dio risveglio spirituale. In Svizzera ha creato l’Istituto di Nonterapia che gestisce la scuola di counseling immaginale e yoga sciamanico, e Voyages Illumination, che organizza viaggi negli ultimi paradisi naturali del nostro pianeta. Allieva di un maesto illuminato come Michael Williams, in contatto continuo con sciamani e spiritualisti, è stata allieva di uno delle più interessanti figure del nostro tempo: James Hillman, psicoanalista di scuola junghiana, autore di un capolavoro come “Il codice dell’anima”, al quale ha dedicato il volume “Il cammino del fare anima e l’ecologia profonda” (pagg. 175, euro 17,50).

Instancabile centro di gravità di seminari, incontri, conferenze, eventi, Selene Calloni Williams è stata protagonista a Siracusa di una tre giorni organizzata dall’Atelier Love Project insieme alla Casa del Libro, con il coordinamento di Giampiero Ignaccolo. Dove ha messo in evidenza lo stato di ipnosi di cui è prigioniero l’uomo moderno, incapace di riconoscere i simboli che governano la sua vita, ma ha anche dato spazio a tecniche di risveglio profondo come il respiro di fuoco o lo yoga del colophon.

“La ribellione che sfocia nella rivoluzione ha a che fare con la politica. Con le masse, che spesso trasformano la loro giusta rivolta in una deriva violenta – spiega Selene Calloni Williams -. E spesso non cambia nulla. Quella di cui parlo io, invece, è una ribellione intesa come atto zen di una metamorfosi interiore. Di un cambiamento profondo. L’energia che la anima è una forma dell’amore, non certo della contrapposizione ideologica, della violenza”.

Per “Lo zen e l’arte della ribellione” ha scelto la forma narrativa. Ma non è un romanzo?

“Gli sciamani della Siberia, della Mongolia, che conosco bene perché vado da loro due volte l’anno, d’inverno e d’estate, mi hanno insegnato, tra tante altre cose, che la favola è uno strumento per fare sciamanizzazione. Perché la vita è mito. Il mondo è poiesi, creazione dell’anima e, al tempo stesso, poesia. E se è vero che il mito è la base della nostra esperienza, è proprio con la narrazione, con il racconto favolistico, che possiamo deprogrammare le esperienze coatte, ipnotiche, che si ripetono senza senso nel corso della nostra vita. Per aprirci ad altre esperienze”.

E allora come chiamerebbe questo tipo di favola?

“Favola di potere la chiamano gli sciamani degli Altai, delle steppe, della Siberia, della Mongolia. Una struttura narrativa che ci permette di deprogrammare il mito sociale, che crea dolori e sofferenza, per trovare quello naturale, che ci riporta alla libertà, alla realizzazione. Attenzione, però, non si tratta di favole moderne,  quelle che troviamo nei romanzi e nei film. Stiamo parlando di una visualizzazione di miti profondi, di un’esperienza più che di un racconto, che può portare una grande trasformazioni in chi la legge”.

Ma ancora molti sognano di cambiare il mondo con movimenti di massa?

“E sbagliano. Perché il cambiamento parte da ognuno di noi. Iosif Brodskij, il grande poeta vincitore del Nobel per la letteratura, quando ha ricevuto il premio è stato capace di regalare parole meravigliose. Dicendo: Fedor Dostoevskij sosteneva che la bellezza cambierà il mondo, ma forse è troppo tardi. E per la società, per la collettività è davvero troppo tardi. Ma il singolo ce la può fare sempre. Il risveglio, la ricerca della libertà sono affidate a ognuno di noi. Non sono cose che si possono istituzionalizzare o delegare. E quando quell’individuo avrà intrapreso il suo percorso di ribellione zen e liberazione cambierà mondo. Non il mondo. Perché sarà diversa la sua personale visione delle cose”.

Ognuno di noi, ormai, è un “homo consumens”, come lo definiva Zygmunt Bauman. Per ribellarsi a questo status si potrebbe partire dal cibo?

“Il mito del materialismo, dell’oggettività delle cose, ci ha tolto la possibilità di capire che tutto, nel nostro mondo, è simbolo. Mangiare, respirare, fare l’amore, nascere, morire sono atti simbolici. E chi perde di vista, come la nostra società, questa chiave di lettura, rimane vittima del significato simbolico di gesti che facciamo in continuazione. Così, cibarsi è diventato sempre più difficile. Addirittura pericoloso. Perché sembra che una sorta di Impero del Male si diverta a sfornare cibo-spazzatura, allettando le persone con continue, clamorose offerte speciali. Le grandi catene di distribuzione non mettono di certo a basso costo gli alimenti sani, genuini, ma le porcherie”

Il risultato sono obesità, malattie?

“C’è una sorta di epidemia di obesità, basta guardarsi in giro. E l’accumulare peso è la base di una serie di terribili malattie. L’uomo, ormai, mangiando si fa del male. Perché non percepisce più il significato simbolico del cibarsi, che contiene in sé la possibilità di riunificare il visibile e l’invisibile, l’umano e il divino. Se non capisce questo, l’uomo alimenta una nevrosi terribile. Si fa male da solo, perché a ogni pasto potrebbe assumere in sé grandi idee, visioni meravigliose, e non lo fa”.

Le carenze, oggi, si combattono con gli integratori?

“Proprio perché chi mangia così male non riesce ad assimilare il cibo. Non è consapevole di che cosa significhi davvero cibarsi. Traghettare vite dal visibile all’invisibile. Per questo ho scritto il libro ‘Il cibo dell’anima. Vedere l’invisibile’: volevo colmare un vuoto tremendo. Dal momento che tutte le teorie che si occupano di alimentazione fanno riferimento al cibo come a un oggetto materiale, e al corpo come a una macchina che deve semplicemente processare quello che ingoia. Trasformandolo in vitamine, carboidrati. Io ho seguito la via immaginale di James Hillman, di Henry Corbin, che parlano di mundus symbolicus. Per questo, alla fine del mio testo, ci sono delle schede che riportano i diversi alimenti al loro significato simbolico, mitico”.

E quali sono i significati simbolici?

“Prendiamo le fragole Sono le lacrime di Afrodite-Venere che piange il suo amato Adone, ferito a morte da un cinghiale, che la dea non è riuscita a salvare. Se chi mangia conosce il mito, il suo significato simbolico, sa che cibandosi di quel frutto potrà lenire le sue pene d’amore. Allora sì che nutrirsi diventa terapeutico”.

Oggi il cibo spazzatura è legato al concetto di divertimento, di trasgressione?

“A volte mi dicono: lasciati andare, per una volta, e mangia anche tu qualche schifezza. A parte che io non mi diverto affatto a mangiare certe porcherie. Ma il problema è un altro: rinunciare a determinati cibi solo perché fanno male ricorda i falsi mistici che reprimono la propria sessualità, sentendolo come un dovere, e poi si lasciano sopraffare dall’impulso carnale e magari diventano pedofili. Il problema è che se ti cibi solo di alimenti morti, di immondizia, ti riempi di scorie, di tossine. E allora, dov’è il divertimento? Bisogna svegliarsi dall’ipnosi a cui ci sottopone in continuazione il nostro mondo”.

Com’è che ha trovato la strada per riconquistare se stessa?

“Avevo appena finito il liceo. Era morto mio padre e stavo attraversando un momento molto difficile della mia vita. Tanto che adesso penso di poter aiutare gli altri proprio perché io, allora, ho provato una gran quantità di problemi. Mi sono aggrappata, però, al sogno di andare via, lontano. Ho incontrato un gioielliere di Firenze e un imprenditore edile di Caserta che si erano messi assieme per costruire un villaggio turistico nello Sri Lanka. Assumevano gente giovane, pagandola poco, e io ho risposto all’appello. Lì ho incontrato il mio primo, grande maestro, Michael Williams, di cui oggi porto il cognome per una questione di lignaggio iniziatico. Non l’ho sposato, anche se tanti me lo chiedono, non perché non fossi perdutamente innamorata di lui. Ma perché era lui che aveva trasceso ogni rapporto con l’umano, dal momento che era in una relazione piena e meravigliosa con il divino”.

È stato lui a iniziarla?

“Sì, mi ha introdotta allo yoga sciamanico. Poi mi ha portata per un lungo periodo in un eremitaggio nella foresta, o jungle temple, dove c’era il venerabile Gatatera. Dovevo restare lì a meditare un po’, come diceva lui, ma è finita che mi sono fermata per sei anni. Io, però, non ero un morto in vita, come si dice nel Buddhismo Theravada. Non avevo abbandonato la mia identità, i beni, insomma tutto. Ovviamente, non è stato facile: io ero molto giovane, straniera e per di più donna. E lì la figura femminile della monaca è contemplata soltanto nei monasteri, dove indossa la veste rosa. Alla fine mi hanno accettato, vestita di un pezzo di tela, all’origine bianco, poi trasformato in arancione scuro dopo averlo bollito in un intruglio di fiori. Dormivamo in una grotta, anche se io ogni tanto dovevo ritornare al villaggio per controllare se andavano avanti i lavori per cui ero stata assunta”.

Dopo un percorso così lungo e importante, che cosa le resta da fare?

Come diceva Sri Aurobindo, ma anche il mio maestro, le persone spirituali hanno un grande compito: quello di riportare in essere il mito naturale. Di sciogliere l’ipnosi del mito sociale, che crea dolore e sofferenza. Spostare gli equilibri, far capire che al denaro va dato un altro valore. Perché adesso è il perno di una società patricentrica che sfrutta fino all’osso la nostra Madre, la Natura. Senza rendersi conto che, se continuiamo così, tra poco non avremo più risorse. Non avremo più niente. Perché la vita sul nostro pianeta è fortemente minacciata. Io dico che dobbiamo metterci tutti assieme per cambiare le cose. Per promuovere un mutamento di ogni singolo individuo”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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