• 28/06/2018

Jean Echenoz: “Ho sognato l’incubo Corea del Nord prima di voi”

Jean Echenoz: “Ho sognato l’incubo Corea del Nord prima di voi”

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Per 247 pagine è lecito pensare che Jean Echenoz sia un gran furbo, oltre che un grande scrittore. Perché ha pubblicato un romanzo, in Francia nel 2016 e quest’anno in Italia,raccontando con il piglio della spy story la crisi internazionale legata alla Corea del Nord. E al suo folle dittatore, Kim Jong-un. Ma quando si arriva alle ultime righe del libro, è facile provare un senso di vertigine. Scoprendo che l’autore, nato a Orange  in Francioanel 1947, che ha vinto il Priox Médicis, il Goncourt e l’International Impac Dublin Literary Award, ha messo la parola fine  al suo manoscritto nel luglio del 2015. Quando il Paese asiatico era ancora una nebulosa inesplorata.

Preveggenza o, piuttosto, grande attenzione per una realtà in costante evoluzione? Certo è che Jean Echenoz ha abituato i suoi lettori a sempre nuove sfide. A non accontentarsi mai di storie prevedibili, rassicuranti, tradizionali nella forma e nei contenuti. Perché lui, che fin dall’inizio della sua carriera ha esplorato generi come l’immaginario in “Le Méridien de Greenwich”, il poliziesco in “Cherokee”, l’avventura in “L’équipée Malaise”, e la spy story in “Lac”, si è mosso con coraggio e sensibilità creativa nella direzione di un rinnovamento continuo, personalissimo, della forma romanzo. Destrutturando il ritmo della narrazione, mettendo la trama nel mirino di una strisciante ironia, portando all’interno del racconto punti di vista differenti. In modo da costringere se stesso, e chi lo segue tra le pagine, a non adagiarsi mai. A dover rimettere in discussione sempre quello che sta leggendo.

Funziona così anche “Inviata speciale”, il romanzo tradotto da Federica e Lorenza Di Lella per Adelphi (pagg. 248, euro 18). Dove un’incantevole cantante, famosa per un solo brano di successo, “Excessif”, che in Francia nessuno ricorda più, viene all’improvviso rapita. Al fine di trasformarla in un elemento perturbante, destabilizzante, da inserire nel cuore del folle regime dinastico-marxista che sta trasformando la Corea del Nord in una prigione a cielo aperto. Proprio lì, stranamente, quella canzone dimenticata in Europa è una delle hit più amate. E allora sarà questa donna con il caschetto alla Louise Brooks, caratterizzata da una morbosa svagatezza e indolenza che la fa accettare tutto quello che la vita le propone, senza scomporsi troppo, come certi inetti della letteratura d’inizio ‘900, a trovarsi catapultata in una missione delicata e folle.

E sì, perché Constance sarà un ordigno di seduzione scagliato oltre i reticolati di quel micromondo-galera. Una bomba a rilascio lento lanciata in mezzo a corruttibili funzionari di partito, occhiute spie, guardaspalle imbranati, generali in pensione che non sanno rassegnarsi a uscire di scena quando, per molti anni, sono stati bravissimi a infiltrare elementi sensibili a scopo di spionaggio nei punti di crisi del pianeta.

“Inviata speciale” segna il ritorno di Jean Echenoz al romanzo. Dopo un lungo periodo trascorso a esplorare la forma bio-fiction. Che ha portato lo scrittore francese a smontare e rimontare in forma narrativa tre personaggi emblematici come il compositore Maurice Ravel, il mezzofondista entrato nella leggenda Emil Zátopek e l’inventore Nikola Tesla. Percorso concluso con l’esperimento ibrido di “14”, in perfetto equilibrio tra l’affondo nella Storia e la voglia di fiction. Personalissimo sguardo sulla Prima guerra mondiale, il conflitto che ha cambiato per sempre il corso della modernità.

“Potrei dire che ‘Inviata speciale’ è un ritorno all’inizio del mio lavoro di scrittore, ma anche no – spiega Jean Echenoz, che è stato ospite a Milano del Festival della Milanesiana, ideato e organizzato da Elisabetta Sgarbi -. Un romanzo poliziesco come ‘Cherokee’ e una spy story come ‘Lac’ si basavano, infatti, su una precisa presa di posizione. Volevo costruire delle narrazioni a partire da codici romanzeschi popolari. Mi ripromettevo proprio di fabbricare delle storie usando tutta la strumentazione di quei sottogeneri letterari. Poi mi sono fermato, non mi interessava più quel tipo di esperimento. Mi sono sentito libero di costruire altri libri al di fuori di questa costrizione”.

Però, in parte, “Inviata speciale” è anche un ritorno al passato?

“In un certo senso, posso dire di sì. Perché a partire da un romanzo che si intitolava ‘Au piano’, in italiano uscito da Einaudi come ‘Al pianoforte’, mi sono detto basta con la fiction. Mi sembrava di girare un po’ a vuoto. Da quel momento, anche per puro caso, ho cominciato a interessarmi a delle storie che si basassero su personaggi e situazioni storiche. Così è arrivata la serie delle tre vite narrative di Ravel, Zátopek e Tesla, cui è seguito ’14’ ambientato al tempo della Prima guerra mondiale. A quel punto serviva una nuova svolta. Se scrivere un romanzo diventa troppo facile, visto che è già stato sperimentato tutto, allora è necessario un ritorno alla pura finzione”.

Constance ha solo la sua bellezza come arma, ricorda gli inetti della letteratura d’inizio ‘900. Pensava un po’ a loro, scrivendo?

“No, non avevo modelli particolari in testa. Mi interessava che Constance fosse un personaggio incapace di iniziativa. Duttile, malleabile, passivo, pronta ad adattarsi a situazioni anche spiacevoli, ma al tempo stesso in grado di rovesciarle. E poi, volevo anche che nel suo passato ci fosse una canzone di successo, unica come ‘Excessif’. Anche perché questo brano è legato a un aspetto autobiografico”.

Quale sarebbe?

“Io stesso ho scritto, molti anni fa, il testo di una canzone piuttosto idiota. Che si intitola ‘Excessif’, in italiano ‘Senza limiti’, proprio come quella che porta a un effimero successo Constance”.

Quando scrive si sente un sabotatore tranquillo, come René Magritte?

“Mi piace molto questa definizione. Perché amo sabotare la forma romanzo. Con una precisazione: amo sabotare per amplificare, celebrare, magnificare il romanzo, non per parodiarlo. E la voce che interviene nella storia, con commenti, divagazioni,  messe a fuoco, non è necessariamente quella del narratore. Potrebbe appartenere, infatti, a un testimone delle vicende raccontate. Ogni volta che nel testo compaiono ‘je’, ‘nous’, ‘on’, il terribile ‘si’ personale dei francesi che esprime anche il ‘noi’ , non vuol dire che quei commenti si riferiscono a me. Perché io voglio che si inserisca nella narrazione un altro punto di vista. Un osservatore che permette a chi scrive di stabilire una distanza tra sé e il testo”.

Nel luglio del 2015 lei immaginava già che la Corea del Nord sarebbe diventata una mina vagante?

“In realtà, l’idea del romanzo risale addirittura al 2013. E la situazione, nel frattempo, è molto cambiata. Quando ho iniziato a interessarmi alla Corea del Nord, come scenario per un romanzo, era un Paese opaco, impenetrabile, oscuro. Una strana mescolanza tra monarchia e dittatura dinastica decisamente orribile. Ma c’era un aspetto che mi attirava ancora di più: lo vedevo come un luogo del tutto implausibile. Qualcosa di impossibile eppure senza dubbio reale. Come dire che, ancora una volta, la realtà va ben al di là della finzione. Così, per la prima volta, alla fine del libro ho indicato la data in cui ho concluso il manoscritto. Perché sentivo che la si situazione sarebbe cambiata. E sta ancora mutando”.

Maneggiare la realtà, piegandola all’immaginazione: una bella sfida?

“Affrontare la realtà, arrogandosi la libertà che ha il romanziere di inventare, è molto difficile. Tra tanti libri che ho scritto, il più complicato è stato quello dedicato al compositore Maurice Ravel. Non avevo mai lavorato prima su dati reali, mi mancava l’esperienza. Ignoravo che cosa volesse dire ritagliarsi un margine di creatività narrativa pur senza tradire la realtà dei fatti. In tutti i casi, però, il mio lavoro di scrittura è preceduto da un lungo periodo di documentazione. Sulla Corea credo di avere letto tutto quello che c’era in circolazione. Ho ascoltato conferenze, guardato video, fotografie. Sono andato a spulciare perfino tra i comunicati ufficiali che venivano inviati dai due Paesi del Nord e del Sud”.

In una nota biografica ha detto di avere fatto studi di Chimica organica. È così?

“No, in realtà quella era una nota biografica immaginaria a uso giornalistico. Avevo scritto: ‘Jean Echenoz, nato il 4 agosto del 1946 a Valencienne. Studi di Chimica organica a Lilla. Studi di contrabbasso a Metz. Discreto nuotatore’. Ma non è vero niente”.

Quando ha cominciato a scrivere?

“La voglia di inventare storie risale alla mia infanzia. Però scrivere, in un primo momento, è un verbo intransitivo. Che, a un certo punto, deve diventare transitivo. Perché bisogna affermare: ho voglia di scrivere. E mettere in pratica il proprio desiderio. Chiedendosi anche: che cosa?. Ecco, per me l’oggetto della narrazione si è messo a fuoco quando avevo trent’anni. Ho capito che volevo lavorare sulla forma romanzo. Questa pulsione a scrivere, se guardiamo bene, assomiglia molto a quella di disegnare. Perché richiede di tracciare segni precisi sulla carta”.

Il secolo scorso ha ucciso e rianimato il romanzo più volte. E adesso?

“Il romanzo è morto così spesso, e rinato altrettante volte, che è lecito pensare che continuerà a farlo. Io ho cominciato a scrivere negli anni ’70, quando il romanzo veniva considerato clinicamente morto. E altri generi erano pronti a sostituirlo: la linguistica, la filosofia, la psicoanalisi, la saggistica. E poi, c’era un’avanguardia narrativa sicuramente eccitante, forse non proprio utile. Non pochi scrittori, allora, desideravano che il romanzo risorgesse. In ogni caso, io credo che la finzione narrativa oggi sia viva. Fortemente viva”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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