• 16/06/2018

James Joyce: l’erotismo, la letteratura e l’immortalità dell’anima

James Joyce: l’erotismo, la letteratura e l’immortalità dell’anima

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Non era scritto nella sua storia che diventasse un mistico. Addirittura un santo. Perché James Joyce aveva imparato presto a conoscere i piaceri, e i tormenti, della carne. A capire che c’è tutto un mondo che chiama, con le sue voci suadenti, i colori, gli orizzonti da scoprire, al di là del silenzio delle preghiere. delle meditazioni, dei pensieri più alti. Gli era bastato incontrare una prostituta, quando ancora frequentava il prestigioso Clongowes Wood College, e più tardi il Belvedere College gestito dai gesuiti irlandesi, per capire che le emozioni forti del corpo valevano molto più delle amate speculazioni teologiche di Tommaso d’Aquino. E che lui non era fatto per rispettare le regole, per chiudersi dentro un mondo fatto di obbedienza, scarse distrazioni, disciplina ferrea.

Era cominciata proprio lì, negli anni del college, la trasformazione di James Joyce. Da mistico a peccatore. Da aspirante santo a futuro, geniale agitatore della letteratura novecentesca. Una mutazione dolorosa eppure necessaria, dirompente ma, al tempo stesso, salvifica e intrisa di creatività. Un percorso di vita tutto da raccontare, ma non nel modo tradizionale. Perché di biografie di James Joyce tradizionali ce ne sono già di ottime. Basterà citare una per tutte: “James Joyce. Gli anni di Bloom”, pubblicata da John McCourt nel 2004 con Mondadori. Per non aggrapparsi sempre a un autentico totem editoriale come il “James Joyce” di Richard Elmann, riproposto nel 2014 da Castelvecchi. Mancava, invece, un viaggio grafico nella vita del grande scrittore.

A colmare quel vuoto ci ha pensato Alfonso Zapico, fumettista e illustratore nato a Blimea, nelle Asturie, che nel 2010 ha vinto il Premio Josep Toutain Al Salón Internacional del Cómic di Barcellona. Il suo “James Joyce. Ritratto di un dublinese” arriva adesso anche in Italia, nella traduzione di Giliola Viglietti per 001 Edizioni (pagg. 231, euro 19). E bisogna dire subito che è giusto aspettarsi molto da una biografia disegnata dall’autore di precedenti lavori ottimi come “Café Budapest”, che in Francia due anni fa è stato salutato come un piccolo capolavoro.

Meglio precisare subito che il “James Joyce” di Zapico è un lavoro di grande fascino e forza, in cui i lettori più colti e informati non mancheranno di rilevare qualche errore di lettura e consultazione delle fonti. Ne citeremo uno per tutti, anche perché leggere un’opera così ambiziosa e importante brandendo la penna rossa della ben nota maestrina ci sembra veramente riduttivo: Italo Svevo non è mai stato direttore della Ferriera di Servola, come dice la graphic novel, mentre la sua carriera di industriale si è svolta all’interno della Veneziani, la fabbrica di innovative vernici per navi di proprietà della famiglia di sua moglie Livia.

Zapico segue la vita di Joyce con la cura di un biografo vero. Dagli anni difficili dell’infanzia e dell’adolescenza a Dublino fino al lungo soggiorno a Trieste, all’intervallo italiano a Roma, alla permanenza importantissima per la sua carriera letteraria a Parigi, al lento tramonto a Zurigo. E raccontando la voglia di James di allentare i rapporti con una famiglia claustrofobica, di allontanarsi dalla società cattolica e terribilmente ipocrita dell’Irlanda, per andare incontro a un destino fatto di miseria e grandi sogni, di colossali bevute finite in terribili sbronze e romanzi capaci di scardinare il canone della letteratura del ‘900, l’autore asturiano non dimentica di calare il suo personaggio nei fermenti politici e sociali del suo tempo. Dimostrando come chi ha firmato “Finnegans Wake” e “Ulisse”, pur tenendosi in disparte rispetto ai dirompenti avvenimenti che hanno segnato il suo tempo, non ha mai smesso di partecipare alla realtà. Senza smettere di sognare, progettare, realizzare opere che non potevano non scandalizzare chi leggeva: perché erano avanti anni luce.

Il grande, controverso, intricatissimo amore che ha legato James Joyce a Nora Barnacle (spinta da lui stesso fino al limite del tradimento con il giornalista de “Il Piccolo” Roberto Prezioso, salvo poi vivere l’idea di perderla con un’angoscia inestinguibile), la tragedia della figlia Lucia, incapace di trovare un proprio ruolo nella realtà tanto da perdersi nella follia, i rapporti impossibili con il mondo letterario, con i critici, con gli editori, i terribili dolori agli occhi provocati dal glaucoma, che finiranno per renderlo cieco: c’è tutto in questo Ritratto di un dublinese. Comprese le leggende che lo volevano cocainomane e fondatore del Dadaismo, rivoluzionario bolscevico e amante dell’imperatrice della Cina. Ma anche spia degli austriaci a Dublino, degli inglesi in Austria, del partito irlandese Sinn Fein a Zurigo. E ci sono gli incontri con i grandi del ‘900: Marcel Proust, Ezra Pound perso nelle sue illusioni che il fascismo potesse contenere l’antidoto giusto al capitalismo americano, il giovane Samuel Beckett, un Lenin interessato soltanto alla rivoluzione, il pittore Henri Matisse.

Ma, soprattutto, nelle tavole di Alfonso Zapico c’è l’incrollabile certezza joyciana di dover portare a termine opere letterarie del tutto fuori rotta rispetto alla tradizione del ‘900. Un monumento alla scrittura come “Ulisse”, bersagliato dalla critica e etichettato subito come romanzo osceno, lo strepitoso “Work in progress” che diventerà “Finnegans Wake”, l’opera intraducibile che ha saputo rimodellare il linguaggio romanzesco come fosse magma ribollente. Un progetto costruito nonostante le difficoltà economiche, la voglia di sbronzarsi e di andare a puttane, la difficoltà ad accettare l’idea di avere una famiglia, una moglie e due figli, la volontà ribelle di essere controcorrente, di stupire e scandalizzare. Di provare tutto: perfino a innamorarsi di allieve tropo giovani, di inventarsi un futuro impossibile da cantante, di lanciarsi nel progetto imprenditoriale di gestire prima un cinema e poi un teatro.

Joyce non è mai stato così vivo come nel libro di Zapico, erroretti a parte. Per la sua generosità di far conoscere all’Europa, al mondo, uno scrittore dimenticato come Italo Svevo. Per la sua folle capacità di essere giovane tra i giovani, ribelle tra i ribelli, genio incompreso tra tanti mediocri scrittori del suo tempo. Che oggi ricordiamo a malapena. Per quella capacità di non arrendersi mai alla vita. Pur amandola sopra ogni cosa.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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