• 10/07/2018

Ghost Harmonics, un viaggio sonoro dentro di sé

Ghost Harmonics, un viaggio sonoro dentro di sé

Ghost Harmonics, un viaggio sonoro dentro di sé 271 186 alemezlo
Per Brin Coleman, la musica è un viaggio verso l’ignoto. Uno scoprire, grazie al suono, come imparare a esplorare i proprio pensieri, le paure che restano intrappolate nel profondo, i sogni difficili da raccontare, le piccole manie, le perversioni, i desideri belli che magari non diventano mai reali. Così, mutando più volte nome, incamminandosi sulla strada di quella che in inglese viene definita la “minimal drone ambient music”, il compositore inglese ha provato più volte ad avvicinarsi al percorso sonoro perfetto. Libero da condizionamenti commerciali, capace di muoversi ascoltando le emozioni, le sensazioni, gli inconsci orizzonti. Prima con gli album di Bing Satellites, poi con quelli di The Ambient Visitor e di The Lovely Moon. Senza impedirsi si esplorare una via elettronica ancora più estrema con i lavori incisi come Blocker.

Ma era evidente che Brin Coleman non si sarebbe fermato lì. C’era ancora troppa melodia, in quei lavori. E lui non riusciva a staccarsi dalla pur interessante scuola della ambient music, che venera Brian Eno e il suo “Music for airports” come un imprescindibile punto di riferimento. E allora, un giorno del novembre 2016, mentre si trovava seduto sul divano di casa cercando di tenere a bada lo stress dettato dai ritmi di vita piuttosto ingarbugliati, il compositore ha preso in mano una chitarra elettrica e ha lasciato che a risuonare non fosse una melodia, ma una nota unica. Ripetuta senza mai fermarsi.

Per fortuna, a portata di mano c’era pure un registratore. E Brin Coleman, a un certo punto, ha pensato che fosse interessante fissare nella memoria della macchina quello che stava avvenendo. Perché il suono di chitarra ripetuto, tirato oltre ogni limite, apparentemente monotone e ossessivo, si stava trasformando in un’oscura sinfonia. In un viaggio iniziatico, dove lo spirito guida diventa proprio il drone, la nota che vola libera e sempre uguale, il muro sonoro immutabile eppure capace di accogliere dentro di sé migliaia di microvariazioni.

Era nato, così, il progetto Ghost Harmonics. Una fucina di album, uno più bello e straniante dell’altro, che richiede un ascolto totale. Per capirci, quella che Brin Coleman distilla in questi viaggi sonori non è la musica che si può ascoltare camminando per strada con le cuffiette nelle orecchie. E nemmeno quella che si può buttare lì mentre si cucina una pasta al pomodoro. No, Ghost Harmonics esige un’attenzione mesmerica, una concentrazione meditativa, una dedizione che riporta indietro nel tempo. Quando si prestava attenzione alle grandi composizioni dei maestri delle sette note in religioso silenzio, dedicandosi interamente all’atto di interiorizzare la partitura. Di trovarsi in sintonia, o in distonia, con ogni singolo passaggio di quell’atto creativo.

Sono molti i dischi che Ghost Harmonics ha regalato ai suoi ascoltatori, forse non ancora così numerosi. Chi volesse iniziare il viaggio, lasciandosi andare alla suggestione fortissima di scendere nel profondo di sé aggrapparsi all’ascensore del suono per esplorare i corridoi più nascosti della mente e dell’anima, potrebbe partire da “Darkness before dawn” del 2016. Bello come un viaggio immaginario in quei territori dell’inconscio dove la luce, all’improvviso, cede il passo all’oscurità. Straniante come entrare in un tunnel fatto di pattern musicali e lasciarsi andare, galleggiando sospesi tra il buio e la luce, tra sensazioni e emozioni.

E dopo questa prima esperienza, da cui si esce ipnotizzati e storditi, ma soprattutto conquistati da un percorso sonoro che porta alle estreme conseguenze le provocazioni di geniali sabotatori della musica come Erik Satie e John Cage, non si può evitare il confronto con l’album più recente di Ghost Harmonics, messo in commercio da Drone City un paio di mesi fa. Si intitola “Across the high plains”, è composto da un brano unico lungo 58 minuti. Riempie il silenzio di echi inquieti, fraseggi che sembrano arrivare dallo spazio profondo, ancestrali presenze che si arrampicano sul pentagramma per stravolgere la melodia e trasformarla in un rombo primordiale.

Non c’è più niente che possa dare emozione, in musica, dopo l’ascolto dei lavori di Ghost Harmonics. Perché tutto il resto finirà per apparire banale esercizio di stile. Se lo si mette a confronto con l’esoterico viaggio dentro se stessi, dentro la realtà del qui-e-ora, e al tempo stesso dentro l’impalpabile terrotorio dell’inconoscibile, verso cui ci spinge, senza fretta, esercitando un’arcana dolcezza, questo monocromatico, mobilissimo, perturbante e sfolgorante muro del suono di Brin Coleman.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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